Ideologie e DNA

Per lunghi millenni l’uomo è andato inutilmente chiedendo alla sua mente spiegazione delle cose; oggi sono “le cose” – attraverso la scienza – che ci danno spiegazione della nostra mente.
La “umana natura” non è più un mistero: noi sappiamo ora che essa è scritta nel programma genetico della specie e del gruppo, codificato nella molecola di DNA delle cellule germinali di ogni individuo. Questo programma – immutato e immutabile lungo le generazioni – si esprime sostanzialmente attraverso le strutture cerebrali dell’uomo, dove hanno sede istinti ed aneliti, schemi di comportamento di metri di misura, senso estetico ed orgoglio, aggressività e logica; e sono le nostre strutture cerebrali che hanno generato culture e civiltà, edificato società e stati, fatto la storia.
Tutte le ideologie che pretendono di ignorare o superare questa realtà, sono solo castelli in aria e gabbie di illusioni dalle quali l’Uomo di oggi rischia di risvegliarsi quando sarà ormai tragicamente tardi.

Umanesimi senza l’uomo

E veramente sorprendente, come tutte le ideologie oggi correnti che si propongono quale fine ultimo il bene dell’uomo, non si siano mai poste il problema in termini scientificamente oggettivi – di quale sia in realtà l’umana natura
Il fatto che si siano costruiti “Sistemi” di soluzione ai problemi dell’uomo senza prima avere quanto meno tentato di stabilire oggettivamente chi e che cosa l’uomo sia, come sia fatto, quali siano le profonde reali strutture che ne determinano esigenze, motivazioni e comportamenti, poteva anche essere giustificato prima che la scienza fosse in grado di fornirci risposte illuminanti. Ma dopo che le acquisizioni scientifiche degli ultimi decenni hanno largamente squarciato i veli dell’enigma, tale indifferenza comincia a farsi colpevole e condanna queste ideologie – Umanesimi senza l’Uomo – all’anacronismo più patetico.
Senza una conoscenza dell’uomo, della sua natura e soprattutto del suo cervello, non è nè logico nè morale pretendere di deciderne il destino. Sulla base delle loro “credenze” e dei loro preconcetti – veri e propri residuati delle superstizioni pseudoscientifiche del XVIII secolo – queste ideologie presentano un troppo alto margine di rischio: quello di sospingere l’uomo – per voler procedere contro la realtà oggettiva delle cose – verso la catastrofe.
Non apparirà pertanto fuor di luogo che si apra su queste pagine un discorso di orientamento scientifico su quella parte del nostro organismo che più ci caratterizza e ci differenzia da ogni altro animale: il sistema nervoso centrale. (1).
Il discorso sarà in questa sede – di necessità – un discorso succinto e parziale: ridotto cioè a poche indispensabili note descrittive, e limitato ad alcune soltanto delle caratteristiche e funzioni del nostro cervello, in rapporto soprattutto ad una problematica comportamentale.

I presupposti neurofisiologici dell’attività psichica

L’intero sistema nervoso è un insieme di unità neuronali, cioè di singole cellule collegate fra loro attraverso fibre che sono propaggini del corpo cellulare stesso. Il punto nel quale un neurone prende contatto con un altro si chiama sinapsi. L’importanza di queste sinapsi nella economia funzionale del sistema nervoso è enorme. Non solo perchè ovviamente senza di esse non vi sarebbe collegamento e quindi organizzazione, ma anche e soprattutto perchè è su di esse che l’intero sistema agisce per regolare le proprie funzioni.
Non è cioè dentro la cellula generante un impulso, nè lungo la fibra recante quell’impulso, che la corrente nervosa può venire rallentata o accelerata o bloccata secondo utilità e necessità da parte di altri centri o circuiti, ma è a livello delle sinapsi (2).
E’ qui che agiscono tutte quelle sostanze capaci di operare come neurotrasmettitori: prodotte da tessuti, organi e apparati diversi dell’intero organismo, queste sostanze sono in grado di alterare temporaneamente le strutture fisico-chimiche della membrana sinaptica così da generare variazioni di potenziale elettrico. Ed è questa differenza di potenziale elettrico che produce la cosiddetta “corrente nervosa”.
A seconda del loro tipo, della loro quantità, della loro diversa proporzione, ma anche del diverso tipo di “recettore”, i neurotrasmettitori possono facilitare, inibire o arrestare uno stimolo o un impulso. Questo, fra parentesi, vale anche per la trasmissione dell’impulso dal neurone al muscolo o per la trasmissione dello stimolo dalla periferia al neurone – dal nervo all’organo e viceversa – attraverso il loro punto di contatto.
E’ interessante notare subito due cose. Primo, l’intimo meccanismo dell’azione del trasmettitore sul recettore è sempre quello, ben noto, dell’”incastro molecolare”, – come si incastrano fra loro i diversi pezzi di un “puzzle”, però a tre dimensioni – per cui possono legarsi ed interagire fra loro solo quelle sostanze che hanno una determinata forma e che possono “riconoscersi” a seconda della “congruenza” o meno delle convessità e concavità della loro superficie molecolare: ritroviamo quindi anche qui la “proprietà stereospecifica”, questa chiave del codice del vivente.
Secondo, su ogni sinapsi, quindi sul circuito di cui quella sinapsi fa parte e sulla funzione che quel circuito esprime, non si esercita l’azione di un singolo tipo di “neurotrasmettitore” – per esempio un “attivatore” – ma anche e contemporaneamente del suo antagonista – cioè un “inibitore”. La funzione è quindi sempre la risultante di due spinte opposte: vi può essere perfetto equilibrio, o netta prevalenza dell’una o dell’altra. Da questo dipende l’effetto. Anche qui, perciò, come a tutti i livelli del vivente, nel minimo dei sottosistemi molecolari come nel più sofisticato dei megasistemi sociali, si ritrova l’ambivalenza del Bios, la opposizione-convergenza delle due pulsioni fondamentali: l’inibizione, il rallentamento, il riposo, il risparmio, la conservazione da una parte; la stimolazione, l’accelerazione, l’attività, il consumo, l’espansione dall’altra.
In tutta la Biosfera questo principio universale non conosce eccezioni.
Veniamo allora al cuore dei problemi che intendiamo affrontare: le funzioni superiori del nostro cervello, delle quali la coscienza – o meglio l’autocoscienza o consapevolezza di sè – rappresenta il primo corollario, e la libertà di giudizio e scelta il secondo; mentre un discorso a parte meriteranno, in altra occasione, i meccanismi del linguaggio e della memoria.
Ora – essendo evidente in termini di oggettività scientifica che non è possibile concepire l’attività cosciente se non come prodotto finale di processi neurofisiologici – vediamo di trovarne l’interpretazione nel quadro delle nostre conoscenze sulle strutture e funzioni del sistema nervoso centrale.
Cominciamo, tanto per scegliere un esempio, dalla coscienza di una sensazione. La sensazione inizia, alla periferia, come stimolo provocato da una modificazione di stato di un ricettore – per esempio una cellula retinica investita da un fascio luminoso – e viene poi spedita lungo la fibra nervosa come messaggio scritto in “codice” (cioè in una certa successione di impulsi elettrici di una certa frequenza e di una data ampiezza). Essa, passando attraverso stazioni secondarie al cui livello viene “registrata” e “integrata” in possibili riflessi attraverso una sua “traduzione” in modificazioni fisico-chimiche della membrana delle cellule di queste stazioni, raggiunge infine i centri della corteccia dove un’analoga traduzione viene effettuata: ma questa volta non in una semplice “trascrizione” fisico-chimica, bensì anche in una “trasformazione simbolica”.
E nella comparsa di un’immagine-simbolo – quella di un colore, di un suono, di uno “stato” o di un “modo” – nella quale si specchia l’insieme di modificazioni biochimiche della cellula, che sta l’evento della coscienza. Quale sia l’intimo meccanismo di questo “autospecchiarsi” delle alterazioni strutturali che avvengono nella cellula corticale a seguito dell’arrivo dello stimolo, è ancora del tutto ignoto. Quello che però è certo è che senza quelle alterazioni della struttura molecolare – con conseguente modificazione nello stato bioelettrico della cellula nervosa – non vi sarebbe percezione cosciente dello stimolo.
Sarebbe qui facile trarre un’immediata conclusione errata, e cioè che l’intero sistema nervoso centrale – o quanto meno la corteccia cerebrale – rappresenti un’immensa “tabula rasa”, vale a dire una pura “disponibilità strutturale” atta solo a ricevere e trattenere sensazioni o percezioni, il cui insieme formerebbe poi – man mano che si accumula – coscienza, intelletto e personalità con relativi comportamenti.
Sarebbe una conclusione errata perchè biologicamente e fisiologicamente inaccettabile: qualunque struttura cellulare viva è comunque in stato di attività – quanto meno in uno stato di attività basale – la quale può rappresentare un più basso livello quantitativo di funzione, ma non un diverso livello qualitativo di funzione.
Il tipo di attività biochimica a livello molecolare e cellulare è lo stesso sia in attività che in riposo, ed in quei neuroni la cui struttura consente o determina la funzione della “traduzione in simbolo”, anche la stessa attività basale agisce come uno “stimolo” e viene quindi “tradotta in immagini” e “riflessa nello specchio”: ed è già pensiero, è già sentire, ideare, o volere.
Ma che cosa, se quelle cellule non conoscono nulla?
Qui sta l’errore. Esse conoscono già. A gruppi, a circuiti, a livelli di integrazione, esse sono, strutturalmente e topograficamente, le stesse cellule che già furono capaci di “simbolizzare” – cioè concepire o pensare – il dolore e l’ebbrezza, la fuga o l’attacco, l’atto della masticazione e la bellezza di un tramonto, il possesso di un corpo di donna e la ribellione ad un sopruso, in un essere già umano – o umanoide, non importa qui ora – molte decine o centinaia di millenni fa, che per questo potè sopravvivere e perpetuarsi fino a noi.
Poichè ognuna di quelle cellule in ogni sua componente molecolare, ognuno di quei “circuiti”, ognuno di quei “sistemi integrativi” interneuronici, stanno inscritti in un certo numero di geni in quel programma genetico che è riuscito – attraverso gli individui che ne erano portatori – a sopravvivere meglio e a riprodursi di più. A conservarsi e ad espandersi.

