Il ruolo dell’agricoltura tra modernità e tradizione

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In ogni tempo, fin dalla nascita delle prime forme di civiltà, l’agricoltura ha svolto un ruolo fondamentale per assicurare la pace sociale tra i popoli. E così crediamo che continuerà ad essere fino a quando ci sarà presenza dell’uomo sulla terra.

L’agricoltura è la base su cui si costruisce la vita dei popoli. È attività economica irrinunciabile per assicurare l’indipendenza di una nazione. È la condicio sine qua non per assicurare la continuità della vita di popoli e nazioni sulla Terra.

Sarà anche banale ricordarlo, ma senza l’agricoltura, attraverso la quale si trasforma la fertilità della terra in prodotti agricoli e quindi in cibo, ogni possibilità di sopravvivenza dell’uomo sulla terra sarebbe preclusa.

Queste considerazioni ci sembrano una premessa necessaria al tema che vogliamo trattare, per quanto possano – a prima vista – apparire del tutto scontate.

Eppure non sempre è così, non sempre si riesce ad avere la percezione giusta dei fenomeni e della realtà che ci circonda, specie in tempi – come quelli che viviamo – dove il luccichio dell’apparenza spesso ha il sopravvento sulla sostanza delle cose.

Frastornato dai ritmi innaturali e disumani di una società volta a perseguire finalità esclusivamente materiali ed individualistiche, schiavo del consumismo più sfrenato e spesso con la mente offuscata dall’idolatria del benessere e della felicità a buon mercato, l’uomo occidentale – lungi dall’aver conquistato condizioni di autentica libertà – appare incapace di dare un senso alla propria vita e di riconoscere l’ordine naturale su cui si regge il mondo.
Viene davvero da chiedersi, ad esempio, se l’uomo occidentale ricordi ancora che il cibo viene dalla terra, dalla fatica e dal sudore degli agricoltori, dalla pratica antica e sapiente della coltivazione dei campi. Oppure non creda che tutto nasca sugli scaffali degli ipermercati per finire sulla propria tavola imbandita, in una sorta di filiera corta, anzi cortissima, che si sviluppa in due tappe: dal bancone alimentare alla propria pancia.

D’altra parte, come dimenticare la dolorosa ma significativa esperienza che si ricava dal constatare come molti nostri bambini, per fortuna istruiti e ben nutriti, quando si chiede loro di disegnare un pollo, lo mostrano così come esce dal forno domestico, magari con contorno di patatine, e non vivo e ruspante su un’aia o in un prato.

Ecco perché è opportuno ricordare, anche in questa occasione, una verità scontata – e, a limite, banale – e cioè che dall’agricoltura deriva la possibilità della sussistenza e quindi della vita dell’uomo e dei popoli.

L’agricoltura, intesa come arte di coltivare i campi, si accompagna alla storia millenaria dell’uomo ed ha rappresentato, per secoli, l’arte per eccellenza. Né è un caso che coltura (agri-coltura) e cultura derivino dalla stessa radice latina: cùltus, cioè coltivare, nel senso di aver cura. La cultura è quindi il processo che porta come frutto il sapere e la conoscenza (a livello individuale) o la civiltà (a livello di nazione), similarmente alla agri-coltura che persegue come fine la fioritura e la fruttificazione delle piante.

Una delle emergenze più drammatiche del nostro tempo – insieme a diffusi dissesti idrogeologici e a gravi forme di inquinamento a livello planetario – è certamente la fame, un fenomeno che si accompagna sempre alle condizioni di sottosviluppo e che oggi, purtroppo, si manifesta a carico di fasce deboli di popolazione anche nei paesi cosiddetti sviluppati.
Quali le cause? È necessario interrogarsi, fermarsi qualche attimo e riflettere, per cercare di comprendere quanto dipenda dal caso, quanto dalle necessità storiche, quanto dalla responsabilità umana.

Certo è che un sistema in cui coesistono opulenza e fame, dove lo spreco si accompagna all’indigenza, dove i ricchi sempre più ricchi convivono con i poveri sempre più poveri, è un sistema politicamente instabile, moralmente ingiusto, inaccettabile sul piano etico.

