La religione educa al vero amor di Patria

templari

di Piero Vassallo

Quattro secoli prima di Vincenzo Gioberti, San Bernardino da Siena (1380-1444) aveva sostenuto il primato spirituale e civile della nostra gente, affermando che “la Patria d’Italia è la più intellettiva parte del mondo … Ma dimmi in quale parte sapresti tu dire, dove sia più dilettevole abitare che in Italia?

San Bernardino apostolo d’Italia”, dunque. Della impegnativa definizione/investitura fu autore uno fra i più geniali e nobili protagonisti del Novecento cattolico, il laico Piero Bargellini, il quale, nel lontano 1933, scrisse la magistrale, insuperata biografia di San Bernardino, che è in questi giorni riproposta dall’editore Cantagalli in Siena.

E’ dunque lecito girare al santo di Siena il secondo versante della celebre lode che Benito Mussolini dedicò a San Francesco, “il più santo degli italiani, il più italiano dei santi”.

Ora la grandezza e l’attualità del più italiano dei santi dipende dalla sua incendiaria predicazione contro i vizi, che tormentavano gli angoli bui del Medioevo: l’usura e la sodomia. Sono le piaghe che ultimamente tormentano le nazioni infettate dai profeti della cosmopoli fondata sulla fantasticheria malthusiana dei sommi cravattari.

Il francescano osservante San Bernardino, lo sottolinea nella dotta introduzione Maria Caterina Camici , “denuncia l’usuraio una belva dalle zanne lunghe che rodono le ossa del povero” e fulmina la sodomia, orribile vizio praticato nelle città, che meritano il fuoco che distrusse Gomorra.

Dal suo canto Bargellini, in perfetta sintonia con l’insegnamento di Pio XI, dimostra che le prediche del santo erano intese “a chiudere ogni spiraglio attraverso il quale sarebbe passata la spora del mostruoso fungo bancario che occupa tutto il mondo”.

All’economia liberata dall’usura e dalla vanità che accompagna i sùbiti guadagni, San Bernardino, peraltro dedicò, oltre le magnifiche prediche, un pregevole trattato.

San Bernardino tuttavia non fu un rigido e freddo moralista. Non fu un uomo del Medioevo, anche e sopra tutto perché il Medioevo dei libri descritto dagli storici illuminanti non è mai esistito.

Disegnò il labirinto dell’economia d’usura e ne indicò l’uscita. Ma la sua religione fu più alta della sua pur nobile scienza. Infiammato da una fede nutrita dalle opere di San Bonaventura da Bagnoregio e sostenuto dalla raffinata cultura letteraria e giuridica appresa in Siena alla scuola dell’umanista Giovanni di Buccio, rappresentò, infatti, la felice unione della sconfinata carità e della intollerantissima verità.

La carità peraltro segnò l’incipit della vita religiosa del santo senese. Bargellini rammenta che, prima che il giovane e già dotto Bernardino degli Albizzeschi si consacrasse alla severa vita dei francescani osservanti, la città in cui fioriva la sodomia fu colpita dall’ira di Dio: “Invece del fuoco venne la peste. Nell’anno giubilare 1400, Siena fu invasa dal morbo“.

Il temuto contagio fu un’occasione per mettere alla prova la fortezza e l’altruismo dei veri cristiani. Lo sconvolgente spettacolo della sciagura rese manifesta il carattere eroico di Bernardino, che si affrettò a soccorrere gli appestati. La carità attribuì alla sua scelta intrepida un perfetto significato religioso.

Bargellini narra che nell’ospedale, in cui erano ricoverati gli appestati, “in pochi mesi erano morti nove sacerdoti, sette medici, cinque chierici e novantasei serventi. Non si trovava più chi volesse varcare la soglia dell’ospedale, dove il puzzo e l’infezione erano spaventevoli. Il rettore dell’ospedale si raccomandò alla Madonna. Rispose Bernardino, che si presentò un giorno con dodici compagni“.

