Equivoci sulla socializzazione

Equivoci sulla socializzazione

Questo mio intervento si propone un doppio scopo, che nello scampolo di vita che mi resta spero mi venga concesso di raggiungere almeno in parte:
Il primo è quello di fare intendere ai molti camerati, sia giovani che anziani, che uniscono ad una encomiabile fede, sinceramente sentita, una singolare carenza di studio e di documentazione, quale sia stato il significato e la portata della Socializzazione delle imprese, voluta, studiata, progettata e portata in fase di realizzazione dal Fascismo, con un processo ininterrotto che va dall’aprile 1926 al febbraio 1944 (quindi, non solo dalla R.S.I., come i predetti mostrano di credere). Della socializzazione e dei suoi taumaturgici effetti, anche se -in ipotesi- applicata oggi, è ormai di prammatica essere entusiasti, ma occorre diffidare dell’entusiasmo. Esso è un moto dell’animo, che, alla pari del fanatismo, può essere provocato anche con bassi espedienti. Assai meglio, e più affidabile, è la convinzione, profondamente sentita e motivata, al pari di quella maturata in me, grazie anche all’insegnamento di mio Padre, che, mentre io ero al combattimento contro gli invasori, fu del corporativismo e della sua fase socializzatrice uno dei più umili ma più alti maestri e realizzatori.
Ebbene, la tesi secondo cui il “vero Fascismo” sarebbe solo la Socializzazione del ’44, mentre il precedente non sarebbe stato altro che una serie di compromessi col capitalismo è talmente stolta ed irreale che si sarebbe tentati di liquidarla in poche parole. Mussolini stesso ci ha trasmesso l’insegnamento basilare che il grande demiurgo, per geniali che siano le sue intuizioni, se veramente vuol servire il suo popolo, deve far sempre i conti con la “mutevole e complessa realtà”. E qual’era la realtà e la mentalità economica in cui Egli iniziò ad operare, se non quella capitalistica, secondo cui l’iniziativa (e il rischio d’impresa) spettava agli imprenditori, mentre i lavoratori non avevano altro diritto che a un equo compenso, che peraltro dovevano tutelarsi da sè (sindacalismo)? Altra realtà (tutt’altro che mutevole) da tener presente era che il popolo lavoratore ha continuativamente bisogno di avere un tetto sulla testa, qualcosa da mettere in pentola, vesti per coprirsi e cure mediche se malato, e che le “ideologie” roboanti sono un pessimo riparo contro le intemperie. Eccoli, i “loschi compromessi” di Mussolini! Meglio forse la “coerenza ideale di un Robespierre o di un Lenin e poi Stalin, sguazzanti nel sangue dei loro compatrioti , e celebranti con esso il trionfo degli speculatori ?
La mia seconda aspirazione è quella di guarire tanti miei cari amici giovani e meno giovani dal malvezzo di ingolfarsi in polemiche e prese di posizione su questioni anche fondamentali per la nostra “Weltanschauung”, avendone solo una vaga nozione per sentito dire.
Ora, comprendere il vero valore e l’immensa portata della Socializzazione fascista, equivale a riscattarsi da tutte le aberrazioni mentali che ne accompagnano l’incomprensione attuale, ed è quindi sacrosanto ed urgente, sia al primo che al secondo effetto.
Ho sottomano il programma elettorale dell’unica formazione nostra partecipante alla prossima tornata schedaiola,
che sia in regola per meritare l’appoggio elettorale di tutti gli uomini di retto sentire: Forza Nuova, diretta da Roberto Fiore. Ecco l’unico accenno alla Socializzazione riscontrabile (in punta di piedi) in esso: ” Previsione di un’equa ripartizione degli utili d’impresa tra datori di lavoro e dipendenti”. Prova clamorosa della necessità di questa mia veemente messa a punto. Perchè la Socializzazione CON L’EQUA RIPARTIZIONE NON C’ENTRA NULLA !