Circuiti cerebrali programmati e schemi di comportamento

Tutti gli “schemi comportamentali” son già stati utilizzati, collaudati, selezionati e fissati nel patrimonio genetico della specie o del gruppo. Essi, come le componenti del programma di un computer, vi sono stati inseriti da un’immensa serie di mutazioni e “ricombinazioni” genetiche, e poi “concentrati” dalla selezione operata da milioni di anni di tentativi e di fallimenti. Una volta che uno schema dipendente da una certa costellazione genica è fissato nella struttura dell’acido dessiribonucleico (3) delle cellule germinali, esso non viene più rimosso. Inutilizzato magari per milioni di generazioni, lo schema continua a far parte del programma: esso è lì, insieme a milioni o miliardi di altri possibili schemi, pronto ad essere chiamato in causa da uno stimolo appropriato, pronto a mettersi in moto, pronto a produrre la sua immagine-simbolo: una sensazione, un’idea, un gesto, un comportamento complesso. Vediamo di fare un esempio.
Nel 1939, uno studioso britannico conduceva ricerche in una sperduta isoletta del Pacifico su alcune specie di fringuelli, forse originari del Sudamerica, che vivono da molte centinaia di migliaia di anni in condizioni particolarmente felici: su quella isoletta non sono mai esistiti rapaci pericolosi.
Quando nel Settembre di quell’anno giunse l’annuncio dello scoppio della guerra, mentre egli si trovava a Panama coi suoi uccelli sulla via del rientro in patria, egli decise di spedire i volatili ad un collega negli Stati Uniti. L’ornitologo americano, ricevuti gli uccelli (4), li pose nella prima gabbia disponibile della sua uccelliera. E qui accadde qualcosa di veramente sorprendente.
Quando – per caso – un falcone venne posto in vista dei nostri fringuelli, si scatenò in essi la più immediata e tipica delle reazioni di difesa nei confronti di un rapace, con forme di comportamento esattamente identiche a quelle di specie affini alla loro: quello schema di comportamento che aveva consentito ai loro progenitori di sopravvivere in aree infestate da predatori, probabilmente sulle coste occidentali sudamericane, prima che essi finissero chissà come su quella isoletta sperduta a migliaia e migliaia di miglia da ogni rapace, era rimasto intatto per quasi un milione di anni nel loro programma genetico e, benchè mai utilizzato per innumerevoli generazioni, era scattato con perfetta efficienza di fronte ad uno stimolo – la vista del falcone – che nessuno di quegli uccelli aveva mai sperimentato una sola volta nella propria esistenza.
Quel che deve essere chiaro, è che lo stimolo che mette in moto un dato circuito non deve necessariamente provenire dall’esterno dell’organismo: può benissimo essere rappresentato dall’attività di un altro circuito che sta in rapporto integrativo col primo, oppure da un semplice bioritmo che ciclicamente riattiva quel processo funzionale.
E’ la continua, costante, ininterrotta attività biochimica dei neuroni – a ritmi più intensi nella veglia e nel sogno, ad un livello “basale” nel sonno -che mantiene in funzione se stessa. Un centro stimola l’altro, un livello integrativo inibisce l’attività di un secondo in un certo contesto funzionale, o la potenzia in un contesto diverso. E’ un gioco di rapporti quantitativi fra neurotrasmettitori prodotti da alcune cellule in esecuzione di un bioritmo o in risposta alla produzione di altri neurotrasmettitori. Facilitato da un’alta concentrazione di certi specifici enzimi, o bloccato da un’alta concentrazione di enzimi diversi, o bilanciato da un loro equilibrio, questo gioco di rapporti fisico-chimici è prefissato, preesistente ad ogni stimolo o provocazione capace di evocarlo; prefissato intendo nelle sue regole, nella sua espressione potenziale: tutto pronto in attesa dell’evocatore.
Ogni “tipo” di comportamento umano, anche il più complesso, ogni tipo di correlazione ideativa, anche la più sofisticata, son già presenti nel programma, o non potrebbero mai verificarsi. Poichè non v’è funzione senza struttura e nessuna struttura può essere fabbricata al momento.
Io non posso “costruirmi” quella serie di strutture che consente quell’insieme di circuiti i quali possono fare di me un grande portiere di calcio, o un tiratore di pistola eccezionale, o un “matematico”, o un poeta.
Io posso soltanto, se già possiedo questi circuiti, allenarli e addestrarli: questi sono i limiti entro i quali l’ “apprendimento” è possibile.
Abbiamo ripetutamente usato il termine “schema”. Dobbiamo precisare e operare una distinzione fra schemi e contenuti. I contenuti possono anche essere di origine ambientale, nel senso che possono essere forniti dalla memoria, quindi da precedenti esperienze, e quindi “appresi”. Parlando di schemi intendiamo invece le linee necessarie e obbligate – quasi binari e cornice al tempo stesso – lungo ed entro le quali un certo processo può svolgersi. Per schemi intendiamo dei circuiti interneuronici – cioè delle cellule disposte in un certo modo ed in un dato numero, e tra loro collegate da una data ricchezza di ramificazioni dendritiche e quindi di connessioni sinaptiche di una data efficienza e di una data modulabilità – la cui risultante funzionale è un peculiare evento psichico: una percezione cosciente, un’idea, un atto motorio.
Diverso il discorso dei contenuti. Se vi sono in un certo cervello degli schemi che consentono un elevato senso estetico ed una raffinata capacità tecnica nell’associazione di simboli verbali, quel cervello ha molte probabilità di determinare una personalità poetica. Ma il fatto che quel poeta canti cavalli in corsa o barche all’approdo, oppure forme femminili, dipenderà dall’influenza di altri circuiti e da altre componenti della sua personalità – come ad esempio le sue strutture endocrine – ed in parte anche da fattori occasionali, legati a sue esperienze di vita: il fatto di trovarsi in un dato luogo ad una data ora, o di aver incontrato una donna attraente o meno, o l’aver letto un certo libro, o l’essere più o meno soddisfatto di sé, influenzeranno notevolmente i contenuti della sua poesia. Tuttavia, anche le stesse esperienze occasionali saranno state “sentite”, percepite, elaborate e quindi filtrate dalle sue strutture cerebrali. Cioè dall’insieme dei suoi circuiti, cioè dal suo “programma”. Che può essere sì arricchito di contenuti dalle sue esperienze – cioè da tutti gli stimoli provenienti dall’ambiente esterno – ma solo entro i limiti della massima potenzialità consentita dal programma stesso. Mai oltre quella. Un ambiente favorevole – ricco di fattori stimolanti positivi – consentirà ad un programma di esprimere al massimo tutte le sue qualità potenziali, cioè a tutti i suoi circuiti di raggiungere l’ottimo possibile livello di efficienza. Ma non potrà mai dotare quel programma di uno schema in più, di un circuito in più.
Al contrario un ambiente sfavorevole, povero di stimoli positivi o ricco di stimoli negativi, limiterà la piena espressione di quelle potenzialità, anche fino al limite teorico di una loro atrofizzazione. Ma esso non aggiungerà nulla di negativo a quel programma. Favorendo alcuni schemi e sfavorendone altri, quell’ambiente potrà rompere l’armonia integrativa del sistema e potrà così anche alterare l’equilibrio di una personalità: ma non nel senso che qualcosa di sostanzialmente nuovo vi penetri dall’esterno. Nessun nuovo circuito, nessun nuovo schema può essere creato dall’esperienza individuale del fenotipo: solo una mutazione, o una particolare combinazione di costellazioni geniche può creare un nuovo schema, e l’ambiente potrà solo – attraverso la selezione – favorire i soggetti portatori di quei geni e consentirne così una più alta concentrazione nel patrimonio ereditario di una certa popolazione genetica: più alta la concentrazione di certi geni, più probabile il loro incontro e la loro ricombinazione, più frequenti i genotipi in possesso di quello schema e quindi di quel certo possibile comportamento.

Sottosistemi cerebrali integrati e risultante funzionale unitaria.

