Intelletto e volontà

Natura dell’intelletto e della volontà
La volontà spirituale o appetito razionale è la facoltà che tende al bene conosciuto dall’intelletto (“nihil volitum nisi praecognitum, niente è voluto se prima non è conosciuto”). Essa è realmente distinta dall’appetito sensibile o sensibilità (che si suddivide in concupiscibile e irascibile, S. Th., I, q. 80, a. 2)[1]. La volontà è una tendenza, un desiderio o un appetito razionale, il quale segue la conoscenza intellettuale e non quella sensibile ed è specificata dall’oggetto conosciuto dall’intelletto e presentatole come buono, anche se in realtà non lo è (bene apparente, male reale). Infatti l’oggetto della volontà è il bene anche solo apparente e non può essere il male in quanto male, perché ciò sarebbe contrario alla natura della volontà. Ma un oggetto, prima di ‘essere buono’, deve ‘essere’ o ‘esistere’. Quindi in questo senso la volontà dipende dall’intelligenza: l’intelletto conosce l’essere o la natura intima e vera del suo oggetto, mentre la volontà tende all’essere buono o presentatole come tale. Ora ontologicamente l’essere è anteriore all’essere buono. Perciò in senso assoluto l’intelletto precede la volontà.
La volontà e l’intelletto rispetto a Dio
Tuttavia quando l’oggetto (per esempio Dio) è più nobile dell’anima umana in cui risiedono l’intelligenza e la volontà, allora – in rapporto a questo oggetto – la volontà è superiore all’intelligenza. Infatti, l’atto intellettivo di conoscere “attira” a sé gli oggetti conosciuti perché la loro rappresentazione entra psicologicamente o logicamente (non fisicamente) nell’intelletto. Perciò Dio è conosciuto secondo le capacità finite e limitate dell’intelletto umano, ossia è rimpicciolito al livello delle nostre idee o concetti intellettuali. La ragione umana può conoscere con certezza l’esistenza di Dio, mediante un sillogismo che parte dagli effetti (creature) per risalire alla Causa prima incausata (Creatore); può giungere a conoscere anche qualche proprietà, nome o attributo di Dio (Essere, Bene, Vero…), ma non tutta la sua Natura, che, essendo infinita, sorpassa illimitatamente le capacità conoscitive dell’intelletto umano ed è infinitamente sproporzionata alla finitezza del concetto intellettuale. L’uomo non può formarsi un’idea adeguata di Dio, altrimenti coglierebbe la sua Essenza infinita e il suo intelletto dovrebbe essere infinito, come vogliono gli ontologisti, ma ciò è evidentemente falso. Solo in Paradiso i Beati vedono Dio faccia a faccia nella sua Essenza come è, ma grazie al Lumen gloriae, che è dato da Dio all’intelletto del Beato e lo sopraeleva soprannaturalmente alla capacità di cogliere intellettualmente e intuitivamente la Natura infinita di Dio (Visione beatifica). L’atto della volontà, che è una tendenza verso un oggetto presentatole come buono, esce, invece, fuori di essa per unirsi all’oggetto conosciuto e amato come buono e possederlo o fruire della sua bontà. Perciò già in terra, quando la volontà ama o desidera Dio, è perfezionata, cresce di grado, poiché esce da sé tende e aderisce ad un oggetto infinitamente più nobile di sé.

