Lo Hobbit visto da destra

Lo Hobbit visto da destra

Gandalf

D’accordo, confesso. Ma non datemi contro e leggete fino in fondo. Ora la sparo grossa: a me Tolkien non è mai piaciuto. E proprio per niente. Perbacco! Ecco l’ho detta. E adesso? Adesso vi spiego. Sarà perché, ancora sotto i trenta, certi percorsi li ho dovuti obbligatoriamente percepire come già vecchi (mi perdonino gli amici più esperti), ma il Signore degli Anelli, “la nostra Bibbia”, lo lessi con l’entusiasmo di un cresimando. Rinneghi? Confermi? Boh, e che due palle le canzoni di nani e hobbit. Salta pagina che tanto su sta roba non mi interrogano…

Ecco, ho confessato. Ho letto Tolkien come una versione più easy e cool del ridondante “mito incapacitante”: un mondo a parte dove poter facilmente individuare buoni e cattivi, alleati e nemici, cose degne di fede, onore e lealtà. Una scorciatoia in grado di portare lontano dalle selve intricate e tristi del primo neofascismo, e qui capisco, rispetto e prego; un sogno ad occhi aperti nel piattume plastico dell’era post-politica. E qui capisco meno, tanto da cercare la nostra piccola grande narrazione in altri fili rossi e disperati che da La Rochelle salgono tirati intatti fino a Palahniuk.

Mi ritrovo così al cinema, sala gremita, per la seconda ondata tolkieniana. Lo faccio mentre una comunità umana è ormai ridotta al lumicino, senza progetti, senza forma e soprattutto senza casa; e la trasposizione de Lo Hobbit mi piace. Mi piace eccome. Ritrovo un Tolkien diverso dal ricordo catechistico: la retorica ansiogena del male è ancora distante, c’è un solo obiettivo, vitale e solare: partire, in marcia, ubriachi e felice per riprendersi una patria. La Compagnia di Nani è una brigata diversa dal tormentato gruppo dell’Anello. E’ una sodalità forte, in lotta contro l’estinzione, tradita dalle altre razze, incompresa dalle gerarchie “magiche”: in poche parole, anarchica fuori quanto in ordine dentro.

Bilbo, poi, è il tocco in più di J.R.R, quel tocco grandioso che l’Anello penitente soffoca nella trilogia successiva: è il perfetto ricordo dell’eterno Occidente, dello studioso che si sporca le mani, della cultura che si fa azione, dell’Ulisse che abbandona ogni certezza per il gusto del divenire e del certamen.

Sì, mi è piaciuto e tanto. Forse perché invecchiando comincio ad apprezzare anch’io le belle storie che sanno di scorciatoia. O forse perché nella piccola, grande, narrazione della destra, alcune suggestioni diventano suggerimenti: sporcarsi le mani, uscire da libri e mappe, ubriacarsi, fra noi, burberi come nani ma aperti e ostili al mondo, aperti e ostili a ciò che è necessario pur di ritrovare casa. Suggestioni e suggerimenti. Ripartiamo da qui.

(A cura di Giacomo Petrella)