Dobbiamo però ora, prima di proseguire, chiarire qualcosa di fondamentale. Per quanto l’organizzazione del sistema nervoso centrale sia rigidamente gerarchica – mostrando una chiara disposizione “a livelli” che possiamo definire inferiori, intermedi e superiori – e per quanto le diverse funzioni specifiche abbiano una approssimativa connessione topografica con separate porzioni e aree dell’encefalo, una reale e netta distinzione fra le molteplici espressioni dell’attività psichica presenta sempre un certo margine di arbitrarietà. Sia che tale distinzione riguardi le “sfere” operative – emozionale, cognitiva, volizionale – sia che essa riguardi i “tempi” dei processi psichici – stimolazione, mediazione, percezione, elaborazione, mozione – essa non può essere spinta troppo oltre.
Nessuno dei circuiti o sottosistemi – a qualunque livello – possiede mai totale autonomia: essi operano in continua integrazione reciproca e multipla, come i diversi relais di un computer. La stessa corteccia prefrontale (5) dove risiede il momento più alto delle funzioni psichiche – il pensiero astratto -opera continuamente sotto la costante influenza dei centri cosiddetti inferiori -il sistema limbico, il talamo, l’ipotalamo, il sistema attivatore reticolare, ecc. -e lo sbocco ultimo della sua attività è una “risultante” espressiva o esecutiva di questa combinazione di complesse interazioni.
Si tratta cioè di un sistema unitario perfettamente integrato, non solo per quanto concerne i propri subsistemi anatomofunzionali, ma anche per quanto concerne i rapporti con altri grandi sistemi organici, a cominciare da quello ormonale. Un sistema unitario e coerente volto ad una funzione unitaria e coerente.
Tali distinzioni vanno quindi accettate – nell’ambito del nostro discorso -soltanto come strumenti logici convenzionali atti a comprendere meglio e più chiaramente, entro i limiti delle conoscenze attuali, il funzionamento del sistema nervoso centrale. Ma il loro significato deve essere “temporaneo”: una volta compreso il meccanismo ed il processo, ogni separazione classificatoria va dimenticata e la visione d’insieme sarà quella non di un cervello, ma di un organismo che “sente”, “pensa”, e “vuole” allo stesso tempo, in un tale intrecciarsi e sovrapporsi di fasi e momenti che non prevede alcuna oggettiva netta barriera funzionale fra le parti.
Esiste – è vero – una differenziazione strutturale, cioè anatomica, acccompagnata da una specializzazione funzionale, a livello dei diversi sottosistemi; ed essa è non solo utile a scopi didattici, ma è reale in termini di parametri oggettivi: solo gli organi del Corti possono svolgere quella certa funzione, solo le cellule dei nuclei della base possono recepire un certo neurotrasmettitore, solo quella certa disposizione delle fibre nel corpo calloso consente la connessione fra i due emisferi, ecc.
Quando si venga però alla funzione dell’insieme, non ci si trova di fronte ad una “somma” aritmetica o algebrica, ma ad una risultante finale che può essere spiegata solo in termini di insiemistica. E’ l’algebra di Boole che regge l’intimo gioco di relazioni fra i sottosistemi.
Chiarito questo, e stabilito che continueremo ad usare distinzioni classificatorie per pura convenienza didattica, senza attribuir loro oggettività, riprendiamo il discorso.
Se un bimbo siede in una sera d’inverno accanto al camino, ad ascoltare un vecchio raccontare di lontane campagne militari, nel suo cervello accadono sostanzialmente tre cose: delle sensazioni – che immaginiamo piacevoli ma che potrebbero essere di qualsiasi altro tipo – che suscitano in lui, nel loro insieme, una certa situazione emozionale temporanea e tendente a svanire non appena il vecchio gli dirà che è ormai giunta l’ora di andare a letto; delle ideazioni – visioni d’uomini e d’armi in movimento – che rappresentano la elaborazione che il bimbo compie delle immagini che riceve: tali immagini verranno fissate, parte in un circuito cosciente e parte in qualche circuito più profondo, come bagaglio mnemonico, insieme alla sensazione generale di cui sopra che resterà più o meno consapevolmente associata alle immagini; ed infine un evento cognitivo: “ …. ed il 14 Settembre di quell’anno avvenne lo scontro decisivo …” : il ragazzo ha “imparato” una data, una nozione in più; tale evento cognitivo non richiede apparentemente grande elaborazione, poichè consiste in un semplice applicarsi di una serie di simboli numerici e verbali al “nastro registratore” della sua memoria; le strutture ed i circuiti destinati alla memoria fissano comunque il dato, in modo più o meno stabile a seconda della maggiore o minore ricchezza nella architettura strutturale del “sistema” – qualcuno ha ottima memoria, qualcuno l’ha scarsa – e lo trattengono per un dato tempo, talvolta per tutta la vita.
Ma avendo detto che succedono tre cose, abbiamo detto in fondo una inesattezza, poichè i tre processi non sono separati: lo stesso processo cognitivo “puro” – la registrazione della data – resta fissato in modo più o meno stabile anche a seconda della situazione emozionale che lo accompagna.
Se il ragazzo avesse letto quella data in un arido e sgradito libro di scuola, o l’avesse ascoltata dalla voce di un insegnante senza calore e comunicativa, la sua memoria l’avrebbe fissata in modo più labile.
Si tratta quindi di un processo unitario, ed il tentativo di “analizzarlo” e scomporlo può ingannarci e metterci fuori strada, se solo prendiamo tale analisi troppo sul serio. Ma questo era già stato detto. Il punto è un altro. Il punto è quello della interpretazione individuale che ogni diverso soggetto fa di un apporto “culturale” qualsiasi.

Programma innato e influenze ambientali

Mettete un altro ragazzo al posto del primo, e poi un terzo: diversa l’esperienza emozionale, diversa l’elaborazione ideativa, diversa la registrazione mnemonica. Perchè diverse? Il racconto è uguale, il vecchio che narra è lo stesso, ed identico è il camino con il fascino del suo cerchio di calore e di luce. L’ambiente si presenta quindi ai tre ragazzi come un’unica realtà. Pure, in uno d’essi avrà evocato una duratura sete d’avventura, nell’altro un vago timore delle armi, nel terzo ulteriore curiosità per l’affascinante personalità del vecchio. Sembrano osservazioni ovvie. Anzi, lo sono. Ma vanno ribadite, e tenute presenti.
Quindi l’ambiente agisce soltanto mettendo in moto, su di un certo terreno, una certa potenzialità latente. E che altro è il “certo terreno”, se non quell’insieme di caratteristiche congenite ed ereditarie che si chiamano “costituzionali”?
Esse sono preesistenti a qualsiasi esperienza sensoriale o culturale, a qualsiasi “ambiente”, a qualsiasi condizionamento. Esse possono essere paragonate al seme, e l’ambiente all’andamento stagionale: una gelata invernale può far magro il raccolto, mentre abbondanti piogge possono propiziarlo, ma nè l’una nè le altre faranno mai di granturco avena, poichè nulla possono sul seme.
Ma se le condizioni stagionali possono rappresentare l’ambiente “generico”, esistono tuttavia anche fattori ambientali “specifici”: terra concimata in luogo di aride zolle, più l’arte antica del contadino, possono rappresentare quel che l’educazione individuale è per ogni soggetto: la coltivazione di un potenziale genetico.
Qual’è l’importanza relativa dei tre diversi ordini di fattori, cioè genotipo, ambiente generico ed ambiente specifico? Difficile a misurarsi. Quel che è certo è che il fattore ereditario è fisso, è dato, è materialmente cristallizzato in strutture organiche; mentre i fattori ambientali – fisici, nutrizionali, genericamente culturali, specificamente educativi – sono mutevoli, fluttuanti, removibili, interscambiabili, contingenti. Il primo è una costante; tutti gli altri sono delle variabili.
Assegnare quindi all’ambiente – qualunque ambiente – un’importanza troppo rilevante, significa forzare la mano all’oggettività. Di fronte poi a chi ritiene e afferma che l’ambiente è tutto, non si può che sorridere e suggerire di studiar tutto daccapo: biologia molecolare, cibernetica, fisica, genetica, etologia, neurofisiologia, endocrinologia, immunologia. Più un po’ di storia. Poichè se è vero che le scienze esatte possono oggi aiutarci a conoscere meglio noi stessi come risultato funzionale complesso di strutture elementari organizzate, è altrettanto vero che qualche decina di secoli di comportamento degli uomini -individui e società – dovrebbero pur dirci qualcosa (6).
Che cosa ha mutato un paio di millenni di cultura cristiana nella natura umana degli occidentali?
Ha forse un’ininterrotta predicazione di amore e carità fatto nascere uomini meno egoisti?
Ha forse una costante, profonda, martellante campagna contro i sensi fatto nascere uomini dalla sessualità ridotta, anche solo a livello psichico?
Ha forse l’esecrazione della menzogna – ininterrottamente applicata per generazioni come pressione culturale diretta e specifica su ogni individuo nella piazza e nel confessionale – fatto nascere meno bugiardi?
E quanti altri esempi vorremmo, per sentirci obbligati ad usare il buonsenso contro tutte le farneticazioni di “ascesa morale” dell’uomo?
L’uomo resta lo stesso. Senza mutazioni significative nel programma genetico e senza radicali pressioni selettive sulle popolazioni genetiche, non v’è cambiamento alcuno.
Il massimo che una pressione ambientale – fisica o culturale – possa ottenere è che un uomo si comporti – più o meno a lungo, più o meno volentieri, più o meno consapevolmente – come se fosse diverso. Ma lui, in realtà, “dentro”, in interiore homini, non lo è: nè biologicamente, nè psichicamente.
Ma è comunque dire la stessa cosa: immutata la composizione media del patrimonio genetico, immutata la conseguente struttura somatica media – circuiti interneuronici inclusi – immutate pertanto le funzioni e le potenzialità.
In assenza di cataclismi storici selettivi, l’umanità nel suo complesso è cambiata poco: v’è stato un forte spostamento di rapporti proporzionali fra le diverse razze, qualche popolazione genetica s’è estinta, qualcun’altra s’è fortemente impoverita di taluni caratteri o ne ha fortemente concentrati altri: ma nel complesso, l’animale uomo è lo stesso, e le stesse son rimaste, dalle sue primissime origini, le sue potenzialità psichiche e comportamentali.
Ma quali sono, allora, queste potenzialità?