Causalità reciproca tra intelletto e volontà
Intelletto e volontà non si possono considerare come due agenti separati, ma sono due facoltà di un solo uomo, facoltà distinte ma non separate, che invece di contrapporsi devono collaborare intimamente. Intelletto e volontà sono intimamente legate nella medesima azione: «l’intelletto sa che la volontà vuole e la volontà vuole che l’intelletto conosca» (S. Th., I, q. 82, a. 4, ad 1). Esse sono legate nella libera scelta di un fine, che già Aristotele chiamava “intellezione appettitiva e appetito intellettivo” (Etica Nicomachea, IV, 2). Cronologicamente l’intelletto precede. Infatti la volontà è un appetito o una tendenza razionale, che segue cioè la conoscenza dell’intelletto. Negli scritti di San Tommaso d’Aquino si trova una certa evoluzione o precisazione del suo pensiero. Sino al 1270 (Somma Teologica e De Veritate) l’Angelico attribuisce alla volontà la causalità efficiente e all’intelletto la causalità finale. Invece con la questione De Malo (q. 6, articolo unico) del 1271 san Tommaso specifica[2]: alla volontà spetta la causalità efficiente e finalizzante; all’intelletto spetta la causalità specificante e formale estrinseca o esemplare, con la quale l’intelletto presenta alla volontà, specificandola, un oggetto conosciuto come bene, un esemplare, un modello o un esempio da volere, il quale è condizione essenziale affinché il bene eserciti la sua attrazione (quale modello) sulla volontà e la volontà eserciti la sua causalità finale e tenda a volere il fine o bene propostole come modello dall’intelletto. Ora il bene è il fine, ma il bene è oggetto della volontà e non dell’intelletto. Infatti ogni bene conosciuto finitamente dall’intelletto (fosse anche Dio) non esercita un’attrazione determinante sulla volontà, che resta indifferente e libera ed è lei a scegliere un bene o un altro bene (reale o apparente) come suo fine. Cajetanus scrive: “voluntas ex se sola flectit judicium quo vult” (In Primam partem, q. 82, a. 4). Quindi il bene, anche se prima è stato presentato dall’intelletto come esempio, esercita una causalità finale solo dopo che è stato scelto liberamente dalla volontà. La proposta o l’illuminazione (come quella di un faro), che rende possibile o occasiona la scelta del bene, viene dall’intelletto, però la scelta o il rifiuto (il movimento avanti o indietro, come quello del motore) vengono dalla volontà, non ciecamente, ma razionalmente poiché, la scelta è libera e volontaria, ma valutata e deliberata dall’intelletto: prendo o scelgo con la volontà ciò che con l’intelletto ho valutato come bene per me. Perciò è l’intelletto – nell’ordine statico – che illumina la volontà come causa formale estrinseca o esemplare, che specifica la volontà, presentandole il suo oggetto: l’essere conosciuto come buono, anche se in realtà è cattivo (S. Th., q. 9, a. 1), ma non bisogna misconoscere che la volontà – nell’ordine dinamico o attivo – muove l’intelletto come causa efficiente e finale (S. Th., I, q. 82, a. 4; De Veritate, q. 22, a. 12), sia applicandolo a questo oggetto (matematica) o a quest’altro (filosofia) sia facendogli ponderare il lato buono di un bene finito oppure quello cattivo, poiché l’ente-bene finito è sempre un bonum mixtum malo. L’intelletto offre alla volontà i princìpi o le conoscenze (l’esempio o il modello) per poter tendere verso qualcosa (“niente è voluto se prima non è conosciuto”), le presenta l’essere conosciuto come buono, ma tale presentazione è solo ‘conditio sine qua non’ affinché il bene possa attrarre la volontà. Perciò ogni atto di volontà procede – cronologicamente innanzitutto e materialmente – da un atto dell’intelletto; tuttavia è la volontà che tende poi – formalmente ed efficacemente – all’atto finale dell’intelletto, che è la beatitudine, e in questo senso l’atto di volontà è superiore a quello d’intelletto (S. Th., I-II, q. 4, a. 4, ad 2; Ivi, q. 99, a. 1, ad 3). Perciò la volontà realizza ultimamente l’uomo intero offrendogli il suo fine, che è il bene e la felicità (causalità finale); essa è principio di ogni agire (causalità efficiente) e in questo senso la volontà muove l’intelletto (S. Th., I-II, q. 9, a. 1, ad 3), ma la volontà tende all’atto finale dell’intelletto, che è la beatitudine (S. Th., I-II, q. 4, a. 4, ad 2).

