Discorso di Solgenitsin in Vandea

Discorso di Solgenitsin in Vandea

Due terzi di secolo fa, il ragazzo che ero allora leggeva già con ammirazione sui libri i racconti che rievocavano la sollevazione della Vandea, così coraggiosa e disperata, ma non avrei potuto immaginare, neppure in sogno, che da grande avrei avuto l’onore di partecipare all’inaugurazione del monumento in onore degli eroi e delle vittime di questa sollevazione.

Sono trascorsi venti decenni da allora, decenni diversi nei diversi paesi, e non solo in Francia, ma anche altrove la sollevazione vandeana e la sua sanguinosa repressione sono state continuamente illuminate di nuova luce. Perché gli eventi storici non sono mai completamente compresi nell’incandescenza delle passioni che li accompagnano, ma solo a distanza di tempo, una volta che le passioni sono state raffreddate con il passare degli anni. Ci si è a lungo rifiutati di ascoltare e di accettare le grida uscite dalla bocca di coloro che morivano, che venivano bruciati vivi: i contadini di una regione laboriosa, per cui sembrava che fosse stata fatta la Rivoluzione, ma che questa Rivoluzione oppresse e umiliò fino in fondo, ebbene sì, questi contadini si rivoltarono contro di essa.
Che ogni rivoluzione scateni negli uomini gl’istinti della barbarie più elementare, le opache forze dell’invidia, della rapacità e dell’odio, i contemporanei l’avevano capito bene. Pagarono un tributo molto pesante alla psicosi generale…
Il ventesimo secolo ha notevolmente appannato l’aureola romantica che circondava la Rivoluzione del Settecento. Di cinquantennio in cinquantennio gli uomini hanno finito per convincersi, meditando sulle loro sventure, che le rivoluzioni distruggono il carattere organico della società; che rovinano il corso naturale della vita; che annichiliscono i migliori elementi della popolazione, lasciando libero il campo ai peggiori; che nel paese in cui scoppia, in genere, la rivoluzione è causa di innumerevoli morti, di un diffuso impoverimento, e, nei casi più gravi, di un duraturo degrado della popolazione.
La stessa parola “rivoluzione” (dal latino revolvo), significa “riportare indietro”, “tornare”, “riprovare”, “ridestare”, nel migliore dei casi mettere sottosopra: una sfilza di significati poco invidiabili. Ai nostri giorni, se la gente attribuisce a qualche rivoluzione l’epiteto di “grande” , lo fa solo per circospezione, e molto spesso con molta amarezza…
La Rivoluzione francese è stata ispirata a uno slogan intrinsecamente contraddittorio e irrealizzabile: “Liberta’, uguaglianza e fraternità”. Ma nella vita sociale libertà e uguaglianza tendono a escludersi reciprocamente, sono antagoniste, perché la libertà distrugge l’uguaglianza sociale, mentre l’uguaglianza restringe la libertà, perché altrimenti non sarebbe possibile realizzarla. Quanto alla fraternità non appartiene alla stessa famiglia degli altri due termini, non è che un’attardata aggiunta allo slogan: non sono delle norme sociali a fare la vera fraternità, che è di ordine spirituale. Per di più, a questo triplice slogan si aggiungeva in tono minaccioso: “o la morte”, il che ne distruggeva ogni significato.
Mai, a nessun paese, potrei augurare una “grande rivoluzione”…La Rivoluzione sovietica…ha trascinato il nostro popolo nell’abisso della perdizione. Mi dispiace che non ci siano qui oratori che possano aggiungere quel che ha insegnato loro alla resa dei conti l’esperienza della Cina, della Cambogia, del Vietnam, e ci possano spiegare quale prezzo hanno pagato questi paesi per la rivoluzione.
L’esperienza della Rivoluzione francese sarebbe dovuta bastare perché i nostri organizzatori razionalisti della “felicità del popolo” ne traessero delle lezioni. Ma no! In Russia …molti metodi feroci della Rivoluzione francese sono stati docilmente applicati sul corpo della Russia dai comunisti leninisti e dagli internazionalisti, solo che il loro grado di organizzazione e il loro carattere sistematico hanno largamente superato quelli dei giacobini.
(Anche noi)abbiamo avuto la nostra Vandea…Sono le grandi sollevazioni contadine, quella di Tambov nel 1920-1921, della Siberia occidentale nel 1921. Un episodio ben noto: folle di contadini con scarpe di corda, armati di bastoni e di forche, hanno marciato su Tambov, al suono delle campane delle chiese vicine, per essere falciati dalle mitragliatrici. L’insorgenza di Tambov si è ripetuta durante undici mesi, benché i comunisti, reprimendoli, abbiano impiegato carri d’assalto, treni blindati, aerei, benché abbiano preso in ostaggio le famiglie degli insorti e siano andati vicino all’impiegare gas tossici. Abbiamo conosciuto la Resistenza selvaggia al bolscevismo dei Cosacchi degli Urali, del Don, del Kuban, di Tersk: una resistenza soffocata fra i fiumi di sangue, un vero genocidio.
Inaugurando oggi il memoriale della vostra eroica Vandea, la mia vista si sdoppia. Vedo nella mia immaginazione i monumenti che saranno eretti un giorno in Russia, testimoni della nostra Resistenza all’assalto dell’orda comunista. Abbiamo traversato insieme con voi il Ventesimo Secolo, un secolo di terrore, orribile coronamento di quel progresso tanto sognato nel Settecento. Oggi, penso, saranno sempre più numerosi i francesi pronti a capire meglio, a stimare di più, a serbare con fierezza nella memoria la resistenza e il sacrificio della Vandea.

Aleksander Solgenitsin (1993)
(Tratto dal sito web Riscossa Cristiana)