Gli inquinamenti emozionali del pensiero astratto

Con questo interrogativo torniamo al nostro problema iniziale: quale sia il grado di libertà della nostra sfera psichica superiore, o, in altre parole, l’autonomia della corteccia celebrale.
E’ un’affermazione ovvia quella che le nostre capacità epicritiche possono esplicarsi in pienezza di libertà soltanto in una sfera operativa che sia priva di contenuti emozionali.
Ma quale è questa sfera? La risposta potrebbe sembrare, di primo acchito, altrettanto ovvia: il pensiero astratto, la logica, l’attività conoscitiva pura, lo “studio” – per esempio la risoluzione di un problema matematico. A ben guardare, però, tale ovvietà è solo apparente, perchè già lo stesso oggetto del pensiero può essere di per sè più o meno gradevole; ma più ancora perchè la conclusione dei nostri processi logici – che vogliamo qui immaginare glacialmente obiettivi, rigorosi, e liberi dallo stesso condizionamento materiale rappresentato dalle strutture neuroniche che li esprimono – può lasciarci indifferenti e distaccati soltanto in teoria. Praticamente essa ha sempre un contenuto emozionale. Può piacerci, può affascinarci o esaltarci, può sorprenderci, disgustarci o spaventarci: ed il contenuto emozionale, o affettivo, del nostro atto conoscitivo immediatamente ne corrompe la cristallina trasparenza.
E’ necessario un forte atto di volontà – a sua volta però sostenuto da altri contenuti emozionali, come quelli connessi al senso estetico che ci consente di sublimare nella visione della Verità la sgradevole accettazione di un dato che ci turba – per registrare quella conclusione senza deformazioni, per prenderne atto così com’è, per accettarlo nonostante noi stessi. Ma resta pur sempre un’operazione difficile, che senza la coercitiva, perentoria pressione di dati quantitativi strumentali – questi sì glacialmente obiettivi – si risolve spesso in un fallimento. Ecco perchè la metodologia oggettiva della scienza è l’unica garanzia di umana verità.

Retaggi ancestrali nel DNA

Abbiamo fin qui più volte affermato che il nostro senso estetico risiede in schemi, o “circuiti”, nella profondità del nostro cervello. Vediamo di farci capire.
Se noi, guardando alcunchè, diciamo che ci piace, è perchè l’impressione sensoriale visiva di quella forma, di quella associazione cromatica, di quella successione di movimenti suscita in noi una risposta emoziona/e piacevole.
Evidentemente il primo circuito – quello della percezione visiva dell’immagine – è integrato al secondo – quello della gradevole reazione emozionale – da strettissime e dirette connessioni: si tratta quindi di un circuito unico, un “sistema” unitario di integrazione di due subsistemi elementari, cioè di uno “schema percettivo-emozionale”.
Ma v’è un altro punto da chiarire.
Se tutti troviamo grazia e armonia nelle tondeggianti proporzioni di un lattante paffuto, è soltanto perchè quelli fra i nostri progenitori che possedevano schemi capaci di far scattare una sensazione di piacere come “riflesso” alla vista delle tenere forme di un bimbo, furono anche – verosimilmente – quelli che ai figli dedicarono più protezione e cure, garantendo così alla prole maggiori probabilità di sopravvivenza ed a se stessi maggiori probabilità di discendenza. A se stessi, ed al proprio programma genetico che quei circuiti includeva: quindi più discendenti uguali a loro anche nella “reazione di piacere alla vista delle forme del bimbo”.
Altrettanto evidente è l’origine dei “canoni” pressochè universali – pur con varianti marginali nelle diverse popolazioni genetiche – della “bellezza femminile”: esiste in noi un meccanismo mentale – uno “schema” – che ci fa sentire e vedere bella una donna di forme piene e armoniose: sono – statisticamente – le forme più confacenti alla fecondità, cioè alla funzione riproduttiva. Al contrario, i portatori di “circuiti” che, per esempio, rendevano desiderabili donne dal bacino stretto – e quindi meno prolifiche – eran destinati ad avere, nel corso delle generazioni, un numero sempre decrescente di discendenti. Appare così ora chiaro come gli schemi che legano immagini visive o tattili ad una reazione emozionale gradevole o sgradevole abbiano avuto maggiori o minori probabilità di fissarsi nel patrimonio genetico comune a seconda del loro diretto e pratico valore di sopravvivenza. Vediamo un po’: saranno sopravvissuti più facilmente i soggetti che provavano repulsione alla vista di un frutto maturo, o quelli che al contrario lo trovavano “bello”? Quelli che, crescendo, avvertivano piacere alla vista di un cacciatore armato che abbatteva la sua preda, o quelli che ne ricavavano disgusto? Domande retoriche, tanto scontata è la risposta.
A ben guardare, però, non tutte le componenti del nostro senso estetico – non tutti i circuiti cerebrali in cui esse han sede – presentano valore di sopravvivenza per il gruppo o per l’individuo. E’ certamente possibile che le eccezioni rappresentino componenti “neutre” , indifferenti – “associate” in costellazioni geniche adiacenti a quelle dei circuiti “positivi” nella molecola del DNA – mentre un certo numero di circuiti “aberranti” agli effetti di sopravvivenza e riproduzione possono – semplicemente – essere sfuggiti al filtro della selezione naturale finche questa ha operato, restando poi irreversibilmente fissati nel programma genetico della specie o del gruppo dopo che la selezione naturale ha praticamente cessato di agire su tanta parte del genere umano.
In conclusione, il nostro senso estetico è geneticamente determinato; ha sede in specifiche strutture encefaliche (7); ed altro non è se non l’atavico retaggio di un passato ancestrale in cui, da quel che piaceva, dipendeva la sopravvivenza del gruppo.
Che poi un’appropriata pressione culturale sull’individuo possa favorire l’optimum di sviluppo e di efficienza a queste strutture cerebrali, è ragionevolmente pensabile. Ma è forse ancor più ragionevolmente pensabile che sia stata la pressione di queste strutture a modellare sostanzialmente le nostre diverse culture.

