Dove va la scuola?

scuola

Prima di fornire elementi utili per rispondere alla domanda, mi preme precisare che questo articolo non tratterà del sempre uguale a se stesso avvicendarsi delle riforme e delle circolari ministeriali né dello specifico operato di ministri che, indossando casacche diverse, ma accomunati da un’identica visione del mondo, hanno lavorato, ad ogni livello del sistema scolastico nazionale, al medesimo progetto di distruzione di un servizio pubblico – considerato in tempi non lontani, pur tra mille difetti e aspetti migliorabili, uno tra i migliori al mondo – che è ormai ridotto ad un diplomificio, sovrapponibile, in buona sostanza, all’infimo standard di molti istituti privati, noti, però, per svolgere da sempre questa funzione.

Non parlerà dei vergognosi stipendi degli insegnanti e dell’eterna piaga del precariato né, tanto meno, dell’azienda autonoma priva di fondi (autonomia è sinonimo di abbandono da parte dello Stato) che è diventata oggi la scuola italiana, mortificata pesantemente nella propria missione sociale, e tralascerà anche l’indagine sulle fallimentari metodologie della didattica postsessantottina, che hanno prodotto nei fatti un ritorno all’analfabetismo, o la pur giustissima critica sull’adozione dei test, sempre ispirati dall’imperativo adeguamento alle direttive UE, delle cosiddette prove Invalsi.

Tutto ciò attiene, per lo più, ad un’analisi quasi unanimemente condivisibile, se non altro nella sua pars destruens, utile ad evidenziare tutto ciò che non funziona o viene fatto male. E’ più utile trattare, invece, dell’unico obiettivo che la scuola, pubblica o privata non fa molta differenza, cerca molto diligentemente di perseguire, l’unico in cui sembra ottenere, per dirla in didattichese, rilevanti “successi formativi”: la diffusione massiva, propinata a colpi di fantomatici “progetti”, di una sequela di luoghi comuni, spesso caratterizzati da una medesima semantica che sembra tratta dalle pagine del più noto romanzo di Orwell, utili a distruggere nei giovani e negli insegnanti – che per la moderna didattica “imparano ogni giorno dai ragazzi” e non hanno nulla da insegnare – qualsiasi sano principio legato a valori certi e qualunque residuo di capacità logica, per sostituirli con una raffica di patetici tentativi-tampone, rivolti a fornire risposte, sempre e rigorosamente all’insegna del pensiero unico politicamente corretto, a quella decadenza dei costumi che, per gli aspetti che ci interessano, è stata provocata proprio dal trionfale dilagare in ogni ambito del medesimo pensiero unico e non certo dalla sopravvivenza marginale di modi di pensare tradizionali, ormai banditi e universalmente rinnegati.

“Educazione alla legalità”, “educazione sessuale”, “razzismo”, “bullismo”, “giornate europee” o mondiali per questo o per quello, o contro questo e quell’altro, ossessiva attenzione ad un solo e ben noto episodio della storia della seconda guerra mondiale, progetti e progettini miranti a lucrare qualche soldo alla UE o alle amministrazioni locali … nell’assenza d’altro, nella diseducazione allo studio, e non solo, che trionfa tra gli alunni, rimangono, infatti – fatta eccezione per quel poco che la buona volontà e i sani principi di pochissimi docenti riescono ad ottenere, quali voci che gridano nel deserto – le uniche pillole di pseudocultura che in qualche modo penetrano, con la forza degli slogan, nella mente dei giovani, uniformandoli ai peggiori aspetti di questi nostri tempi e proponendo, di fatto, in apparente alternativa al “grande fratello” televisivo il livello “serio” dei TG della Rai o di Canale 5 e Italia uno.
Questi sono i peggiori crimini che la misera scuola di oggi – in tempi in cui la sovranità nazionale è ormai un concetto obsoleto – compie con complice acriticità e, spesso, solo per quieto sopravvivere, accettando pigramente, con l’indispensabile sostegno di presidi tirannici e compiacenti, le peggiori direttive di quell’Europa dei mercanti che, rifiutando con sdegno illuminato anche un timido accenno alle proprie radici cristiane, ha messo in atto il peggior parricidio che mai si potesse immaginare.

In questo contesto, e nell’assoluta e diffusa sudditanza alle mode esotiche, c’è da restare persino stupiti del fatto che i sindacati, quegli stessi sindacati che tante responsabilità condividono con la classe politica per aver ridotto la scuola nelle tragiche condizioni in cui si trova, abbiano respinto l’idea, contenuta in una legge dello Stato della California che – in ossequio al neonato concetto di “genere”, prima giustamente relegato alla grammatica e oggi innalzato a moderna alternativa alla tradizionale e naturale idea di sesso  – impone alle scuole pubbliche del suo territorio di lasciare ai ragazzi la libertà di utilizzare indifferentemente i bagni femminili o maschili.
E’ senza dubbio uno stupore più che giustificato, perché gli stessi sindacati à la page – ed in particolare uno che ha fama di avere maggioranza cattolica – non osano certo mettere in discussione l’aberrazione di fondo contenuta nella norma californiana che vorrebbe ridurre la natura sessuale ad un mero accidente, qualcosa che può cambiare a seconda del WC che si preferisce frequentare, magari a giorni alterni. No, i rappresentanti dei “lavoratori della cultura” vogliono solo affrontare la questione in modo più efficace, accettando in toto, dunque, il più ottuso relativismo: l’arbitrarietà dell’identità sessuale.  [1]