La libertà
Nella produzione dell’atto libero vi è un influsso reciproco tra intelletto e volontà. Ambedue sono facoltà di un unico uomo e sarebbe falso ipostatizzare intelletto e volontà come due soggetti agenti per se sussistenti, di cui l’uno propone e l’altro dispone separatamente. Invece il soggetto che razionalmente propone e liberamente dispone è l’uomo. La volontà sceglie il fine o bene e per mezzo del suo intelletto e della sua volontà muove l’intelletto come causa efficiente a conoscere un oggetto piuttosto che l’altro e infine spinge l’intelletto ad emettere l’ultimo giudizio pratico. La scelta deliberata e consapevole (volizione o elezione) costituisce l’atto libero con cui un uomo accetta (o respinge) un determinato bene finito come in concreto per lui fine buono e ultimo, in cui trovare la felicità. La fase decisiva della produzione dell’atto libero è una scelta che è dovuta all’uomo, il quale si serve assieme dell’intelletto e della volontà: «la scelta è o un’intellezione appetitiva o, meglio, un appetito intellettuale, e il principio che opera tale scelta è l’uomo» (Aristotele, Etica Nicomachea, VI, 2). La scelta è un atto di giudizio voluto o di volizione ragionata. Il giudizio o valutazione è atto dell’intelletto. Per giungere alla scelta libera, che è atto di volontà, bisogna arrivare dal ‘giudizio speculativo’, che mi presenta un oggetto (“ricchezza”) come felicità/bene/fine in maniera assolutamente astratta, universale, valida per tutti o teorica, a quello ‘speculativo-pratico-prossimo’, ove la volontà spinge l’intelletto a ‘deliberare’ (decidere, interrogarsi o stabilire) quale mezzo prendere (“lavorare o rubare”) considerando (valutando o giudicando) se l’oggetto (“ricchezza”) sia veramente fine buono per me e la mia felicità, concretamente, qui e adesso. L’intelletto delibera mentre la volontà ancora si frena o si inibisce di prorompere ad un atto di adesione definitiva che vuole ultimamente un mezzo (“non-rubare, ma lavorare”), come atto a cogliere il fine/bene/felicità. Inoltre è la volontà che spinge efficientemente l’intelletto a concentrare la sua attenzione su un aspetto o un altro del bene in considerazione (“ricchezza”) e a deliberare o decidere in maniera più approfondita quale mezzo prendere (“non-rubare”) per giungervi. Quindi si giunge al ‘giudizio pratico-pratico’ o ultimo pratico, che è la scelta concreta libera e cosciente (o il rifiuto) del mezzo (“non-rubare”) atto a farmi cogliere il fine/bene/felicità (“ricchezza”). Tale bene, che è conosciuto dall’intelletto finitamente ed è così presentato alla volontà, viene scelto dalla volontà come concretamente, qui e adesso, un bene totale o fine ultimo, in cui trovare la beatitudine. Questa scelta è un giudizio pratico dell’intelletto, che mi fa dire “per me hic et nunc la ricchezza è il bene assoluto, il mio fine ultimo in cui trovo la felicità e per giungervi debbo “non-rubare”, ma lavorare. Ora in questo ‘giudizio pratico-pratico’ intervengono cronologicamente assieme intelletto e volontà, ma l’intelletto influisce sulla volontà come causa esemplare o formale estrinseca (“non-rubare” è l’esempio, il modello da seguire e volere per essere felici o ricchi); tuttavia il giudizio intellettivo diviene pratico-pratico o ultimo poiché la volontà liberamente spinge l’intelletto a dare l’assenso ad esso e poi la volontà lo accetta come bene totale o fine ultimo. Infatti, trattandosi di un bene finito, che è sempre unito ad un certo lato spiacevole (bonum mixtum malo) la deliberazione dell’intelletto (stabilire quale mezzo prendere: “rubare/non-rubare”) da sé sola non può concludersi a un giudizio definitivo o ultimo. Vi è indeterminazione da parte dell’oggetto buono che è finito, ma vi è auto-determinazione della volontà. Infatti “libero arbitrio” significa che la volontà è arbitra o sceglie di prendere un mezzo (“non-rubare”) più che un’altro (“rubare”), senza essere determinata dal giudizio speculativo o intellettuale. L’atto libero è primariamente, formalmente e sostanzialmente un atto di volontà, ossia emesso dalla volontà, che è illuminata secondariamente, materialmente e accidentalmente dall’intelletto quale causa esemplare. Allora è la volontà che spinge come causa efficiente e finale l’intelligenza a soffermarsi su un dato aspetto del mezzo in questione e a giudicarlo come hic et nunc il migliore per me, “non-rubare”, ponendo fine alla ‘deliberazione’ intellettuale e giungendo alla ‘scelta libera’ della volontà. Siccome manca l’evidenza intellettuale di fronte ad un bene finito, allora è la volontà che liberamente muove l’intelletto ad un ‘assenso’ giudicativo e ‘sceglie’ liberamente. Questa scelta, compiuta sotto