Il ruolo dell’agricoltura tra modernità e tradizione

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In ogni tempo, fin dalla nascita delle prime forme di civiltà, l’agricoltura ha svolto un ruolo fondamentale per assicurare la pace sociale tra i popoli. E così crediamo che continuerà ad essere fino a quando ci sarà presenza dell’uomo sulla terra.

L’agricoltura è la base su cui si costruisce la vita dei popoli. È attività economica irrinunciabile per assicurare l’indipendenza di una nazione. È la condicio sine qua non per assicurare la continuità della vita di popoli e nazioni sulla Terra.

Sarà anche banale ricordarlo, ma senza l’agricoltura, attraverso la quale si trasforma la fertilità della terra in prodotti agricoli e quindi in cibo, ogni possibilità di sopravvivenza dell’uomo sulla terra sarebbe preclusa.

Queste considerazioni ci sembrano una premessa necessaria al tema che vogliamo trattare, per quanto possano – a prima vista – apparire del tutto scontate.

Eppure non sempre è così, non sempre si riesce ad avere la percezione giusta dei fenomeni e della realtà che ci circonda, specie in tempi – come quelli che viviamo – dove il luccichio dell’apparenza spesso ha il sopravvento sulla sostanza delle cose.

Frastornato dai ritmi innaturali e disumani di una società volta a perseguire finalità esclusivamente materiali ed individualistiche, schiavo del consumismo più sfrenato e spesso con la mente offuscata dall’idolatria del benessere e della felicità a buon mercato, l’uomo occidentale – lungi dall’aver conquistato condizioni di autentica libertà – appare incapace di dare un senso alla propria vita e di riconoscere l’ordine naturale su cui si regge il mondo.
Viene davvero da chiedersi, ad esempio, se l’uomo occidentale ricordi ancora che il cibo viene dalla terra, dalla fatica e dal sudore degli agricoltori, dalla pratica antica e sapiente della coltivazione dei campi. Oppure non creda che tutto nasca sugli scaffali degli ipermercati per finire sulla propria tavola imbandita, in una sorta di filiera corta, anzi cortissima, che si sviluppa in due tappe: dal bancone alimentare alla propria pancia.

D’altra parte, come dimenticare la dolorosa ma significativa esperienza che si ricava dal constatare come molti nostri bambini, per fortuna istruiti e ben nutriti, quando si chiede loro di disegnare un pollo, lo mostrano così come esce dal forno domestico, magari con contorno di patatine, e non vivo e ruspante su un’aia o in un prato.

Ecco perché è opportuno ricordare, anche in questa occasione, una verità scontata – e, a limite, banale – e cioè che dall’agricoltura deriva la possibilità della sussistenza e quindi della vita dell’uomo e dei popoli.

L’agricoltura, intesa come arte di coltivare i campi, si accompagna alla storia millenaria dell’uomo ed ha rappresentato, per secoli, l’arte per eccellenza. Né è un caso che coltura (agri-coltura) e cultura derivino dalla stessa radice latina: cùltus, cioè coltivare, nel senso di aver cura. La cultura è quindi il processo che porta come frutto il sapere e la conoscenza (a livello individuale) o la civiltà (a livello di nazione), similarmente alla agri-coltura che persegue come fine la fioritura e la fruttificazione delle piante.

Una delle emergenze più drammatiche del nostro tempo – insieme a diffusi dissesti idrogeologici e a gravi forme di inquinamento a livello planetario – è certamente la fame, un fenomeno che si accompagna sempre alle condizioni di sottosviluppo e che oggi, purtroppo, si manifesta a carico di fasce deboli di popolazione anche nei paesi cosiddetti sviluppati.
Quali le cause? È necessario interrogarsi, fermarsi qualche attimo e riflettere, per cercare di comprendere quanto dipenda dal caso, quanto dalle necessità storiche, quanto dalla responsabilità umana.

Certo è che un sistema in cui coesistono opulenza e fame, dove lo spreco si accompagna all’indigenza, dove i ricchi sempre più ricchi convivono con i poveri sempre più poveri, è un sistema politicamente instabile, moralmente ingiusto, inaccettabile sul piano etico.

Lo sviluppo, inteso come possibilità di far uscire i popoli dalla fame, dalla miseria, dalle malattie endemiche e dall’analfabetismo, è un diritto di tutti i popoli della terra. Ma tale diritto appare largamente conculcato, incerto, in molti casi irraggiungibile, nonostante le ottimistiche previsioni dei fautori del liberismo sfrenato, del mondialismo economico e della globalizzazione planetaria. Anzi, appare sempre più chiaro che è proprio il modello di sviluppo di impronta neo-liberista dominato dalla logica del profitto senza regole e senza limiti, governato dal capitalismo senza volto e dalla finanza mondialista, la causa prima dello squilibrio sempre più accentuato tra paesi ricchi e paesi poveri e della povertà all’interno di uno stesso paese.

Il crollo dell’utopia comunista non deve quindi significare l’ineluttabilità dell’ideologia che si riconosce nel dio-denaro, nel feticcio rappresentato dal libero mercato, nella filosofia edonistica e consumistica.

Come minimo, chiunque abbia davvero a cuore le sorti dell’umanità, che sia animato da carità cristiana o che sia portatore di un progetto politico ispirato a criteri di giustizia e di autentica solidarietà umana, deve riconoscere come inammissibile l’idea che il cibo possa essere trattato, sempre e comunque, alla stregua di una merce.

In un tempo come quello che viviamo, dove gli egoismi individuali da una parte ed il dominio delle lobby economiche e finanziarie dall’altra minano alle fondamenta la dimensione spirituale e trascendente dell’uomo, c’è bisogno di orientarsi verso un punto fermo. C’è bisogno di trovare una stella polare. C’è bisogno di ancorarsi ad un’idea-forza, per poter continuare a credere alla possibilità di assicurare giustizia sociale a popoli e nazioni, come chi debba resistere alla corrente di un fiume in piena, come una nave che voglia superare una tempesta.

Il punto fermo, la stella polare, l’idea-forza deve essere che il cibo è un diritto. Come l’acqua, la casa, la salute, l’istruzione.

In quanto tale, il cibo non può e non deve essere sottoposto alle stesse leggi che governano il mercato. Ciò che è ragionevolmente valido per le merci il cui scambio è regolato dal meccanismo della domanda e dell’offerta, non deve essere valido tout court, sempre e comunque, anche per il cibo. Almeno per il cibo che serve ai bisogni elementari, almeno per quel cibo indispensabile per sfamare individui e popoli.

L’attenzione deve quindi essere focalizzata su un aspetto essenziale, sull’assunzione di un principio con valenza sopra-economica: il cibo non è una merce, bensì un diritto in quanto è una necessità. E se dare pane agli affamati è un dovere per chi è mosso da carità cristiana (opera di misericordia corporale), fare in modo che tutti i popoli abbiano disponibilità di cibo per sfamarsi è un dovere degli uomini chiamati a governare le nazioni.

Ma il cibo non può che venire dalla terra, e quindi dall’agricoltura, che necessariamente deve tornare ad essere settore economico di importanza strategica nelle scelte politiche dello Stato, di o