Dieci anni fa la guerra del Golfo

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Dieci anni fa, esattamente il 20 marzo 2003, gli Stati Uniti, insieme con la Gran Bretagna, davano inizio alla Seconda Guerra del Golfo. A nulla valse l’opposizione della Francia, della Russia e della Cina, gli altri tre membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu (un’organizzazione che confermò di non essere, né di poter essere, un autentico “attore geopolitico”, in grado cioè di far valere una propria visione politica, o se si preferisce in grado di far valere il punto di vista della comunità internazionale anche contro la volontà di quella che oggi è la potenza predominante). Peraltro, gli Stati Uniti, consapevoli di poter contare a priori sul sostegno del circo mediatico occidentale, aggirarono ogni ostacolo inventandosi che Saddam possedeva armi di distruzione di massa e accusando il regime iracheno addirittura di complicità nell’attentato dell’11 settembre 2001. Fu quindi facile per gli Stati Uniti sostenere la necessità di una guerra preventiva contro l’Iraq, onde garantire la sicurezza della comunità internazionale, nonostante che già allora fosse evidente sia che Washington stava accusando l’Iraq senza alcuna prova, sia che l’attentato dell’11 settembre aveva fornito l’occasione a Washington di intervenire militarmente in Afghanistan, con il pretesto di distruggere il gruppo terroristico di Al Qaeda, guidato dal saudita Osama Bin Laden.

Ben altro, infatti, era il vero obiettivo degli Stati Uniti, che, come ebbe a rivelare, nel 1998, l’ex direttore della Cia, Robert Gates, avevano cominciato ad appoggiare l’opposizione al governo di Kabul perfino prima dell’intervento sovietico; un’operazione che, secondo Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza del presidente Jimmy Carter, aveva avuto «l’effetto di attirare i russi nella trappola afghana» (1). Né sfuggiva agli statunitensi che l’Afghanistan è da sempre un crocevia fondamentale tra Cina, India, il Medio Oriente e l’Europa. Un “territorio” ancora più importante dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica, dato che la fine del bipolarismo offriva agli Stati Uniti la possibilità di raggiungere lo scopo che almeno da un secolo tentavano (e tentano tuttora) di conseguire. Ovverosia l’incontrastata supremazia globale, basata su una dittatura di mercato “non evidente”, benché reale, in quanto celata, più o meno bene, dalla foglia di fico della “democrazia liberale” e “veicolata” dall’american way of living. Di conseguenza, da un lato, era essenziale per gli Stati Uniti liquidare tutto ciò che poteva ostacolare la formazione di una nuova società di mercato in funzione di una globalizzazione contraddistinta dalla “colonizzazione mercantile” di ogni mondo vitale e di ogni ambito sociale. Dall’altro, però gli Usa dovevano ridefinire gli equilibri mondiali in una prospettiva “americanocentrica”, sia mediante una ristrutturazione della Nato, al fine di ancorare definitivamente l’Europa all’Atlantico (un compito reso estremamente meno difficile dal tradimento della sinistra europea e dal fatto che l’oligarchia tecnocratica e “affaristica” del Vecchio continente poté sfruttare la riunificazione della Germania per mutare “in radice” il significato  politico dell’Unione Europea), sia mediante il controllo diretto del “cuore” dell’Eurasia.

Non sorprende allora la decisione di aggredire l’Iraq di Saddam Hussein, tanto più se si considera la relativa facilità con cui gli statunitensi avevano vinto la Prima Guerra del Golfo nel 1991. Una vittoria che pareva dar ragione a quegli analisti che ritenevano che l’aviazione e la superiorità tecnologica consentissero agli Stati Uniti di imporre la propria volontà a qualunque nemico, trascurando l’importanza dei “fattori culturali” (che invece si devono sempre tenere in considerazione, e proprio sotto il profilo politico-militare, come insegna la storia militare) e delle caratteristiche, non solo fisiche ma anche geopolitiche, di un determinato “territorio”. Comunque sia, anche se la Seconda Guerra del Golfo terminò nel giro di tre settimane, gli Stati Uniti, dopo la caduta del regime di Saddam, ancora una volta, come in Corea e soprattutto in Vietnam, furono incapaci di far sì che scopo politico e obiettivo militare fossero convergenti. E con il passare degli anni questa “forbice” continuò ad allargarsi, tanto da indurre Obama ad ordinare un ignominioso ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq.