l’influsso mutuo dell’intelletto e volontà, è formalmente atto della volontà, sia poiché la scelta non è atto intellettuale ma volitivo, sia perché la causalità efficiente della volontà sull’assenso intellettivo è più importante di quella esemplare illuminatrice dell’intelletto sulla volontà. Una volta posto questo ‘giudizio pratico-pratico’ su un dato mezzo come atto hic et ninc a farmi cogliere il bene totale e fine ultimo in cui essere felice, allora la volontà vuole immancabilmente tale mezzo, poiché è appetito razionale, altrimenti sarebbe appetito irragionevole e dall’altra parte rinuncerebbe alla sua felicità, al fine ultimo e al bene totale, ossia vorrebbe il ‘male in quanto male’, ma ciò ripugna alla natura della volontà che è ordinata al bene. La libertà deriva, dunque, dalla mancanza di proporzione tra la volontà razionale che è specificata da un Bene universale e un bene finito e particolare, che è buono sotto un aspetto e non-buono sotto un altro aspetto e assolutamente sproporzionato alla ampiezza illimitata della volontà specificata dal Bene universale (De Veritate, q. 22, a. 5). Amare Dio, che in sé è infinito ma è conosciuto da me finitamente, è un qualcosa che ha il rovescio della medaglia (bene in sé, misto a male per me). Infatti per amare Dio debbo rinnegare il mio amor proprio e quindi è un bene reale che a me e al mio egoismo appare come un “male” apparente (S. Th. I, q. 83, Ivi, I-II, q. 10, aa. 1-4). Ora, se è l’intelletto a presentare alla volontà un oggetto come indifferente, ossia finito e quindi buono sotto un aspetto e non-buono sotto un altro aspetto, è, invece, la volontà che fissa l’intelletto a considerare l’aspetto buono in sé o sgradevole per me dell’oggetto conosciuto e a farmi giudicare pratico-praticamente e perciò scegliere liberamente l’uno o l’altro (S. Th., I-II, q. 57, a. 5, ad 3um; Ivi, q. 58, a. 5): “Video meliora proboque, sed deteriora sequor”; “vedo le cose buone e le approvo speculativamente, ma praticamente faccio quelle cattive”. «C’è qui un influsso reciproco tra intelletto e volontà, come una specie di matrimonio tra le due facoltà» (R. Garrigou-Lagrange, La sintesi tomistica, Brescia, Queriniana, 1953, p. 203; Id., Dieu, son existence et sa nature, Parigi, Beauchesne, 1928, pp. 590-657). Ora il male morale consiste proprio nella difformità tra giudizio speculativo e libera elezione della volontà. Per cui il male morale o peccato non è ignoranza (Socrate), ma cattiva volontà[3].

L’uomo è intelligente e libero, non è solo intelletto non è sola volontà
Tomisticamente non bisogna mai dimenticare che è tutto l’uomo anima e corpo, con l’intelletto, la volontà, la sensibilità e le passioni (“nihil in intellectu quod prius non fuerit in sensu”; “nulla entra nell’intelletto se prima non passa attraverso i sensi”), che conosce e vuole ed agisce, per cui bisogna educare la sensibilità e le passioni ad obbedire alla volontà, e questa all’intelletto e viceversa. Padre Reginaldo-Garrigou Lagrange scrive: «se nego il valore della intelligenza retta, comprometto la bontà dell’azione libera e volontaria. La volontà deve essere educata, illuminata e rettificata dalla sana e retta intelligenza e dal giudizio speculativo vero circa il Fine ultimo. Non si può amare Dio, Sommo Bene e Vero, senza la retta conoscenza della realtà. Tuttavia, l’intelletto pratico, che sceglie i mezzi, dipende dalla buona volontà. Ognuno giudica praticamente secondo la propria tendenza: se l’inclinazione del proprio appetito sensibile o razionale è cattiva (l’ambizioso), il giudizio pratico non è retto (per me qui e adesso è bene rubare). La verità del giudizio dell’intelletto pratico dipende dalla buona volontà» (La sintesi tomistica, Brescia, Queriniana, 1953, p. 203).

L’importanza di una buona volontà
San Tommaso insegna: «Penso […] perché voglio pensare» (De malo, q. 6, a. 1; Summa contra Gent., lib. I, cap. 72). Se mi manca la buona volontà non metto a frutto l’intelligenza o la metto malamente a frutto per fare il male. «Mediante la volontà ci gioviamo di tutto ciò che si trova in noi. Per cui è chiamata buona non la persona intelligente, ma quella che ha la buona volontà» (S. Th., I, q. 5, a. 4, ad 3). Infatti la nostra anima mantiene la grazia infusa da Dio in forza della buona volontà (S. Th., I, q. 83, a. 2, sed contra). La libertà vera consiste nella scelta libera di voler amare Dio e «più amiamo Dio, più siamo liberi» (In III Sent., dist. 29, a. 8, quaestiunc. 3, n. 106, sed contra). Per cui «la vera libertà è libertà dal peccato; mentre la vera schiavitù è la schiavitù del peccato» (S. Th., II-II, q. 183, a. 4). Se l’intelligenza rende l’uomo dotto, la volontà lo fa virtuoso.

