Il suicidio di Dominique Venner

Notre-Dame-Dominique-Venner

Martedì 21 maggio 2013 si è consumato a Parigi, nella cattedrale di Notre Dame, un atto di enorme gravità e significato. Dominique Venner, uomo di pensiero e di azione della destra radicale francese, si è tolto la vita sparandosi.

Il suo è stato un gesto supremo, un atto volto a sensibilizzare i francesi e gli europei sulla necessità di uscire dallo stato di stordimento in cui da troppi anni si trovano. Un grido disperato affinché prendano coscienza della gravità del processo di decadenza a cui sono sottoposti, riscoprano la nobiltà delle loro origini e, su questa, fondino l’indispensabile inversione di tendenza.

Un atto tremendo, scaturito nel corso della grande campagna anti-omosessualista, giustamente intrapresa da milioni di francesi contro l’immorale legge che riconosce i cosiddetti “matrimoni” tra persone dello stesso sesso, e la possibilità di adozioni di bambini da parte di queste.

Si può dire che quello di Venner è stato un gesto proporzionato alla gravità del momento. Dominique Venner ha sacrificato se stesso per affermare tutto il suo amore per il proprio popolo stretto nella morsa di una decadenza che lo porterà all’estinzione, destino che lo accomuna – senza la necessaria inversione di tendenza – al resto dei popoli dell’Europa occidentale.

Non possiamo accettare – nella sua oggettività – il gesto dello scrittore e militante francese, pur condividendo appieno la preoccupazione per lo stato in cui versa la nostra Europa. Il suicidio, praticato lucidamente, viola il comandamento che vieta di uccidere l’innocente; è una proclamazione di assoluta signoria sulla propria vita (signoria assoluta che spetta, invece, solo a Dio); è un atto di insubordinazione a Dio, colui che ci ha dato l’essere e l’esistenza; un gesto di disperazione.

Non ci si può togliere la vita per denunciare la minaccia che incombe sulla retta esistenza; non si può compiere un atto contro natura per opporsi a chi vuole infrangere l’ordine naturale. È contraddittorio.

Un conto è mettere la propria vita a rischio in battaglia, o in altro cimento – dove dare e ricevere la morte per una causa giusta è moralmente lecito, in quanto la morte per sé e per gli altri non è direttamente voluta quale obiettivo finale e in odio alla persona – un altro scegliere deliberatamente di suicidarsi. Se tutti i militanti seguissero l’esempio di Venner, chi rimarrebbe a combattere? La vita per affermare la Verità la si può perdere, per mano di altri, però, ossia di chi vuole impedircelo privandoci del bene materiale più grande donatoci da Dio: l’esistenza terrena.

Donare interamente se stesso alla causa della buona battaglia, è la cosa più nobile che un uomo possa fare. Disporre della propria vita fino a consumarla per la triade Dio – Patria – Famiglia, non solo è lecito ma doveroso, secondo i limiti delle possibilità di ciascuno.

Detto ciò, lungi da noi l’idea di giudicare Dominique Venner. Solo Dio sa cosa abbia avuto nella sua mente e nel suo cuore il nostro camerata francese. 

Noi preghiamo per lui e lo salutiamo romanamente, come si saluta uno di noi.

 OF