Di lì a poco Bernardino bussò alla porta del convento dei francescani osservanti è iniziò la splendida carriera della carità.

La supremazia della carità su tutte le virtù non è un’invenzione dei neomodernisti scorazzanti/sentenzianti/deliranti intorno al Vaticano II, ma una certezza da sempre posseduta dai veri cristiani.

In una splendida pagina, scritta da Bargellini con il suo inimitabile stile, si narra che il santo respinse la sollecitazione all’intransigenza formulata da un pio uditore delle sue incendiarie prediche: “Bernardino che non aveva altra cura se non quella di far splendere ala per ala, gemma per gemma, il suo Serafino d’amore, e che non aveva voglia di ombrarlo con la tristezza del vizio, gli spiegava che l’amore e l’amore soltanto aveva la forza di vincere ogni peccato; e l’altro a insistere che invece una toccatina sul vivo non avrebbe fatto tanto male e avrebbe rattenuto tanti cristiani dall’ingordo traffico di sangue umano”.

La conclusione della vicenda accenna al severo, tradizionale ammonimento a non cedere al moralismo, maschera dei disonesti e scudo degli ipocriti: “Tant’era la premura e l’insistenza di questo brav’uomo, che Bernardino volle sapere chi fosse, ed era il più crudele usuraio di Milano, che aveva pensato di mettere a profitto del suo commercio la persuasiva parola del fratino toscano, per stroncare il ridosso che altri cristianucci strozzini gli facevano”.

 

L’eredità del nostro medioevo non è stata dispersa. Anche nell’oscuro presente, anche sotto l’ombra disonesta della bandiera sventolata dagli usurai cosmopoliti e dai maestri di pederastia installati sulle ruggenti cattedre anticristiane di Bruxelles, di Londra e di Berlino, gli italiani possono vantare, come suggerì San Bernardino, i prestigiosi e indiscussi primati della loro Patria.

In primo luogo, infatti, dobbiamo rammentare che è italiana l’alta scienza politica, che destò e incentivò la resistenza al laicismo, che nel Medioevo indossava la veste del falso ecumenismo, alibi degli imperatori ghibellini di nazione germanica.

Alla religione degli italiani si deve, infatti, l’illuminata difesa della vera libertà politica, un bene sacro che fu difeso eroicamente da San Gregorio VII e da Alessandro III e fatta oggetto di perfetta scienza da San Tommaso, dai teologi della Controriforma e dai santi pontefici che resistettero alle rivoluzioni del moderno .

La qualunque difesa dalla superstizione intorno alla sovranità popolare e ai burattinai che fanno ballare il sovrano, non può fare a meno della politologia guelfa, unico baluardo atto a resistere efficacemente alla tirannia esercitata dai dissoluti.

Vantano gli italiani la fioritura dei geni universali vissuti nello splendore incomparabile del Medioevo: San Francesco e Santa Chiara d’Assisi, Santa Caterina da Siena, San Bonaventura da Bagnoregio, gli eruditi laici ma illuminati dalla fede, Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Coluccio Salutati, i pittori Cenni di Pepo detto Cimabue, Giotto (Angiolo o Ambrogio) di Bondone.

La misericordia e il genio profetico degli italiani, Santa Caterina Fieschi da Genova ed Ettore Vernazza, hanno fondato un magnifico sistema assistenziale, gli ospedali degli incurabili, opere d’avanguardia, grazie alle quali fu mitigato il devastante effetto del mal franzese, la pestilenza che tormentò il XVI secolo, prima di diventare il motore delle rivoluzioni.

Gli italiani vantano anche la straordinaria vitalità della loro filosofia nei secoli ultimi. Il pensiero italiano ha evitato i gorghi prodotti dal pensiero europeo grazie agli eredi e ai continuatori di San Tommaso e San Buonaventura: Giambattista Vico, Antonio Rosmini, Luigi Tapparelli d’Azeglio, Giorgio Del Vecchio, Cornelio Fabro, Michele Federico Sciacca, Nicola Petruzzellis, Augusto Del Noce, Maria Adelaide Raschini, Marino Gentile, Carmelo Ottaviano.

