USA, attacco alla Siria, altro che questioni umanitarie

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Ha deciso di attaccare, però ascolterà prima il Congresso. Parola di Barak Obama. Che significa, né più né meno, che o la decisione è sottoponibile a mutamento, o Il Congresso non ha il potere di mutarla. Insomma la confusione regna sovrana alla Casa Bianca. Tra un Segretario di Stato e un Presidente che parlano prima di riflettere, gli Stati Uniti sono in difficoltà.

Più che la determinazione della Siria, sulla quale fanfaroneggia Assad, sono lo stop del Parlamento britannico alle ansie guerriere di Cameron e la decisione dell’Italia di attenersi alle risoluzioni delle Nazioni Unite  che lasciano Washington con il cerino in mano. Washington in Europa è sorretta solo dalla Francia, che però in Medio Oriente ha storicamente il riflesso incondizionato dei Mirage, in assenza di una politica.

Senza il consenso dell’Onu e della Lega Araba e non potendo utilizzare la Nato, l’appoggio della Turchia di Erdogan, di Israele e degli Emirati del Golfo Persico ad un eventuale aggressione alla Siria non intacca, infatti, l’unilateralità della decisione statunitense. Obama si trova però in difficoltà: è andato troppo avanti per non lanciare i missili ma è in ritardo per quanto attiene alla capacità di reazione rapida ed alla capacità di costruire una coalizione che l’accompagni nell’avventura.

Coalizione che non sarà semplice da costituire. Le cosiddette prove che Kerry, emulando il Colin Powell che si prendeva gioco del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, spaccia senza pudore nelle ormai quotidiani incontri con la stampa, sono persino poco credibili sotto il profilo statistico e, con tutta evidenza, fanno parte della propaganda destinata ad ottenere il consenso dell’opinione pubblica statunitense. Che però al momento, al pari di quella europea, non ritiene affatto utile l’inizio di una nuova guerra mediorientale, possibile inizio di una tragedia di proporzioni vaste ed effetti incontrollabili.

Gioca un ruolo decisivo, nella freddezza da parte occidentale verso Washington, la consapevolezza di quanti e quali siano stati gli errori di Obama nell’appoggiare prima le cosiddette primavere arabe per poi accettare che fossero represse nel sangue, dal Barhein all’Egitto. Il risultato è che alla fine si è privato della stabilità l’insieme politico regionale ed aperto un quadro d’incertezza e di difficilissimi equilibri e tensioni che possono trasformare facilmente l’area in una polveriera.

Non sfugge del resto a nessuno che Mosca ritiene la caduta di Damasco una minaccia alla sua presenza nell’area e, di conseguenza, un diretto rinvigorimento della minaccia islamica fin nel Caucaso. La base russa di Taurus è ormai l’unico punto strategico per Mosca in una regione ormai ostile.

Quanto alle accuse statunitensi alla Siria, non s’intravvede un briciolo di coerenza. Non c’è nessuna questione relativa ai diritti umani che i carnefici di Guantanamo e delle renditions possono rivendicare, così come non c’è nessuna condanna all’uso di armi chimiche da parte di chi ha ordinato, nel corso della storia recente, l’uso indiscriminato di napalm e di fosforo bianco sulle popolazioni civili senza battere ciglio.

Altro che preoccupazioni umanitarie. L’attacco alla Siria si rende semmai inevitabile, per l’Occidente, a causa della situazione sul terreno, dove i ribelli sono in serie difficoltà militari e in preda ad una decisa divisione politica. La prima è determinata dalla controffensiva militare dell’esercito regolare di Assad che ha riconquistato città e punti strategici, interrompendo l’ampliamento delle zone conquistate e riducendo le roccaforti dei ribelli ad enclave. Il cammino verso Damasco da parte dei ribelli è al momento una pia illusione.

fonte:Altrenotizie