Lo sviluppo, inteso come possibilità di far uscire i popoli dalla fame, dalla miseria, dalle malattie endemiche e dall’analfabetismo, è un diritto di tutti i popoli della terra. Ma tale diritto appare largamente conculcato, incerto, in molti casi irraggiungibile, nonostante le ottimistiche previsioni dei fautori del liberismo sfrenato, del mondialismo economico e della globalizzazione planetaria. Anzi, appare sempre più chiaro che è proprio il modello di sviluppo di impronta neo-liberista dominato dalla logica del profitto senza regole e senza limiti, governato dal capitalismo senza volto e dalla finanza mondialista, la causa prima dello squilibrio sempre più accentuato tra paesi ricchi e paesi poveri e della povertà all’interno di uno stesso paese.

Il crollo dell’utopia comunista non deve quindi significare l’ineluttabilità dell’ideologia che si riconosce nel dio-denaro, nel feticcio rappresentato dal libero mercato, nella filosofia edonistica e consumistica.

Come minimo, chiunque abbia davvero a cuore le sorti dell’umanità, che sia animato da carità cristiana o che sia portatore di un progetto politico ispirato a criteri di giustizia e di autentica solidarietà umana, deve riconoscere come inammissibile l’idea che il cibo possa essere trattato, sempre e comunque, alla stregua di una merce.

In un tempo come quello che viviamo, dove gli egoismi individuali da una parte ed il dominio delle lobby economiche e finanziarie dall’altra minano alle fondamenta la dimensione spirituale e trascendente dell’uomo, c’è bisogno di orientarsi verso un punto fermo. C’è bisogno di trovare una stella polare. C’è bisogno di ancorarsi ad un’idea-forza, per poter continuare a credere alla possibilità di assicurare giustizia sociale a popoli e nazioni, come chi debba resistere alla corrente di un fiume in piena, come una nave che voglia superare una tempesta.

Il punto fermo, la stella polare, l’idea-forza deve essere che il cibo è un diritto. Come l’acqua, la casa, la salute, l’istruzione.

In quanto tale, il cibo non può e non deve essere sottoposto alle stesse leggi che governano il mercato. Ciò che è ragionevolmente valido per le merci il cui scambio è regolato dal meccanismo della domanda e dell’offerta, non deve essere valido tout court, sempre e comunque, anche per il cibo. Almeno per il cibo che serve ai bisogni elementari, almeno per quel cibo indispensabile per sfamare individui e popoli.

L’attenzione deve quindi essere focalizzata su un aspetto essenziale, sull’assunzione di un principio con valenza sopra-economica: il cibo non è una merce, bensì un diritto in quanto è una necessità. E se dare pane agli affamati è un dovere per chi è mosso da carità cristiana (opera di misericordia corporale), fare in modo che tutti i popoli abbiano disponibilità di cibo per sfamarsi è un dovere degli uomini chiamati a governare le nazioni.

Ma il cibo non può che venire dalla terra, e quindi dall’agricoltura, che necessariamente deve tornare ad essere settore economico di importanza strategica nelle scelte politiche dello Stato, di ogni Stato. A meno che non si pensi di poter sostituire pane, pasta, latte, ortaggi, carne, frutta e la miriade di straordinari prodotti alimentari tipici, espressione viva delle migliori tradizioni locali, con preparati di laboratorio, con fantascientifici bocconcini prodotti con molecole di sintesi, mangimi universali per uomini allevati in batteria.

L’agricoltura, che pure oggi vive momenti di grave crisi, deve ritrovare il ruolo che le è proprio: base dell’economia di ogni nazione e risorsa capace di garantire benessere e sovranità alimentare ai popoli.

Certo, nessuno si può illudere che la strada da percorrere per risollevare le sorti dell’agricoltura, per superare le emergenze alimentari, per vincere la fame nel mondo, sia una strada facile: troppo numerosi sono infatti gli ostacoli da superare, le resistenze da abbattere, gli interessi speculativi da contrastare.

Basti pensare come ogni qualvolta si levi una voce per invocare il diritto di ogni paese all’autosufficienza ed alla sicurezza alimentare, fiocchino le accuse e le reprimende dalle sedi ufficiali del dogma liberista (giornali come il Financial Times, organizzazioni super-mondialiste come il WTO, Banca Mondiale, FMI e via dicendo): recentemente è accaduto anche al ministro francese dell’agricoltura, Michel Barnier, che ha scandalizzato gli ambienti finanziari che governano l’economia globalizzata, solo per aver sostenuto la necessità di consolidare l’autosufficienza alimentare dell’Unione Europea e persino quella dei Paesi in via di sviluppo.