Nondimeno, l’esercito nordamericano si è lasciato dietro una spaventosa scia di sangue, una catena orrenda di crimini e violenze di ogni specie, che hanno causato centinaia di migliaia di vittime che si sommano alle vittime causate dall’embargo imposto dall’Onu dopo la Prima Guerra del Golfo, e che provocò conseguenze gravissime per la popolazione civile, in particolare bambini e malati privi di medicine. Sarebbe però del tutto errato interpretare il ritiro dell’esercito statunitense dall’Iraq come una rinuncia della potenza capitalistica predominante ai suoi progetti di egemonia mondiale, ché anzi gli Usa sono ancor più decisi ad impedire che si possa dar vita ad un autentico “ordine multipolare” e devono necessariamente controllare il maggior numero di “posizioni dominanti”, sotto l’aspetto geostrategico, in vista della sfida con la Cina. Del resto, non è certo un caso che, da circa due anni, in Siria si combatta una durissima guerra che vede contrapporsi all’esercito della Repubblica araba socialista della Siria – ed al popolo siriano fedele ad Assad – delle bande armate e dei gruppi di islamisti, che comprendono numerosi mercenari e terroristi stranieri, finanziati e supportati dalle “petromonarchie” del Golfo (ma sarebbe più corretto denominarle “petrodittature” del Golfo). Ossia da Paesi che sono tra i principali alleati dello Stato nordamericano, che sembra essersi reso conto che non può fare tutto da solo e che deve cedere delle “quote di potere” ad alcuni gruppi “subdominanti” , al fine di evitare i pericoli derivanti da una “sovraesposizione imperiale”.

In sostanza, siamo in presenza di una nuova strategia che si fonda su un “approccio indiretto” anziché sullo scontro frontale, e che quindi  può rischiare di “giocare la carta” dell’islamismo contro l’Islam (2) (e la stessa eliminazione di Bin Laden si dovrebbe interpretare in questo senso). D’altronde, è noto che in ogni Paese vi sono delle divisioni di carattere etnico, religioso, sociale o ideologico che è possibile sfruttare, per favorire rivoluzioni colorate o per promuovere delle rivolte armate “eterodirette” o comunque guidate “dall’esterno”. Gli esempi purtroppo non mancano, basta pensare alla “primavera araba” in Egitto, alla ribellione dell’oligarchia islamista bengasina contro la Giamahiria di Gheddafi o alla rivolta contro il regime di Assad. Mutatis mutandis, lo scopo è sempre il solito, cioè «cambiare il regime di uno Stato avversario od occupare un territorio straniero, finché gli obiettivi strategici statunitensi non siano realizzati». (3). E lo spiega chiaramente il documento strategico del Pentagono del 30 settembre 2001, secondo cui gli Stati Uniti devono intervenire ogni volta che vi sia «la possibilità che potenze regionali sviluppino capacità sufficienti a minacciare la stabilità di regioni cruciali per gli interessi statunitensi», e in particolare qualora vi sia «la possibilità che emerga in Asia un rivale militare con una formidabile base di risorse». (4)

In definitiva, il fallimento politico-militare in Iraq (e pure quello in Afghanistan, dove gli statunitensi devono usare i droni per combattere dei nemici fortemente radicati in un territorio che conoscono perfettamente, anche se possiedono solo “archi e frecce” per opporsi alla gigantesca macchina bellica della Nato) ha convinto Washington a considerare l’occupazione di un territorio solo come l’extrema ratio e a delegare ad altri “attori” la funzione di rappresentare gli interessi degli Usa nelle diverse aree del pianeta. Il che però fa aumentare il rischio di dipendere da personaggi come il “petrodittatore” del Qatar o da loschi figuri come Hashim Thaci, il “boss” dello Stato “mafioso” del Kosovo (5). Ne consegue che facilmente gli eventi possono prendere una direzione imprevista, dal momento che, facendo leva su “quinte colonne” per destabilizzare un Paese o anche per far cadere un regime amico, ma di cui non ci si fida più (anche semplicemente perché considerato non più “utile” o troppo debole e corrotto), è inevitabile che si rischi di perdere il controllo della situazione. Non si deve dimenticare però che gli Stati Uniti hanno una notevole esperienza in questo genere di “operazioni”, sia pure in un continente distante dall’Eurasia. Ci riferiamo naturalmente all’America Latina, il cosiddetto “cortile di casa” degli Usa. Tanto che quando George W. Bush, dopo l’attentato dell’11 settembre, dichiarò  guerra al “terrorismo internazionale”, George Monbiot (editorialista del “Guardian” e docente universitario) ebbe a scrivere che il presidente degli Usa avrebbe dovuto prima di tutto dichiarare guerra proprio agli Stati Uniti, dato che da decenni gli Usa gestivano un campo di addestramento terroristico – denominato, fino al gennaio 2001, “Scuola delle Americhe” – che a partire dal 1946 aveva addestrato oltre 60000 poliziotti e soldati dell’America Latina, tra i quali parecchi “illustri” torturatori, assassini, dittatori e terroristi del continente americano. (6)