Idee-vernice ed idee-incastro

Chiarito questo, torniamo al nostro discorso sull’autonomia della corteccia. Penso non vi sia al mondo chi possa negare che è un fatto indiscutibile quello che l’uomo prefesce il fare cose piacevoli al fare cose spiacevoli.
La forza di un modello di comportamento morale, per esempio, non sta nella sua capacità di essere assunto in proprio come contenuto della sfera epicritica in virtù di una sua supposta “persuasività razionale”. Al contrario, la sua forza sta nella sua capacità di mettere in moto meccanismi emozionali gradevoli: per esempio l’amore naturale per un ideale di “purezza” e di “pulizia morale”; o l’orgogliosa soddisfazione di vincere il proprio orgoglio; o l’affascinante esperienza dello spirito che “doma la carne miserabile”.
Se questi “contenuti” son più gradevoli di quanto la corrispondente rinuncia sia sgradevole, la morale vince.
Se no, perde. Sempre.
E’ per questo che già abbiamo affermato che la morale – ogni morale -ha due radici: una utilitarstica, ed una estetica (8). A prescindere dalla prima “radice”, sulla quale non interessa ora soffermarsi, la morale poggia quindi sul nostro senso estetico innato, cioè su quei circuiti nei quali un’atavica sedimentazione selettiva ha “inciso” schemi di forme – concrete o astratte – che ci sono gradite o sgradite. Quei contenuti che si adattano agli schemi emozionali gradevoli hanno qualche possibilità – se “coltivati” da un’educazione che aumenti il tono funzionale di quei circuiti – di inibire altri schemi emozionali che sono pure piacevoli, ma ad un livello gerarchico inferiore. Quei contenuti “ideali” invece – religiosi, politici, sociali – che non “incastrano” negli schemi, resteranno semplicemente “appiccicati” come vernice alla corteccia, senza mai penetrare in profondità. Cioè nella sfera emozionale del nostro senso estetico, parte essenziale della personalità.
E ciò che non penetra in profondità, non diviene mai parte integrante della centrale di programmazione del comportamento.
Ricordo un episodio. Agli inizi degli anni ’70, un mio giovane paziente – ragazzo di vivace intelligenza – si convertì all’anarchia. In occasione di una visita mi esternò parte delle sue idee, e la conversazione finì su ciò che egli chiamava “morale maschilista” e “schiavizzazione della donna”. Per lui sia uomini che donne dovevano avere pienezza di libertà sessuale, e la pretesa maschile alla fedeltà della “propria” donna era solo l’espressione di condizionamenti culturali da parte di una società impostata sul principio dello sfruttamento. Era assai convinto – anche se non del tutto convincente – e affermava queste sue idee con grande calore.
Nel corso di una seconda visita trovai che era perfettamente guarito, e ci salutammo dopo qualche altro scambio di opinioni su quel che c’era di sbagliato nella morale del “sistema”.
Passarono alcuni mesi senza che ne sapessi più nulla. Ogni tanto leggevo sui giornali di disordini e scontri di piazza, e lo immaginavo allora a far le botte con qualche “fascista” o con la polizia.
Un pomeriggio di primo luglio, una delle mie pazienti entrò nello studio con la figlia che aveva qualche lesione superficiale al viso, e che voleva un certificato per presentare una denuncia ai carabinieri. Pensai a violenza politica, poichè conoscevo la ragazza come un’accesa anticomunista. Ma no, era stato il fidanzato, geloso infuriato perchè lei “continuava a chiacchierare per la strada col suo ragazzo di prima”.
Non chiesi chi fosse stato, ma me lo dissero loro: il mio giovane amico dalle fermissime idee antimaschiliste.
L’episodio è esemplare, tuttavia potrebbe rappresentare un caso limite. Ma di casi “medi” ne potremmo citare a non finire: basta che ognuno di noi interroghi onestamente il proprio passato ed il proprio presente; oppure che attenda il proprio comportamento futuro per esaminarlo con occhio attento e imparziale.
Non v’è modello morale o ideologico, non v’è imperativo etico che veramente agisca su di noi se non incontra all’interno di noi una “ricezione” precostituita, un “incastro” nel quale integrarsi.
Una morale – sempre prescindendo al momento dalle sue componenti utilitaristiche, che tuttavia stanno anch’esse come “schemi” selezionati dai millenni nel “programma” del gruppo e dell’individuo – non può mai poggiare su mere fondamenta intellettuali, e quindi culturali. Una morule o è naturale, o non è.
Dove naturale sta per spontaneo, e spontaneo per precostituito, e precostituito per strutturale, e strutturale per innato.
Le idee-vernice, appiccicate come francobolli alla corteccia cerebrale, possono entrare a far parte del nostro bagaglio culturale, della riserva di nozioni registrate nella nostra memoria cognitiva, del nostro vocabolario abituale come mere costruzioni verbali. Ma esse non entrano mai a far parte di ciò che siamo: non certo a livello di potenzialità; e quanto al comportamento pratico, ad esse possiamo anche talvolta adeguarci, finchè però non ci costa granchè.
Dove il granchè è rappresentato da pulsioni che si oppongono a quelle idee, o da altre idee che per la loro concordanza con gli schemi ereditari hanno potuto penetrare e incastrarsi in profondità come contenuti reali della nostra personalità.
E parlando di “profondità” – per chiarire ancora una volta – intendiamo le strutture dove hanno sede i meccanismi bioelettrici della emozionalità: quei circuiti cioè che ci fanno “sentire”.
Il sentire come distinto rispetto al ragionare: dal sentire meramente sensoriale ed elementare, attraverso tutta una gerarchia di livelli integrati fino al percepire del “sentimento” o della passione, e più in su all’avvertire, all’intuire e al “concepire”. Perchè anche i valori più alti, le Idee, non insorgono ah initio nella corteccia prefrontale, ma prima e più profondamente nei circuiti del sentire.