Eppure, quello di garantire la sovranità alimentare ai propri paesi è uno degli obiettivi fondamentali che i governi dovrebbero perseguire nell’immediato futuro, pena il rischio dell’esplosione di gravissime crisi in grado di minacciare la pace e la stabilità di interi continenti.

Che l’agricoltura attraversi una fase difficilissima – in particolare in Italia ed ancora di più nel meridione d’Italia ed in Calabria – è un dato di fatto. E numerosi sono i segnali che testimoniano la grave crisi che costringe oramai da troppi anni l’agricoltura sulla difensiva. Basti considerare i seguenti aspetti:
– fuga dalle campagne e spopolamento delle aree rurali;
– abbandono della montagna e delle aree interne;
– basso livello dei redditi agricoli;
– progressivo indebitamento delle imprese agricole;
– difficili condizioni di vita degli agricoltori e delle loro famiglie;
– mortificazione delle attività di impresa, grazie al sistema delle quote;
– frequenti proteste e rivolte dei produttori agricoli:
– degrado diffuso del territorio, come conseguenza della diminuita presenza dell’uomo sul territorio.
E si potrebbe continuare a lungo, con estenuanti elenchi di problemi e criticità che interessano il mondo agricolo.

Tutto ciò premesso e considerato, è d’obbligo – a questo punto – interrogarsi su come sia possibile far uscire l’agricoltura dalla crisi attuale, condizione imprescindibile per puntare a risolvere i gravi problemi connessi all’alimentazione ed alla salute dell’uomo, a cominciare dagli squilibri inaccettabili di un mondo assediato da obesi ed affamati.

Non è questa la sede per approfondire questi argomenti, anche perché si tratta di problematiche varie e complesse, che non ammettono semplificazioni e trattazioni superficiali. Ma qualche considerazione di ordine generale crediamo che debba essere fatta.

La sensazione più diffusa è che l’attuale modello di sviluppo, imperniato sull’idea di un liberismo sfrenato ed oramai sconfinato in un ferreo e totalizzante mondialismo economico e finanziario, spinto all’eccesso dal vorticoso impiego di capitali senza volto, senza patria e soprattutto svincolati da ogni principio di ordine etico e morale, non sia compatibile con l’equilibrato sviluppo dell’uomo – nella sua dimensione materiale e spirituale – né con la salvaguardia degli equilibri ambientali. La logica del profitto svincolata da ogni legge di ordine superiore, priva di riferimenti attinenti la sfera religiosa e quindi sacra dell’uomo, si rivela pervertitrice dell’ordine sociale e degli equilibri della natura.
E per fortuna sono in molti, oggi, coloro che vedono nel mondialismo e nella globalizzazione sfrenata, la causa prima della distruzione di intere economie nazionali, come conseguenza della distruzione dell’agricoltura, anche in paesi tradizionalmente autosufficienti ed addirittura esportatori di derrate agricole.

Basterebbe pensare a quanto è successo al Messico, a partire dagli anni ’80. Il paese che fu capace di addomesticare il mais, per lungo tempo esportatore, ora ridotto ad importare questo cereale e costretto a subire l’effetto devastante della sudditanza alimentare dall’estero, di una economia perennemente sull’orlo del collasso, di una criminalità incontrollata, con l’aggravante dell’espulsione di milioni di persone dalle aree rurali.

Basterebbe pensare a quanto è successo alle Filippine, che da paese esportatore, in particolare di riso, oggi si ritrova con una bilancia degli scambi alimentari largamente deficitaria, costretto ad importare persino il riso, che di quel paese – come di tanti altri paesi dell’oriente – è sicuramente il prodotto agricolo più rappresentativo e importante, anche dal punto di vista simbolico.

Basterebbe pensare alle tragedie dell’Africa, continente complessivamente sottopopolato ma importatore cronico di alimenti ormai da decenni, dopo essere stato esportatore di alimenti fino agli anni ’60, condannato da assurde logiche mondialiste a sviluppare programmi agricoli orientati alla monocoltura industriale.

Per non dire dell’Europa, che dopo aver ampiamente coperto il fabbisogno alimentare delle popolazioni europee grazie alle capacità tecniche ed economiche dei propri agricoltori, in questi ultimi anni è diventato il primo importatore mondiale di alimenti, con un import che negli ultimi cinque anni è cresciuto del 20%.