Abbiate la compiacenza di seguirmi:
Con la trasformazione dell’impresa produttiva, dalla semplice indicazione dell’attività dell’imprenditore ad una “persona giuridica”, titolare di diritti e di doveri, come una società o un ente autonomo, di cui facevano parte a pari titolo, prestatori d’opera e imprenditori, e con il conseguente trasferimento del rapporto di lavoro dal campo delle obbligazioni a quello associativo, il compenso dei prestatori d’opera diveniva giuridicamente di partecipazione agli utili. Non vi si “aggiungeva” la partecipazione agli utili -puntualizziamo-: “diventava” giuridicamente partecipazione agli utili. Ma, economicamente parlando, lo era sempre stato. Da dove mai, se non dagli utili, proveniva il denaro per pagare stipendi e salari ?
Per quanto riguarda l’importo, però, il discorso si fa più complesso. In regime capitalista puro, vi era solo un contrastante interesse degli imprenditori ad aumentare le prestazioni e a contrarre le retribuzioni, ed uno di segno opposto da parte lavoratrice. A seguito della crescente importanza delle macchine ( che sono capitale ) funzionava però la c. d. “legge bronzea dei salari”, che poneva i lavoratori in condizione d’inferiorità rispetto ai loro antagonisti.
Come si raggiungeva l’equilibrio ? Con l’attività sindacale, ossia con l’arma dello sciopero, consistente nella voluta inademplenza collettiva al contratto di lavoro. Lo sciopero economico, se riuscito, poneva l’imprenditoria nell’alternativa di cedere alle richieste dei lavoratori oppure veder bloccata la produzione, con la conseguente perdita. Ma era pur sempre una soluzione di forza, che non si risolveva secondo equità, ma solo in base alla capacità di una delle parti di recar danno all’altra. E si risolveva comunque in una distruzione di ricchezza, e soprattutto di solidarietà sociale, per tacere dei sabotaggi e delle violenze che regolarmente l’accompagnavano, e che impegnavano sovente la “forza pubblica” in repressioni anche cruente.
Naturalmente, il Fascismo, che considerava prioritario l’interesse nazionale, non poteva acconciarsi a un simile sistema. E , con una delle sue prime leggi fondamentali ( 3.4.1926, n°563) sull’ordinamento sindacale di diritto, istituiva un sistema insuperato e insuperabilebile per la soluzione soddisfacente delle controversie collettive di lavoro, produttivo di contratti collettivi validi “erga omnes” che soddisfacessero nel miglior modo i legittimi interessi di parte, armonizzandoli però con quelli superiori dell’economia nazionale, unitariamente intesa. Esso, come sappiamo, si articolava in tre “fasi”:
a) riconoscimento delle associazioni sindacali solo se garantissero di subordinare gli interessi di parte a quelli superiori della produzione nazionale;
b) nel caso che, malgrado ciò, le due parti non riuscissero a raggiungere un accordo, intervento conciliativo della Corporazione del ramo, che rappresentava le necessità della produzione sub a).
c) ove anch’esso non raggiungesse lo scopo, era istituita una sezione speciale della Corte d’Appello, denominata Magistratura del Lavoro, in cui a magistrati togati erano affiancati studiosi e competenti delle questioni economiche e tecniche poste in discussione, la quale, udite le argomentazioni di ambo le parti, emetteva una sentenza tenente luogo a tutti gli effetti di un contratto collettivo di lavoro.
Va aggiunto, in linea di fatto, che, essendo le due parti contrastanti ben al corrente dei criteri a cui sia le Corporazioni che la Corte si sarebbero attenuti, il ricorso alla mediazione corporativa, e ancor più alla Magistratura fu di fatto assai raro, ben essendo le organizzazioni sindacali capaci di applicarseli da sè, quei criteri, risparmiando spese e lungaggini.
Con tale intelligente sistema (che ci fu invidiato da tutto il mondo), il problema della fissazione delle mercedi e delle altre condizioni di lavoro era brillantemente risolto senza “lotta di classe” e senza turbative della produzione, sin dal 1926, senza bisogno di attendere il 1944.