La scolastica italiana del Novecento è un’isola privilegiata, in cui la ragione ha respinto e girato alle gazzette gli assalti del nichilismo dominante nell’Europa illuminata dalla decomposizione del protestantesimo e dell’idealismo.

La scienza giuridica italiana, grazie a pensatori quali Giorgio Del Vecchio, Carlo Costamagna, Antonio Messineo, Giuseppe Capograssi, Sergio Cotta e Paolo Pasqualucci ha compiuto la straordinaria impresa di tener testa al positivismo giuridico che avvilisce i legislatori dell’Occidente.

Anche il capitalismo dal volto umano, illuminante dottrina risalita dal secolo di San Bernardino al XX secolo, ha impresso un carattere inconfondibile all’Italia, la nazione che per prima uscì della crisi del 1929 e che, dopo una guerra tragicamente perduta, fu capace di produrre un miracolo economico, che stupì il mondo.

Il più nobile dei presidenti americani, il cattolico John Fritzgerald Kennedy, incontrando l’italiano Amintore Fanfani, confessò di essere debitore della sua ingente opera sulla rivoluzione economica attuata nella Toscana nei secoli illuminati dal genio di San Bernardino.

Inoltre la più rivoluzionaria scoperta scientifica del Novecento, il telegrafo senza fili, si deve al cattolico italiano Guglielmo Marconi.

I più grandi compositori del XX secolo, Giacomo Puccini, Pietro Mascagni, Ruggero Leoncavallo, Ottorino Respighi, sono italiani.

Il più vivace movimento artistico dell’età contemporanea, il futurismo, è stato fondato dall’italiano Filippo Tommaso Marinetti, che alla fine di un’esistenza straordinaria morì confortato dalla fede in Cristo.

L’italiano Marcello Piacentini è un modello imitato dagli architetti d’avanguardia in tutto il mondo.

La cinematografia italiana, grazie a registi quali Goffredo Alessandrini, Mario Camerini, Alessandro Blasetti, Roberto Rossellini, Augusto Genina, Vittorio De Sica, Federico Fellini, Pietro Germi detiene il primato della qualità.

Quando si considerano seriamente le eccellenze italiane sorge spontanea una domanda: perché la patria del diritto deve obbedire a una costituzione vecchia, fumosa e sgangherata?

Perché l’Italia deve prendere lezioni di politica da un’obesa luterana di Germania? Perché può essere impunemente governata da nani in auto blu, comici eterodiretti e vaneggianti, banchieri disonesti, vocianti ballerine, spogliarelliste filosofanti, filosofi tombali, benzinai strapagati, ostricai e distributori di mimose e orchidee a spese del contribuente?

Perché, per effetto di quale congiura, la vita pubblica italiana è dominio di una plebaglia desolante, professionisti della chiacchiera, paglietti ruggenti, democristiani rigurgitati, comunisti affranti, discepoli ed eredi di Gaucci, comici senza idee, economisti antieconomici, radicali senza pudore, schedate mignotte e ladruncoli rampanti?

Perché l’Italia deve sottostare ultimamente ai comandi di strozzini e lettori americani di fondi di caffé, di nani francesi, di azzeccagarbugli belgi e di tristi valchirie germaniche?

Perché l’alternativa ai politici non sorpassa la statura di uno scialbo, noioso, spocchioso e disastroso professore della Bocconi? Perché la politica dei sedicenti moderati è calamitata dai pensieri avvilenti in uscita dalle ceneri del liberalismo e dalle viete chiacchiere del partito radicale?

A tali domande dovrà rispondere la generazione in uscita dalle illusioni seminate dal neopaganesimo.

 

(Articolo tratto dal sito Riscossa Cristiana)