L’Europa sarebbe in grado di produrre tutto quello di cui ha bisogno e di contribuire a sfamare il mondo con il surplus di alimenti prodotti. E invece si condanna a produrre di meno, adottando l’assurdo e immorale sistema delle quote, perché così impone la logica del capitalismo applicato all’agricoltura.

E così, tanto per citare qualche dato, accade che:
– la metà dei piselli che l’Europa consuma vengono dal Kenia;
– la Spagna, grande produttrice di limoni, importa limoni dall’Argentina e lascia che i limoni spagnoli vadano alla malora;
– gli agrumi calabresi spesso rimangono sulle piante, come i limoni spagnoli, perché i costi della raccolta sono superiori al valore del prodotto; e così vanno alla malora anche gli agricoltori calabresi;
– molti paesi europei con una grande tradizione nelle produzioni di ortofrutta sono spiazzati dalle produzioni di Marocco ed Egitto, diventati ormai i massimi fornitori di verdure fresche ai paesi dell’Europa centrale, grazie ai minori costi della manodopera;
– l’Italia, patria del pomodoro, importa pomodori in scatola persino dalla Cina.

A ben guardare, è tutto un impazzare di merci che girano per il mondo, a bordo di navi, di treni, di TIR: maiali prodotti in Italia vanno in Germania; maiali prodotti in Germania scendono in Italia; il merluzzo pescato in Norvegia viene spedito in Cina per essere lavorato, poi torna in Norvegia, da qui – tolto il consumo locale – riparte e viene esportato in tutto il mondo.

È stato calcolato che, come conseguenza di questo andirivieni di prodotti, tipico dell’agricoltura industrializzata, tra produzione, lavorazione, distribuzione e preparazione, servono 10 calorie di energia per ottenere una sola caloria di energia alimentare.

Tutto ciò è assurdo. Ma questo è quello che avviene, perché questo è il modello di agricoltura imposto dal mondialismo economico e dalle multinazionali ispirate dalla Banca mondiale e dalle organizzazioni mondiali del commercio come il WTO.
Il punto è questo: c’è un liberismo del “buonsenso”, quello che riconosce la proprietà privata, la libertà di scambio, di impresa e di concorrenza; e c’è un liberismo funzionale agli interessi delle multinazionali e della finanza mondiale, versione moderna del liberismo di Adam Smith e Davide Ricardo, concepito fin dal ‘700 per essere funzionale agli interessi dell’Impero Britannico. E’, quest’ultimo, una forma particolare di liberismo che viene applicato non agli individui ed alle singole imprese, bensì agli Stati e che sta alla base del mondialismo.

In sintesi, il mondialismo come concezione economico-finanziaria ha del mondo l’idea di una holding a direzione centralizzata, dove ogni Stato si deve specializzare a produrre solo e soltanto quelle merci in cui ha il vantaggio competitivo. Se, quindi, produrre derrate alimentari in Italia costa di più rispetto alla Cina, è conveniente che l’Italia compri derrate alimentari dalla Cina. Poco importa se in Cina i lavoratori sono sfruttati e trattati come schiavi, poco importa se nel paese più competitivo non esiste alcuna forma di tutela del lavoro e dei lavoratori, oppure non esistano norme che regolamentino l’impiego di pesticidi e che garantiscano quindi la sanità dei prodotti.

Noi sappiamo bene che le arance della Sicilia, le clementine della Calabria, i pomodori della Capitanata hanno delle specificità, delle peculiarità, dei sapori irripetibili ed inimitabili, anche perché i prodotti della terra hanno in sé le proprietà dei luoghi di produzione (quelle che si definiscono come proprietà edafiche e climatiche). Nella visione economicistica di una holding finanziaria, invece, non esiste differenza tra cibo sano e cibo spazzatura, tra buona tavola e fast food, tra campo fertile e campo avvelenato. Le arance migliori sono quelle che costano di meno. La qualità di clementine e pomodori, di vino e olio, di latte e carne, sono parametri ininfluenti. Anzi, si spendono immensi capitali per pubblicizzare junk food (si tratta di cibo da consumare in genere fuori pasto, ad alto contenuto calorico ma di scarso valore nutrizionale e di bassissima qualità), mentre si distrugge l’identità degli alimenti e la cultura della tavola, espressioni delle migliori e più antiche tradizioni culinarie.

