Intervista a un italiano

Modugno

Riportiamo l’intervista al pugile Matteo Modugno, campione italiano dei pesi massimi. Perchè? Perchè a dispetto di tutto e di tutti siamo ancora fieri di essere italiani. Proprio come l’indimenticato Carnera, praticando con successo e fierezza (e come spiega lui stesso dimenticato dai media) questo sport antico e tradizionale, il giovane Modugno ci aiuta ad andar fieri della nostra italianità. 

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Buono è buono, come il pane, e anche di più, visto che per soprannome lo chiamano Grissino. Alto è alto, 1,98, anche se di 7 centimetri inferiore a Primo Carnera. Pesante è pesante, 125 chili, la medesima stazza del mito di tutti tempi, ma c’è stato un periodo in cui era arrivato a 170. Il confronto lo penalizza un pochino nella taglia delle scarpe: 47 contro 52. Per il resto Matteo Modugno, campione italiano dei pesi massimi, sembra proprio la reincarnazione del Maciste di Sequals, che fu il primo connazionale a laurearsi campione del mondo nella stessa categoria.

Era il 29 giugno 1933 quando il ciclope friulano conquistò il titolo, che però perse meno di un anno dopo. Era il 16 dicembre 2011, come oggi, quando sul ring del palazzetto dello sport di Rezzato (Brescia) il colosso piacentino spodestò alla decima ripresa Paolo Vidoz, detto Titanium jaw per via della placca di titanio impiantatagli dai chirurghi nella mascella frantumata, che regnava incontrastato dal 2002. Il giro di boa psicologico del primo anno sul trono è dunque superato. E all’orizzonte non si vedono sfidanti.
Trascorsi 365 giorni, resta solo da capire perché mai una pasta di ragazzo, che a soli 24 anni ha iscritto il proprio nome nell’albo d’oro della prima categoria del pugilato, sia sempre stato ignorato dall’agenzia Ansa, persino quando vinse il titolo di campione italiano, e non abbia mai avuto uno straccio di citazione non dico sul Corriere della Sera ma neppure su Wikipedia. L’unico riconoscimento gli è venuto dalla Gazzetta dello Sport: un pezzullo di 247 parole uscito due giorni dopo che aveva battuto Vidoz, in cui appena tre righe, tre, erano dedicate a lui. Per il resto, solo qualche breve.
Modugno si presenta sorridente al palazzetto dello sport di Parma, città in cui s’è trasferito per prendere lezioni dal suo allenatore Maurizio Zennoni, che lui chiama con deferenza «il mio maestro», in ciò fedele al primo comandamento dei Doveri del pugilatore incorniciati all’ingresso: «Rispettare sempre e dovunque i propri superiori», e al quarto: «Nell’entrare in palestra togliersi il cappello e salutare il maestro», e al quinto: «Salutare il maestro nell’uscire dalla palestra». È scortato dalla compagna Francesca, una longilinea avvocata con la quale convive da tre anni, che ha rinunciato alla professione per fargli da consulente e anche per marcarlo stretto: «Sa com’è, il fascino assassino del pugile macho… Siamo sempre inseguiti dalle chiacchiere di spogliatoio», svia i sospetti il moroso. Ha l’arcata sopraccigliare sinistra rabberciata da un filo di sutura somigliante a quello di refe che si usa per arrotolare l’arrosto di vitello: «Non è niente. Solo 4 punti, rimediati a un match che ho disputato a Cardiff». Devono essere stati assai più brutti, a vedersi, i 14 punti praticatigli in passato nell’arcata destra, che gli hanno mozzato il pezzo finale del sopracciglio, e gli altri 10 sullo zigomo sottostante. Il bicipite e l’avambraccio sinistro sono occupati da un raffinato tatuaggio del suo idolo, Cassius Clay, completato dallo slogan «Impossible is nothing» e da un papello dermatologico inciso in minuscoli caratteri corsivi, talmente prolisso da scoraggiare qualsiasi tentativo di lettura.