Tronco cerebrale e corteccia

Per capire meglio il ruolo di mediazione giocato da questi circuiti inferiori o intermedi nella genesi delle nostre attività cerebrali coscienti, ricorriamo ad un esempio. Un gruppo di “pistards”, in sella alle loro biciclette, sono sulla linea di partenza in un velodromo.
La voce dello starter scandisce la frase: “Messieurs les correurs, attention!”. Nulla si muove, tutti fermi. Ma passa un breve lasso di tempo, ed un secco colpo di pistola lacera il silenzio: e, immediatamente, qualcosa avviene. L’eco del colpo non s’è ancora spenta che tutti i ciclisti son già lanciati in corsa.
Paragonando la partenza dei corridori alla risposta corticale ad uno stimolo, e l’orario di partenza allo stimolo stesso, è chiaro che l’attimo nel quale il colpo di pistola esplode corrisponde all’arrivo dello stimolo alla corteccia.
Però i centri inferiori – come lo starter, già in anticipo al corrente dell’ora di partenza – ricevono lo stimolo prima della corteccia; e mentre lo stimolo continua il suo percorso centripeto attraverso le normali vie neuronali – cioè mentre la lancetta del cronometro s’avvicina sempre più al momento “zero” – questi centri, analogamente allo starter, “attivano” la corteccia in anticipo, cioè la preparano (“Attention!”) all’attimo in cui lo stimolo arriverà a destinazione.
Ma quel che l’esempio intende soprattutto sottolineare è il fatto che la partenza non avverrebbe sulla base della sola frase dello starter, ma neppure potrebbe avvenire sulla base del solo colpo di pistola.
Questo spiega perchè talvolta ci accade come di “preavvertire” la coscienza di uno stimolo doloroso, o di un pericolo, una frazione di secondo prima di percepirlo o di vederlo effettivamente. E ancora spiega perchè talvolta, bruscamente svegliati dallo squillo del telefono o da una puntura di zanzara, abbiamo la sensazione di essere già stati svegli da un attimo prima. Questo perchè il sistema attivatore reticolare del tronco celebrale, preso atto dello stimolo che corre verso la corteccia – oltre a mettere in moto altri circuiti inconsci di risposta – spedisce alla corteccia, attraverso proprie vie di connessione dirette, un suo stimolo anticipatore, più veloce dell’altro, che pone le cellule corticali non solo in uno stato di “all’erta” ma di già effettiva attività.
Quanto alla risposta corticale, essa è estremamente complessa: la corteccia prende atto dello stimolo ma, quasi prima ancora di averlo consciamente registrato in una immagine-simbolo, inizia a mettere in moto i meccanismi motori di difesa e di reazione che integreranno quelli già innescati dai centri intermedi, mentre – contemporaneamente – comincia ad inviare a questi centri degli impulsi di controllo; in genere questi impulsi sono di inibizione, quasi a dire:
“Ora ci penso io, e voi non c’entrate più”; ma possono talvolta anche essere di ulteriore “potenziamento”, come a chiedere di continuare la collaborazione. Ma non basta: la sensazione viene anche inviata, simultaneamente, ai centri della memoria perchè essi provvedano ad archiviarla; e alle altre zone della corteccia, magari già impegnate in un loro precedente “lavoro” – guardare, riflettere, sognare, leggere, contare – perchè anch’esse, in misura proporzionata all’importanza dello stimolo, diano il loro contributo; che sarà una breve sorda imprecazione per la puntura di zanzara, o la incuriosita immaginazione nel caso del telefono, o la concentrazione più assoluta di fronte ad un pericolo mortale.
La rispettiva rapidità di questi meccanismi, consentiti dall’esistenza di circuiti anatomici predisposti dal nostro programma genetico, può meglio essere valutata attraverso quello che – più che un esempio – è la rievocazione di una esperienza che quasi tutti abbiamo qualche volta vissuto.
Guidando un’automobile lungo un percorso sgombro e tranquillo, ci vediamo di colpo un bambino schizzare come una palla di schioppo attraverso la strada: prima ancora di esserci resi conto di quel che effettivamente stiamo vedendo, noi abbiamo già frenato, scartato, evitato il bambino d’un soffio; ed egli è già di parecchio alle nostre spalle quando noi cominciamo ad avvertire i fenomeni emotivi “tipici”: contrazione di quasi tutti i nostri muscoli, accelerazione del polso, affanno. E allora – ma solo allora – abbiamo la coscienza dello “spavento”.
E’ la cosiddetta paura retrospettiva, che arriva quando ormai non serve più: in ritardo, come spesso accade alla nostra sfera cosciente.
Alla quale certo dobbiamo molto, ma sulla quale – da sola – non possiamo poi contare troppo.
Nessuno di noi forse, s’è mai reso ben conto di quante volte la nostra sopravvivenza è stata preservata dai nostri centri cosiddetti “inferiori”; nessuno di noi forse s’è mai reso ben conto di quante decisioni essenziali abbiamo preso non solo indipendentemente dalla nostra sfera epicritica, ma nonostante il fastidio e le interferenze che essa tentava di esercitare sui centri cosiddetti “inferiori” i quali, mentre quella titubava e menava il can per l’aia, sapevano esattamente quel che andava fatto; nessuno di noi s’è forse mai reso ben conto che quando ci “buttiamo” in qualcosa di grande, di vitale, di nobile, di importante, sono questi centri “non superiori “ che ci determinano veramente, e non l’esitante, la frigida ragione.