L’attuale crisi dell’agricoltura è legata quindi anche a motivi di ordine culturale. E una grossa, pesante responsabilità, è da ricercare nelle strategie di politica agricola adottate dall’Unione Europea. La PAC, infatti, si è progressivamente conformata, appiattita, adeguata, agli interessi ed alle necessità delle multinazionali, le cui regole non sono compatibili con le leggi che regolano la produzione agricola.

Esiste in effetti un’assoluta incompatibilità tra le leggi della terra e le pianificazioni del capitalismo borghese, con la sua economia virtuale, fatta di indici borsistici, parametri finanziari e tempeste monetarie più o meno manovrate.

Ciò significa che mondialismo e globalizzazione dei mercati, progressivamente sostituitisi all’economia reale, organica, sana, che ha per fine il soddisfacimento dei bisogni dell’uomo e non il profitto fine a se stesso, non sono in grado di rispondere alle esigenze fondamentali dell’uomo.

Il simbolo forse più chiaro dell’incompatibilità tra agricoltura e mondialismo è rappresentato dal sistema delle quote, ritenuto una delle misure qualificanti della politica agricola comune in ambito UE, la cosiddetta PAC. Che, a scanso di equivoci, e come candidamente dichiarato da un euroburocrate, un certo De Andreis (citato da Mario Giordano in L’Unione fa la truffa), con la difesa dei contadini e delle campagne, non ha nulla a che fare.

La quota rappresenta un limite stabilito dalle legge, un freno alla produzione, imposto dall’economia di mercato in rapporto alle sole quotazioni dei beni nel rapporto domanda-offerta.

Ma, di quale domanda si parla?

Sicuramente della domanda di un mercato in cui c’è un’utenza con pieno potere d’acquisto, che gode di un certo benessere e quindi ha soldi da spendere.

Ma c’è anche un’altra domanda, di cui gli analisti economici generalmente non si curano, che non turba i sogni dei liberisti vecchi e nuovi, che non rientra nei parametri di Mastricht né negli accordi GATT.

C’è la domanda dei paesi poveri extracomunitari. C’è la domanda della povera gente, delle fasce povere della popolazione nello stesso Occidente ricco e grasso, c’è una domanda che non viene considerata tale né dai Commissari europei, né dai governi dei paesi occidentali, perché espressa da chi non ha i soldi per poter comprare.

Perché non proviamo a chiederci quante sono, oltre ai pensionati, ai disoccupati, alle sacche storiche di povertà, le famiglie costrette a vivere “sul filo del rasoio”?

E’ alla luce di queste domande che bisogna giudicare un sistema economico che istituzionalmente distrugge ricchezza reale (non producendo o distruggendo derrate alimentari).

Non ci si può illudere: se non si restituisce all’economia il valore che le è proprio, ovvero la risposta ai bisogni dell’uomo, non rinascerà la Terra, l’agricoltura sarà in crisi perenne, né finiranno mai le ingiustizie sociali.

Perché è davvero difficile vedere economia nelle speculazioni delle Banche d’affari che imperversano nelle Borse mondiali, magari con trasferimenti telematici di migliaia di miliardi da un mercato all’altro, in un solo giorno, completamente disancorati dai cicli produttivi.

Questo è il vero senso delle quote: una produzione incatenata ai parametri del capitalismo nei paesi ricchi, un sistema che fa dell’imprenditore agricolo un soggetto a libertà vigilata, mentre milioni di persone muoiono di fame.

In un certo senso, l’agricoltura deve tornare ad essere settore primario per eccellenza, attività economica volta a soddisfare le esigenze primarie dell’uomo. Perché il benessere di una nazione non si misura in termini di PIL, ma dalla capacità di assicurare al popolo condizioni di vita dignitose. Ciò che esprime, più di ogni altro parametro, la dimensione del vivere civile è la possibilità di far accedere tutti al cibo e alla casa. Per semplificare, si potrebbe dire: il cibo, la casa, la cura della salute sono diritti di tutti, senza distinzioni di sorta; tutto il resto dipenda pure dal lavoro, dalle capacità, dal merito, dalla responsabilità e dalle qualità di ciascuno.

Per fare ciò è necessario, innanzitutto, liberare l’agricoltura dalle pastoie burocratiche e dai limiti imposti alla produzione attraverso l’assurdo sistema delle quote. Il solo limite da imporre all’agricoltura è quello di produrre secondo criteri sostenibili, cioè con metodi rispettosi dell’equilibrio ambientale, e nel rispetto della salute dell’uomo, del coltivatore come del consumatore.