D’altra parte, la gigantesca macchina da guerra statunitense (o, se si preferisce, “occidentale”) comprende una miriade di “quinte colonne”, tra cui si devono annoverare non poche Ong e soprattutto i media mainstream. Sono stati infatti questi ultimi ad essere “in prima linea” al fianco dei militari statunitensi in Iraq (facendo apparire, nel migliore dei casi, la guerra d’aggressione degli Usa e le stragi di civili iracheni come una questione su cui era ed è possibile avere punti di vista diversi – sempre che, s’intende, non si osi dubitare della bontà della “missione” degli Usa nel mondo, dato che secondo i media occidentali è indubbio che gli statunitensi spendano centinaia di miliardi dollari ogni anno unicamente allo scopo di difendere la democrazia e i diritti umani in ogni angolo del globo). E sono i media occidentali, che ora sono “in prima linea” contro la Siria di Assad, ad avere svolto un ruolo decisivo anche nell’aggressione contro la Serbia (il bombardamento “democratico” della Nato contro la Serbia, al quale diede il suo contributo pure l’Italia di Massimo D’Alema – uno dei tanti “compagni italiani” convertitisi al servilismo filo-atlantico” – s’iniziò il 24 marzo del 1999, esattamente quattordici anni fa) e nel (fallito) golpe del 2002 in Venezuela. (7) “Legioni” di gazzettieri e intellettuali al servizio dell’oligarchia occidentale, sempre pronti ad usare “due pesi e due misure” e capaci di inventarsi dittatori che massacrano la propria gente ma che non si vergognano – pur di favorire la “reazione”, adesso che Chavez è scomparso – di non ricordarsi che, quando Chavez, nel 1992, con altri ufficiali bolivariani tentò di fare un colpo di Stato, al potere vi era “un tale” Carlos Perez. Vale a dire il politico venezuelano che aveva portato il suo Paese al disastro sociale ed economico – seguendo un “modello neoliberista”, non molto dissimile da quello che oggi viene imposto dalla cosiddetta “troika” (Ue, Bce e Fmi) – e che non aveva esitato a ordinare di sparare contro il proprio popolo (fonti ufficiali parlano di 200 morti, ma probabilmente furono più di 2000), ribellatosi perché stava letteralmente morendo di fame.

Tuttavia, né l’azione dei vari “scagnozzi” degli Usa né l’accanimento dei media occidentali contro l’America Latina di Chavez, di Morales o della Kirchner hanno potuto impedire il diffondersi e il rafforzarsi nel continente americano di una concezione e di una prassi politica decisa a contrastare la prepotenza degli Stati Uniti. Come non hanno potuto aver ragione né della “resistenza” della Siria di Assad né di quella dell’Iran di Ahmadinejad e degli ayatollah. Sotto questo aspetto, l’umiliazione inflitta alle truppe statunitensi in Iraq (e in Afghanistan) “gioca” a vantaggio di chi continua a battersi contro gli Usa e la dittatura di mercato, traendo profitto dalla riluttanza degli Stati Uniti ad impegnarsi in un altro conflitto. Si può dunque affermare che l’aggressione contro l’Iraq, indipendentemente dalle critiche che si possono (e si devono) rivolgere al regime di Saddam Hussein, è diventata, in un certo senso, il simbolo della tracotanza degli Usa e di quella dei gruppi di interesse che gli Usa difendono e rappresentano, nonché della “miseria”, umana e intellettuale, dei loro zelanti servitori, pagati profumatamente per giustificare le ingiustizie peggiori e i delitti più efferati. La tragedia dell’Iraq è diventata insomma il simbolo della barbarie atlantista, della volontà di potenza di uno Stato talmente ebbro di violenza e di perversioni, da ritenere l’intero pianeta una sorta di “oggetto-sé” (per usare un termine tecnico della psicoanalisi). Ma la tragedia dell’Iraq, proprio come quella del Vietnam o quella dell’Afghanistan, ha confermato – al di là di ogni altra considerazione, per quanto corretta possa essere – che un Paese non disposto a farsi colonizzare può sempre “farcela”. E’ una lezione che numerosi Paesi sembrano avere ben appreso, a cominciare dalla Siria, ma che pare invece essere quasi del tutto ignorata in Europa, al punto che non è forse azzardato pensare che anche per questo motivo il Vecchio continente stia precipitando nel baratro di una crisi che, non a caso, non è tanto una mera, ancorché gravissima, crisi economica, quanto piuttosto una crisi (geo)politica, sociale, economica e culturale.

 Fabio Falchi – fonte: eurasia