L’uomo non si è estinto, e si è invece affermato, perchè ama e ambisce, perchè procrea e combatte, perchè sa odiare e sa compatire, perchè sente la paura e l’orgoglio, perchè il bello lo affascina – talvolta più che non lo freni il suo stesso bisogno di sicurezza – e perchè lo esaltano il rischio e l’ignoto. Ma se questo è vero – come è incontrovertibilmente vero – perchè l’uomo è così?
La risposta della scienza è di una raggelante semplicità: perchè le sue strutture – prime fra tutte quelle neuro-ormonali, ma poi tutte le altre – son fatte cosi.
E son fatte così perchè così sono previste nel suo programma genetico.
Non v’è altra possibile risposta. Possibile significa seria, rigorosa e coerente al postulato di oggettività.
Ma allora, alla cosiddetta “Ragione”, alla sfera epicritica, alla attività di questa benedetta corteccia che ci distingue dagli animali inferiori e che per un suo più sofisticato sviluppo ci differenzia anche da tutti gli altri primati e dagli stessi progenitori ominidi, che cosa resta? Che le dobbiamo, in realtà? A che cosa “serve”? Bene, abbiamo già detto che le dobbiamo molto; e quanto al servire, serve eccome. Ma serve nel senso proprio della parola: essa è un servomeccanismo. Essa cioè presta, essa “pone a disposizione” dei centri cosiddetti inferiori – dove han sede gli istinti e le passioni, i bisogni ed i sentimenti, l’orgoglio ed il senso estetico – la sua incomparabile capacità raziocinante, comparativa, mnemonica, analizzatrice, assiemistica, rappresentativa e simbolizzatrice.
Essa ci dà il linguaggio, e scusatemi se è poco
Essa ci dà la logica, e ditemi se non basta.
Essa ci dà la coscienza di esser coscienti, e che altro possiamo pretendere?
Ma v’è chi non si contenta mai, e pretenderebbe ancora di più da questa povera corteccia già tanto generosa e provvidenziale. Essi vorrebbero che fosse “tutto”. Che potesse tutto. Che determinasse tutto.
Cioè che sostituisse gli dèi in cui non credono più, che prendesse il posto degli idoli che essi hanno distrutto.
Ma questi son solo sogni deliranti.
Questa è solo una delle tante altre “esigenze” dei centri cosiddetti inferiori – quei circuiti dove insorge il bisogno primario della sicurezza – i quali, informati dell’insicurezza umana attraverso l’angoscia che la ragione trasmise loro quando scoprì che gli dèi erano morti, premono sulla corteccia perch’essa renda quest’ultimo servigio.
Ma la corteccia, con tutti i suoi 14 miliardi di cellule e con tutto il suo incomparabile programma di circuiti, quest’ultimo servizio proprio non lo può rendere. Perchè essa – anche essa, poveretta – altro non è che una funzione, una “capacità”, un sottosistema dell’intero organismo umano. Niente di più. Come abbiamo forza muscolare, così abbiamo capacità raziocinante. Come abbiamo un apparato circolatorio nel quale il cuore occupa una posizione centrale che però sarebbe nulla senza i capillari o senza i globuli rossi, così abbiamo un sistema nervoso nel quale la corteccia occupa il più alto livello che però sarebbe nullo senza i nervi periferici o senza le interazioni fra ipotalamo e apparato ormonale.
Il cuore è centrale, ma in fondo pompa solo per portare ossigeno ai tessuti attraverso i globuli rossi; la corteccia è suprema, ma in fondo pensa solo per meglio soddisfare le esigenze dei centri vitali.
Che son vitali perchè senza di essi – o in presenza di loro insufficienze – non c’è vita.
Mentre senza corteccia – o in presenza di sue insufficienze – la vita continua lo stesso.
Una vita da vegetale, o da insetto, o da “matto”, certo. Ma questo è un discorso soggettivo. Alla vita, al Bios, al caso e alla necessità che fissarono insieme la conservazione e l’espansione in una molecola di DNA, oggettivamente la cosa non interessa.
Nella loro gerarchia di valori, il tronco cerebrale (9) vien prima della corteccia, l’istinto prima della riflessione, l’aggressività prima della ragione. Per questo alla ragione – perchè è meno indispensabile – hanno concesso una certa libertà. Compresa quella di illudersi, se vuole.
Ma agli altri centri, quelli senza i quali essa – la vita – non potrebbe sussistere o persistere, non è concessa libertà alcuna. Non è consentito ad alcuna forza esterna – che non sia quella di un agente vulnerante diretto, fisico o chimico – di modificarne struttura e funzione. Quei centri che “fanno” sostanzialmente un organismo, un sistema vivente, una specie; quei centri sui quali – soprattutto ed imprescindibilmente – poggiano la sopravvivenza e la riproduzione coi comportamenti ad esse correlati, quelli sono intoccabili, vincolati, predeterminati, fissi. In tutti gli organismi viventi. Uomo non escluso.
Questa la verità che il procedimento della scienza porge ad una Ragione che – in obbedienza alla curiosità dell’istinto avventuroso – usi al meglio della più nobile fra le sue dotazioni, quella dell’obiettività: l’uomo è un animale raziocinante, ma non prevalentemente razionale: se lo fosse, sarebbe già estinto.
Questa, è la verità.
Poi, chi vuole illudersi, si illuda. Ma qualcuno deve pur ammonire che il risveglio può essere tragico.