Il problema alimentare, in termini quantitativi e qualitativi, si potrà affrontare quindi solo attraverso il potenziamento dell’agricoltura, che deve essere riorganizzata secondo modelli operativi capaci di contenere l’impatto ambientale.

Bisogna riuscire a coniugare la necessaria ed indispensabile modernizzazione del settore agricolo, attraverso la meccanizzazione e l’innovazione tecnologica, con il modello tradizionale di agricoltura, basato sulla presenza dell’uomo e sulla perfetta integrazione con la natura.

L’agricoltura è in grado, contemporaneamente, di produrre ricchezza e di garantire la difesa dell’ambiente; di fornire cibo all’uomo e di salvaguardare la difesa idrogeologica del territorio; di valorizzare le tradizioni locali e di esaltare le qualità estetiche e paesaggistiche dei luoghi.

A condizione, però, che si abbandoni il modello di agricoltura basato sulla intensivizzazione spinta dei processi produttivi e sulla super specializzazione delle aziende. Il modello di agricoltura da promuovere è quello multifunzionale, come finalmente riconosciuto anche in sede UE con la nuova PAC, cioè di un’agricoltura con finalità di conservazione del paesaggio, di tutela degli spazi rurali, di protezione dell’ambiente, di soddisfazione delle esigenze dei consumatori, di miglioramento della qualità e della sicurezza ambientale, di tutela del benessere umano e animale.

In un certo senso ciò rappresenta un ritorno al passato, un recupero del ruolo dell’agricoltore e del mondo agricolo tradizionale, giustamente considerato paladino e custode del Creato, tanto che qualcuno è arrivato a dire che chi coltiva la terra è più vicino a Dio. Concetti molto cari al Papa Benedetto XVI che anche nella recente lettera enciclica Caritas in veritate scrive tra l’altro: “L’uomo ha il dovere di esercitare un governo responsabile della creazione, custodendola e coltivandola”

Non si tratta certamente di fare apologie della cultura contadina, né di cadere nell’errore di restare intrappolati in una visione bucolica, quasi idilliaca, new age – per dirla con una parola in voga – anche perché l’attività agricola ha da sempre comportato sudore e fatica, lasciando poco spazio alle elucubrazioni mentali ed alle mode.

Si tratta, piuttosto, di comprendere – o, meglio, di far comprendere a chi governa o pretende di governare l’economia – che nel mondo dell’agricoltura, nel mondo della terra, regna un ordine di cose non soltanto umano, nel quale i ritmi si susseguono da sempre e l’applicazione delle leggi non segue, per fortuna, gli iter parlamentari.

È necessario, quindi, da una parte riconoscere al lavoro una dimensione sociale e non solo aziendale e dall’altra, per quanto concerne specificatamente l’agricoltura, serve una politica – a livello locale nazionale e comunitario – incentrata attorno ai seguenti capisaldi:
– riconoscere all’agricoltura un ruolo fondamentale nella costruzione della pace sociale e dell’indipendenza economica della nazione;
– incentivare il ritorno dei giovani al lavoro della terra;
– salvaguardare la salute pubblica impedendo la circolazione di prodotti, quasi tutti di provenienza estera, che non presentano le necessarie garanzie igienico-sanitarie e di tracciabilità;
– valorizzare le produzioni agricole nazionali di qualità;
– rilanciare le colture strategicamente fondamentali come il grano;
– potenziare gli allevamenti zootecnici;
– facilitare il credito agricolo, al quale deve essere riconosciuta una funzione sociale.

Serve, quindi, un’altra agricoltura, un modello alternativo di agricoltura, un’agricoltura moderna, capace di utilizzare macchine e tecnologie senza rinunciare alla saggezza ed al sapere della tradizione contadina.

Soprattutto bisogna contrastare l’idea di una industrializzazione ossessiva dell’agricoltura, secondo schemi ideologici e teorizzazioni deliranti, che possono avere conseguenze davvero tragiche. Come purtroppo è avvenuto in passato. Come in molti casi sta succedendo oggi. Come in modo ancora molto più grave potrebbe accadere nel prossimo futuro.

