Il ritorno di Erode

aborto 11 settimane

Il prossimo 15 gennaio, due bioeticisti italiani (Alberto Giubilino e Francesca Minerva) – ospitati dall’Università Vita-Salute San Raffaele – terranno un seminario intitolato Aborto post-natale: il dibattito
bioetico odierno. In un famoso articolo pubblicato sul Journal of Medical Ethics, Alberto Giubilino e Francesca Minerva si spingevano più in là, chiedendosi: perché il neonato dovrebbe vivere? Una domanda folle, se si considera che Aristotele definiva la follia non solo mancanza di senno, ma anche l’uso scorretto della ragione.
“Sragionanado”, Alberto Giubilino e Francesca Minerva affermano che il neonato gode dello stesso status
del feto, quello di non persona. Persona, infatti, sarebbe solamente colui che è in grado di «attribuire alla
sua esistenza almeno un valore di base». Se questi illustri bioeticisti avessero studiato qualcosa dell’aborto,
saprebbero che il feto – quello che loro considerano un ammasso di cellule – si difende con forza contro gli
strumenti di morte che i “medici” usano contro di lui per triturarlo e, infine, aspirarlo.
Ovviamente, i due bioetecisti propongono di guardare alla legislazione dei Paesi Bassi, una cloaca che concede ogni perversione: droga libera nei coffee shop, “matrimoni omosessuali”, libertà per il partito pedofilo (fino al 2010), eutanasia a domicilio e, grazie al protocollo Groningen, infanticidio nel caso in cui il
bambino dovesse essere affetto da gravi malattie. Una di queste? La sindrome di Down. O quella di Treacher Collins, che deforma il viso dei neonati ma che – comunque – non intacca le loro capacità logiche. In questo caso, si uccide il bambino in quanto brutto, non in quanto incapace di intendere e di volere. Il “crimine” sarebbe di lesa beltà.
Giubilino e la Minerva non sanno che «la qualità più alta e preziosa della Natura non è la bellezza, bensì la
sua generosa e spavalda bruttezza. Se ne potrebbero fare cento e più esempi. Il gracchio del corvo, in sè, è
odioso quanto lo strepito di una galleria ferroviaria londinese. Eppure, rapisce come una tromba con la sua
ruvida piacevolezza e onestà, e l’amante di Maud avrebbe potuto addirittura convinversi che questo orribile rumore somigliava al nome della sua amata. Il poeta, per il quale la Natura è fatta solo di rose e gigli, ha mai sentito il grugnito di un maiale? È un suono che fa del bene: un suono forte, sbuffante, prigioniero, che si fa strada fuggendo da impenetrabili prigioni sotterranee attraverso ogni possibile apertura d’organo. Potrebbe essere la voce della terra stessa, che russa nel suo grande sonno. Questo è il valore più profondo della Natura: il valore che deriva dal suo immenso infantilismo. Essa è instabile, grottesca, solenne e felice come un bambino» (Gilbert Keith Chesterton, L’imputato).
Un bambino deforme, secondo Giubilino e Minerva, vivrebbe una situazione di grande disagio e, per di più,
potrebbe creare danni psicologici anche ai genitori. Dunque, per i due campioni dell’antiumanità, il solo fatto di procurare danni psicologici a qualcuno, per la semplice ragione di esistere e di essere come si è, sarebbe sufficiente a giustificare la soppressione dell’essere umano innocente recante disagio psicologico. È
evidente che tutto è possibile, una volta ammesso – con l’introduzione dell’aborto di Stato – il principio della liceità dell’uccisione dell’essere umano innocente e indifeso: è solo una questione di tempo. Che fare,
quindi, se non ammazzarlo? Logica stretta, che però non tiene conto del fatto che l’uomo non coincide solamente con la ragione.
Un esempio pratico: tempo fa, è morto il figlio cerebroleso di un’amica di famiglia. Era in grado di muovere
solamente gli occhi e, sempre raccolto su se stesso, ricordava una foglia autunnale aggrinzita o un piccolo
ramoscello nervoso reciso dall’albero. Secondo la definizione di Giubilino – Minerva, una non persona.
Ebbene, alla morte di Martino (questo era il suo nome), sua mamma scrisse: «la tua nascita non è stata una
disgrazia, ma una grazia che il Signore ci ha dato. A volte, ti ricordi, ti chiamavo Gesù. In ogni istante tu me
lo richiamavi. Adesso io sono pronta a lasciarti andare perché ho imparato che questa familiarità con Gesù è quella che tu mi chiedi di vivere con tutti, è l’eredità che mi hai lasciato. Ci dici “io ho assolto bene la missione che il Signore mi aveva affidato e la mia vita sarebbe inutile se non fosse richiamo a voi che a vostra volta avete il compito di vivere ogni istante della vostra esistenza come risposta a ciò che il Signore vi
chiede”. Te ne sei andato via fisicamente quando abbiamo capito che la carità deve diventare quotidianità
nella nostra vita perché l’amore che Dio ha dato a noi dobbiamo donarlo agli altri perché Ti amino, Ti riconoscano e capiscano che non possiamo vivere senza di Te, Signore. Ti prometto Marty di essere fedele
all’opera che hai iniziato perché in questi anni ho sperimentato che seguire il Signore attraverso le circostanze anche faticose, corrisponde al desiderio di felicità che c’è nel mio cuore. Aveva ragione S.Agostino, Marty. Lui diceva “non ti chiedo Signore perché me lo hai tolto, ma ti ringrazio, Signore, perché
me lo hai dato”. Ciao Marty».
L’odio nei confronti dei bambini è il riflessio dell’odio che i bioeticisti à la page provano nei confronti del
Creatore in quanto «l’aspetto buffo dei bambini è forse il più tenero dei leganti che tengono insieme il Cosmo. La dignità instabile dei loro testoni commuove più di qualsiasi umiltà; la loro sollenità dà più speranza di mille orge di ottimismo; i loro grandi occhi pieni di luce sembrano contenere tutte le stelle del
loro stupore; e il fatto curioso che non abbiano il naso sembra fornirci l’indizio migliore del genere di umorismo che ci attende nel regno dei cieli» (Gilbert Keith Chesterton, L’imputato).

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