Sergio Gozzoli

(1) Non va tuttavia dimenticata – con tutto il rispetto per le più nobili funzioni mentali – l’importanza dei muscoli glutei e della conformazione dell’arco plantare: sono queste caratteristiche, infatti, che consentono all’uomo solo la abituale posizione eretta.
(2) In realtà è subito primo o subito dopo le sinapsi, a livello dei cosiddetti “recettori” pre e post-sinaptici; ma agli effetti di una comprensione sostanziale del problema questi dettagli sono irrilevanti.
(3) Si trattava di 30 esemplari, in rappresentanza di 4 specie.
(4) o, secondo la più nota dizione internazionalmente accettata, DNA (Deoxiribo Nucleic Acid in inglese).
(5) La differenza anatomica sostanziale fra il cervello umano e quello degli altri primati consiste in un maggiore sviluppo di quelle parti dei lobi frontali anteriori alle aree 6 e 8 incluse le aree sovrastanti le orbite – che nel loro insieme sono chiamate corteccia prefrontale. Un discorso a parte – come detto all’inizio – meriteranno i centri della parola.
(6) Si tratta in fondo di null’altro che di quel che ha dovuto fare la termodinamica statistica per giungere alle sue leggi “universali” : dal momento che non era possibile seguire i comportamenti delle singole molecole una per una, Si studi˜ l’insieme delle popolazioni molecolari e se ne analizzarono i comportamenti con mezzi statistici.
(7) Strutture che ogni logica in attesa di verifica sperimentale – farebbe localizzare, insieme ad affettività, aggressività e sessualità in quella parte di encefalo detta “sistema libico”.
(8) Se noi per esempio “sentiamo” il coraggio come una virtù, e la viltà come un vizio, è anche perchè l’immagine dell’uomo coraggioso è “bella” mentre sgradevole è quella del pavida e del vile; altrettanto bella è l’immagine dell’uomo sincero e schietto, e “brutta” quella dell’ipocrita e del mentitore. E così via.
(9) A seguito di una recente sentenza della Suprema Corte, negli Stati Uniti la morte legale è correlata ad un irreparabile danno al tronco encefalico, anche in presenza di una totale integrità dei centri superiori.