Il campione mi racconta che, due mesi dopo essere venuto al mondo, la sua famiglia dovette emigrare da Piacenza a Marene, nel Cuneese, dove il padre Pasquale, vicebrigadiere dei carabinieri, era stato trasferito. Un marcantonio anche lui: 1,85 di altezza. E pure il fratello minore Lorenzo, che ha 17 anni, promette bene: 1,90. «Finite le medie, mi sono iscritto prima all’Itis e poi all’istituto per geometri, ma dopo un biennio ho capito che la scuola non faceva per me. Ho trovato lavoro come apprendista idraulico. Mangiavo troppo, ero privo di un obiettivo, non avevo rispetto di me stesso. Un giorno Tony Dalmasso, istruttore della Savigliano boxe, mi ha visto trascinare per strada i miei 170 chili. “Se vieni in palestra, te li faccio buttar giù”, mi ha detto. L’ho ascoltato. Era l’ottobre 2006. Mi sono messo a dieta e ho cominciato ad allenarmi. Io volevo solo dimagrire, non pensavo di fare il boxeur. È stato Dalmasso a intuire che potevo diventare un buon pugile e a indirizzarmi al mio maestro. Mi ha cambiato la vita».
Si ricorda a chi diede il primo cazzotto da ragazzo?
«A nessuno. Ha presente il gigante buono del Miglio verde? Ecco. Ero troppo buono persino sul ring. La fatica peggiore è stata proprio tirar fuori un po’ di cattiveria per non finire al tappeto».
Almeno ricorderà chi rifilò il primo gancio a lei.
«E come no! Gianluca Mandras, peso massimo umbro, durante un allenamento qui in palestra. Vidi le stelline».
Il primo combattimento?
«Nel febbraio 2007, a Torino, come dilettante. Vinto per k.o. alla prima ripresa. Non sapevo nemmeno che cosa stessi facendo».
Non era facile battere Vidoz, medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Sydney del 2000.
«Aveva già 41 anni e si sarebbe potuto ritirare imbattuto. Rovinargli l’uscita di scena è stato un dispiacere, prim’ancora che una soddisfazione. Non dimentico che Vidoz diventò campione europeo dopo aver accettato la sfida con soli cinque giorni di preavviso».
Non conosco la boxe. Che significa?
«Che se un pugile viene a suonarti il campanello e tu non rispondi all’invito a salire sul ring per difendere il titolo, passati sei mesi lo perdi d’ufficio».
Le è già capitato? Che qualcuno bussasse alla sua porta, intendo.
«Sì, mi ha sfidato Rosario Guglielmino. Abbiamo combattuto a Maclodio, nel Bresciano, il 18 maggio. Ho vinto per k.o. alla terza ripresa. Dopo di allora, non s’è fatto vivo nessun altro».
Di che vive il pugile professionista?
«Bella domanda. In Italia campa di sogni. Per fortuna esiste la Dolce & Gabbana Milano Thunder, una squadra che partecipa al campionato mondiale delle World series of boxing. Dall’ottobre scorso mi stipendiano loro».
Quanto?
«La paga di un impiegato, più i gettoni premio in base ai risultati. Prima ero costretto ad arrangiarmi come buttafuori della discoteca Dadaumpa di Parma. Non è piacevole mettersi lì all’ingresso di notte a dire: tu entri, tu no».
Avrà fatto entrare tutti, buono com’è.
«Mica tanto. Ci sono regole non scritte da osservare: in genere si selezionano solo clienti italiani, maggiorenni, eleganti. Complicato».
Quale stazza ha un peso massimo?
«Dai 90 chili e 750 grammi in su. Ma io devo perdere almeno altri 10 o 15 chili per essere degno del nomignolo di Grissino che mi dato il mio maestro dopo avermi visto scendere da 170 a 125».
S’accontenti. Pesava come Giuliano Ferrara, che ritiene la dieta un attentato all’identità individuale.
«Prima mangiavo a ogni ora del giorno e della notte. Oggi sono più regolato. Ho sostituito i carboidrati con carne, pesce e verdure, accompagnati da 100 grammi di pane integrale».
La pasta mai?
«Solo una volta la settimana. Due etti e mezzo più il condimento. Ma se con Francesca mi capita di buttar giù mezzo chilo di spaghetti, non ne avanzo».
Come mai tutti parlano di Federica Pellegrini, anche quando fa cilecca, e invece nessuno scrive una riga su Matteo Modugno?
«Io non interpreto gli spot di Enel energia e dei Pavesini. Perché i mass media dovrebbero parlare di me? Fa più notizia un fidanzato rottamato che un primato. E poi i pugili professionisti non possono partecipare alle Olimpiadi».
Mi sembra una spiegazione insufficiente.
«C’è una censura sociale. Il pugilato è considerato un disvalore. Eppure insegna a lottare, a rialzarsi quando si viene colpiti, come dice Emilio Del Bel Belluz, un avvocato trevigiano cantore e storico di questo sport. La Rai non trasmette più i match in prima serata perché li giudica violenti».