Non separiamo ciò che Dio ha unito
Ecco l’importanza di non separare ciò che Dio ha unito in matrimonio: intelletto e volontà, ma di farli cooperare unitamente e subordinatamente come causa formale estrinseca che illumina (intelletto) ed efficiente e finale che muove (volontà) l’uomo a conoscere il vero e ad agire bene. L’uomo è composto di anima (in cui si trovano l’intelletto e la volontà) e corpo (in cui vi sono la conoscenza sensibile: sensi esterni, interni e l’appetito sensibile: irascibile e concupiscibile). La sola intelligenza senza la buona volontà porta al male, la sola volontà senza conoscenza è cieca e devia, sbanda, si schianta. Inoltre le passioni sensibili debbono essere educate a rispondere positivamente alla buona volontà per essere applicate alla conoscenza del vero. Altrimenti prendono il sopravvento e trascinano l’intelletto e la volontà verso oggetti falsi e cattivi. Occorre coltivare il corpo con i suoi sensi esterni (vista, tatto, gusto, olfatto e odorato) ed interni (memoria e fantasia…), l’appetito sensibile (irascibile e concupiscibile), le passioni (ira, odio, amore, timore…); poi l’intelletto a conoscere il vero e rifiutare il falso ed infine la volontà ad amare il bene ed odiare il male. “Fa il bene ed evita il male, questo è tutto l’uomo”. Non siamo solo ‘ragione pura’, nemmeno ‘volontà assoluta’, neppure solo istinti, sensi, passioni, ma un misto di queste cose che debbono lavorare assieme, subordinatamente a farci cogliere il nostro vero Fine ultimo conosciuto ed amato. L’Imitazione di Cristo ci insegna che il giorno del Giudizio non ci verrà chiesto ciò che abbiamo letto, detto o scritto, ma ciò che abbiamo voluto e fatto. L’ideale è la retta scienza accompagnata dalla buona volontà (“doctus cum pietate, pius cum doctrina”), conoscere per amare e voler conoscere per poter amare sempre meglio. Senza dimenticare che abbiamo un corpo con i suoi sensi e le passioni, che vanno educate e innalzate dalla conoscenza amorosa del Fine ultimo e non represse, altrimenti scoppiano e si rivoltano. “Chi vuol far l’angelo, finisce per diventare una bestia”. L’uomo è un’unità sostanziale di anima e corpo, sensibilità, intelletto/volontà e tutto deve essere utilizzato in armonia e gerarchia allo scopo finale. L’uomo completo dovrebbe tendere, pian piano e soprattutto con l’aiuto di Dio, ad acquisire una intelligenza profonda, chiara, riflessiva, penetrante, agile, viva e rapida, non superficiale, non fredda, arida o egoista, ma accompagnata da un caldo e intenso amore di Dio e del prossimo. Una volontà forte, ferma, costante, attiva e tenace, non timida, ma impavida e accompagnata dalla bontà di cuore, evitando la pignoleria e la meticolosità ristrette, la durezza, l’ostinazione, l’insensibilità. Infine la sensibilità, controllata da intelletto e volontà, dovrebbe arricchire l’appetito irascibile con la benignità, la serenità, la compassione, l’affabilità e l’espansività, senza durezza di cuore e l’appetito concupiscibile con la padronanza di sé e la flemma, la costanza, la metodicità, la perseveranza e la prudenza, schivando l’angelismo come pure la schiavitù o la dipendenza dalle passioni o dagli istinti disordinati[4]. Per cui intelletto, volontà e sensibilità debbono concorrere al perfezionamento dell’uomo assieme e subordinatamente.

don Curzio Nitoglia

[1] La volontà razionale e spirituale è illuminata dall’intelligenza ed è specificata dal bene universale, che solo l’intelligenza può conoscere. Invece l’appetito sensibile, chiamato anche sensibilità, è illuminato direttamente dalla conoscenza sensibile (sensi esterni e interni: vista, tatto, udito…/immaginazione e memoria…) ed è specificato dal bene sensibile, utile o dilettevole. Questa è la distanza immensa tra volontà e sensibilità, che oggi è negata a pie’ sospinto, non solo dagli psicologi freudiani, ma anche dai “teologi” modernisti, che si basano sul sentimento o esperienza religiosa, dopo aver volto le spalle alla ragione illuminata dalla Fede e alla volontà fortificata dalla Carità.
[2] Cfr. O. Lottin, Psychologie et morale aux XII et XIII siècles, Gembloux, 1942, I, pp. 225-389; Id., Morale fondamentale, Tournai, 1954, pp. 96-100.
[3] Cfr. C. Fabro, Riflessioni sulla libertà, Rimini, 1983.
[4] Cfr. A. Tanquerey, Compendio di teologia ascetica e mistica, Roma, Desclée, VIII ed., 1954, A. Royo Marin, Teologia della perfezione cristiana, Roma, Paoline, 1960.