Certo è, che alcune similitudini sono spaventose, anche quando sono conseguenza di impostazioni ideologiche apparentemente antitetiche. Ma le analogie tra il modello di agricoltura che il capitalismo liberal-democratico tenta di imporre al mondo e, ad esempio, il genocidio consumato in Ucraina fra il 1932 ed il 1933, sono troppo forti per essere sottaciute.

All’inizio degli anni ’30, in coincidenza peraltro con una fase di grave carestia indotta, Stalin decise di forzare la collettivizzazione delle campagne e prese di mira le zone di maggior produzione agricola dell’impero: il sud della Russia, il Kazakhstan, ma soprattutto la fertile Ucraina dove la resistenza dei contadini alla scomparsa della proprietà privata alimentava uno strenuo nazionalismo.

Ogni villaggio era obbligato a consegnare gran parte del raccolto delle campagne allo Stato. Ma la carestia era così forte e le quote da pagare così alte che i contadini dovettero giocoforza rifiutarsi di pagare. Con questo risultato: Stalin inviò la polizia politica a requisire l’intero raccolto.

Le milizie portavano via tutto dai villaggi, anche il cibo che era in tavola. Chi si opponeva veniva fucilato sul posto, gli altri morivano più lentamente di inedia. Chi ci riusciva, abbandonava i figli alle stazioni, sperando che le autorità li avrebbero portati in orfanotrofio. E dopo aver ucciso i gatti e cucinato i cani – come raccontano alcuni sopravvissuti – le persone iniziarono a mangiarsi fra di loro. Una tragedia immane. Morti per le strade, cadaveri divorati e persone vive assalite per farne cibo.

In totale circa dieci milioni di morti in Ucraina, mezzo milione sul Volga, almeno due milioni in Kazakistan. La chiamarono “Holomodor”, che in ucraino significa morte per fame. Un genocidio orribile, bestiale, come solo Stalin poteva concepire. E, come tanti altri, un genocidio taciuto.

L’Ucraina, già granaio d’Europa, serviva al comunismo sovietico per produrre derrate alimentari a basso costo per il mercato interno e per l’esportazione, al fine di sostenere l’industrializzazione a tappe forzate.

Oggi l’Ucraina, pur libera dal giogo sovietico, è un paese costretto ad importare grano, perché – dopo decenni di comunistica industrializzazione agricola – la fertilità dei terreni risulta gravemente compromessa.

Il capitalismo liberal-democratico, nella versione mondialista e globalizzante, sostiene, da parte sua, un modello di agricoltura imperniato sui seguenti punti:
– abolizione di ogni forma di dazio e liberalizzazione dei mercati a livello mondiale;
– fornitura di “aiuti alimentari” in dumping;
– imposizione delle coltivazioni bioenergetiche;
– violenta “apertura al mercato” imposta ai governi dei “paesi emergenti”;
– stretta dipendenza dalle multinazionali del commercio granario e delle sementi.

Se a questo si aggiunge la costante pressione ad allargare l’impiego degli OGM, il timore che “la guerra alla natura e al contadino” stia per entrare nella fase finale appare, purtroppo, molto concreto.

In conclusione, dunque, vale la pena di sottolineare ancora una volta che l’alimentazione come bisogno umano e l’agricoltura come attività economica sono strettamente complementari, indissolubilmente legate. E che la possibilità di garantire cibo a chi lo domanda dipende dalla capacità dell’agricoltura di produrlo. Nessuna meraviglia, dunque, se nel trattare di alimentazione si è dato così tanto spazio all’agricoltura ed alle problematiche ad essa connesse.

La trattazione è evidentemente incompleta. Ma sarebbe già un ottimo risultato essere riusciti a far comprendere che l’alimentazione come bisogno umano primario, il sapore dei cibi come espressione profonda della cultura locale e della tradizione gastronomica, la salute dell’uomo come risultante della sanità dei prodotti agricoli e della difesa della natura dall’inquinamento, sono elementi inscindibili tra di loro e tutti insieme espressione comune di una fondamentale esigenza dell’uomo: il diritto ad una dignitosa qualità della vita.

Tale diritto coincide con l’interesse nazionale, con l’esigenza di costruire una Patria moderna ma legata ai valori della Tradizione, madre di tutti i suoi figli, solidale con i bisogni dei più deboli, capace di contrastare gli egoismi di cartelli e potentati economici, forte contro le lobby finanziarie che imperversano in tutto il mondo.

Raffaele Lupia