Che siano violenti non ci piove: oltre 500 morti in 120 anni.
«Calcolati su un totale di quanti pugili, scusi? Le statistiche vanno interpretate. E che mi dice dei calciatori stroncati da arresto cardiaco in campo o di quelli – fino a oggi 35, mi pare – deceduti per sclerosi laterale amiotrofica? E dei ciclisti dopati, alla Marco Pantani? E dei piloti morti in Formula 1 o sui circuiti motociclistici, come Marco Simoncelli? Non creda che correre ai 360 orari sia meno pericoloso che tirare di boxe».
Il documento finale della 35ª assemblea medica mondiale recita: «Contrariamente agli altri sport, scopo fondamentale della boxe è quello di infliggere un danno corporeo. Si raccomanda che sia interdetta».
«Se praticato in modo professionale, il pugilato sul ring non è poi così rischioso». (Francesca dissente: «Ci sono match che andrebbero fermati»). «È vero, ma come fai a fermare Floyd Mayweather che sta martellando Oscar De La Hoya se la borsa in palio è di 40 milioni di dollari e a bordo ring ci sono spettatori del calibro di Clint Eastwood e Sylvester Stallone che hanno pagato 20.000 dollari per vederti gareggiare?».
Business is business.
«Un incontro di pugilato negli Usa muove 200 milioni di dollari. Da noi un biglietto d’ingresso costa 15 o 20 euro».
Il 20% dei pugili professionisti sviluppa una malattia neuropsichiatrica. Non ha paura di finire come Cassius Clay, affetto dalla sindrome di Parkinson?
«Basta non strafare. Muhammad Ali continuò a combattere nonostante sapesse d’essere già malato».
Ha letto l’inedito di Vladimir Nabokov pubblicato di recente sulla Repubblica? «Pochi spettacoli sono sani e belli quanto un incontro di boxe», scriveva l’autore di Lolita.
(Scuote la testa). «Belli sì. Ma sani… Se la gente sapesse che cosa c’è dietro».
Che cosa c’è?
«Ha presente ciò che accade nel mondo del calcio? Lasciamo perdere, va’. E poi non c’è ricompensa. Per la sfida vinta contro Vidoz ho avuto 3.500 euro, per difendere il titolo contro Guglielmino me ne hanno aggiunti 500. E devo pagarmi visite mediche, trasferte, materiale sportivo, commercialista. Il professionismo italiano fa ridere».
Potrebbe uccidere con un pugno?
«Sì, anche a mani nude».
Le serve il porto d’armi per le mani.
«Se solo venissi coinvolto in una rissa, la Federazione pugilistica mi toglierebbe la licenza. Non ho mai provato l’impulso di picchiare qualcuno, neppure da buttafuori, quando gli insulti toccavano madre, padre e fidanzata. Se subisco un torto non riesco a vendicarmi. Oddio, se mi toccassero Hero, Ranja e Meggy, lì sì potrei fare danni grossi».
Di chi sta parlando?
«Dei miei cani, due segugi e un dobermann. Idem se mi toccassero Gaultier e Alain, i miei due gatti».
C’è qualche personaggio al quale darebbe volentieri una sventola?
«Devo pensarci». (Pensa a lungo). «Forse al Trota, il figlio di Umberto Bossi».
Che peso ha il dolore per un pugile?
«Quello fisico? Nessun peso. In combattimento l’adrenalina è così alta che non senti il male neanche se ti spaccano la faccia. Il peggio viene nella settimana seguente, con guai articolari e contratture. Per recuperare dopo un match di 10 round serve un mese».
Non teme di ritrovarsi con il volto tagliato, il setto nasale rotto, un orecchio sfrangiato?
«Non lo metti in conto. Tutt’e due i pugili salgono sul ring dicendosi in cuor loro: vinco io».
La sua fidanzata assiste ai combattimenti?
«Sì. Tifa e soffre».
Fece bene Umberto Veronesi, da ministro della Salute, ad autorizzare le donne a salire sul ring?
«No. Il pugilato è una disciplina tutta maschile, nella quale conta soprattutto il fisico».
Quand’è stata l’ultima volta che s’è commosso?
«Vedendo il film Hachiko, il cane che per anni aspetta invano alla stazione il ritorno del suo padrone morto».
E l’ultima volta che ha pianto?
«Per Jago, il mio dobermann, ucciso da un tumore».
Il suo idolo Cassius Clay diventò pugile perché un poliziotto lo mandò a sfogare la rabbia in palestra dopo che gli avevano rubato la bicicletta. Lei quando è infuriato che fa?
«Mangio».

(Intervista di Stefano Lorenzetto tratta da Il Giornale)