Nè bisogna illudersi che, con la Socializzazione delle imprese, e con la trasformazione delle mercedi da compensi pattizi a partecipazioni agli utili, il metodo del 1926 fosse superato. Scendendo dalle rosee nuvolette delle ideologie a rimetter piede nella realtà, deve infatti darsi conto della funzione del tutto diversa degli utili dei lavoratori e di quelli degli imprenditori ( di regola, società di capitali). I primi, infatti, hanno funzione alimentare (in senso lato), e cioè di assicurare i mezzi di vita alla famiglia del prestatore d’opere, mentre per i secondi il cosiddetto “salario dell’imprenditore”, per quanto generoso, ha uno spazio assai modesto, e gli utili hanno una vasta serie di impieghi economici. Ne consegue che i primi non possono esimersi dall’essere tempestivi, regolari e di importo sufficiente. Una grande impresa può rinviare ad annata
più favorevole certi investimenti, ampliamenti e migliorie, ma le esigenze vitali del dipendente non sono procrastinabili. Non possono quindi adeguarsi agli alti e bassi degli utili d’impresa, e, tanto meno, essere talora perdite.
Inevitabile: anche in regime di socializzazione, i guadagni del partecipante-lavoratore devono avere la stessa regola quantitativa, stabile e garantita del salario corporativo, mentre tali non sono – come ben sanno tutti, gli utili d’impresa.
Come si ovviava ? Con la creazione di una gigantesca cassa di compensazione (I.Ge. Fi), cui affluissero tutti gli utili spettanti ai lavoratori, e che li ri-distribuisse in modo da assicurare loro le necessarie caratteristiche di cui sopra. Chiaro, che non ci dovesse essere il ruba-ruba democratico, perchè altrimenti le famiglie proletarie, in pentola, non avrebbero potuto metterci che solenni diritti, il cui valore nutritivo è pari a zero.
La strana convinzione diffusa che la socializzazione della R.S.I. consentisse semplicemente alle maestranze di tuffare le mani negli utili delle singole imprese e di vivere felici e contente, è quindi solo sciocca e infantile, mentre il fascismo era cosa molto seria, e soprattutto seria.
La rivoluzione socializzatrice sostanziale consisteva infatti nella partecipazione del lavoro alla gestione.
In primo luogo, perchè i lavoratori, di tutti i livelli, non sono soltanto lavoratori: sono uomini a tutti gli effetti, composti inscindibilmente di tutte le qualità umane, mentre le S.P.A. datrici di lavoro non sono che grumi artificiosi di capitale. Possono quindi i primi rendersi sensibili a tutti quei valori extra-economici che, nelle concezioni fasciste, prevalgono anche sulla regola del profitto, che domina i c.d. “mercati”.
In secondo luogo, perchè i lavoratori, di tutti i livelli, sono fortemente legati all’impresa, mentre gli “azionisti-capitale” sono in parte ad essa del tutto estranei (speculatori in borsa).
In terzo luogo, perchè le maestranze dispongono, ciascuna, di una competenza specifica acquisita nella propria funzione , mentre gli azionisti, non avendo in buona parte alcuna funzione, neppure imprenditoriale, sono in buona parte del tutto incompetenti, se non nei giochi speculativi, socialmente e nazionalmente inutili (v. dich. 2^ della C.d.L.).
Si rilevi come, con la socializzazione, si sanzionava il netto passaggio dell’uomo-imprenditore dal “campo” capitalistico a quello di “primo lavoratore dell’impresa”.
Mussolini e i suoi, a cominciare da Tarchi, sotto le bombe liberatorie e gli assassinii dei “resistenti”, seppero quindi compiere un passo decisivo nella fondazione di una nuova civiltà romana, applicabile nel XX secolo. Ma non illudiamoci: quel passo cominciò nel 1926, non 18 anni dopo ! Senza la “santa gradualità” corporativa, esso sarebbe stato del tutto inconcepibile, come lo sarebbe oggi, con quello che la “liberazione” ha ridotto l’uomo.
C’è tutto -veramente tutto !- da rifare.
Ma non è questo un motivo per scoraggiarsi. E’ un motivo per non perdere altro tempo !
Rutilio Sermonti