Non risulta che ci siano state consistenti opposizioni alla madre di tutte le battaglie a cui vogliono costringerci con l’imminente svolgimento del prossimo anno scolastico, che dovrebbe coincidere con l’approvazione di una qualche legge contro l’omofobia. Nessuna reazione, infatti, si è registrata ad una illuminata campagna già lanciata nel 2012, ma non molto seguita se non dalle scuole più “sensibili” all’argomento. Si tratta dell’iniziativa che scaturisce dall’istituzione ministeriale, su input  di un fantomatico UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, uno dei mille organismi “voluti dall’Europa”, collegato al dipartimento per le pari opportunità, che ha pure il coraggio di lamentarsi dello scarso successo riscosso finora dalla meritoria campagna), ogni 17 maggio della “giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia”: una ghiotta occasione per divulgare fra giovani e giovanissimi tutte le assurde teorie già applicate in California, così come in Francia, Spagna o Belgio, che equiparano la diversità di “orientamento sessuale”  – dato certamente non biologico – alla differenza razziale, pretendendo di considerare le unioni tra omosessuali, e/o quant’altro, alla stessa stregua dei matrimoni misti.

Per fare ciò, assurdo su assurdo non trovano difficoltà a giustapporsi, si fa ricorso alla citazione, parziale e retroattiva, del feticcio chiamato Costituzione che dovrebbe fornire il fondamento all’operazione, secondo i dogmi laicisti del politicamente corretto, unica “religione” oggi tollerata: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali sociali …” spingendo così, in modo fraudolento, un popolo ignorante della Storia – il cui studio, sia detto per inciso, è stato ridotto ad una farsa da tutte le riforme degli ultimi quindici anni – a credere che una carta scritta nel 1947 contenesse già in potenza la stessa idea di “genere”, che solo per un accidentale anacronismo del testo verrebbe quindi equiparata ad una semplice distinzione di sesso, come se il legislatore di allora già prevedesse la fortuna, e ad essa in anticipo si conformasse, a cui il neologismo aberrante del “gender”, e l’insana filosofia che lo sostiene, sarebbe stato destinato, pur in assenza, almeno alla data di oggi, di una qualunque legge a riguardo.
Il tutto viene abilmente inserito nel solco della logica liberale dei “diritti”, manifestandosi come il naturale proseguimento di quella mentalità massonica già trionfante in Italia fin dal 1861, e assurge a “mission” della stessa “azione educativa” che, ça va sans dire, corrisponde ad un’azione altamente diseducativa.

Ed ecco che nel documento dell’UNAR, rilanciato su carta intestata del Ministero, è l’intera missione della scuola ad essere ridisegnata con l’avallo della più alta carica dello Stato:
“L’azione educativa ha come finalità primaria la promozione e la tutela dei diritti, ma l’invito del Presidente Napolitano “a trovare misure efficaci per abbattere anche questo tipo di discriminazioni” ci sollecita ad agire su alcune specifiche direttrici.
1)      educazione all’affettività ed alla sessualità ;
2)      contrasto al bullismo omofobico;
3)      coinvolgimento degli adulti di riferimento.
Nella prima direttrice, se è abbastanza diffusa l’informazione sul tema della sessualità, molto meno lo è una vera formazione che spesso risente dei vari orientamenti religiosi, culturali, etnici, ideologici, etc … Se, invece, si pone il tutto all’interno del tema dei diritti si può ragionare nella giusta ottica di orientamento sessuale, di identità sessuale e di ruolo di genere, (in grassetto nel testo, ndr) in maniera articolata e completa”.[2]

Pur tralasciando l’analisi delle altre due “direttrici” appare dunque chiaro come la sgangherata scuola italiana debba spazzare via il fastidioso impaccio costituito dai “vari orientamenti religiosi, culturali, etnici, ideologici” e operare non per la conoscenza delle abilità di base necessarie – leggere, scrivere e far di conto – né, tanto meno, per educare al bene, al vero e al bello e sviluppare nei giovani un qualche spirito critico, roba da Medio Evo, ma per l’indottrinamento omofilo dei minori che potrebbero voler esercitare il diritto di “scegliere” se diventare, magari a tempo determinato, omosessuali o lesbiche, maschi o femmine e, perché no, potenziali futuri travestiti o transgender, perché il sesso che il buon Dio ci attribuisce alla nascita non conta nulla e il solo pensarlo è già un crimine contro l’Umanità. Era forse questa la più efficace strategia a cui alludeva la cattolica Cisl? Si tratta, comunque, di un approccio che lascerebbe irrisolta la questione dei bagni che, c’è poco da ridere, fu sollevata a suo tempo in Italia dal signor Guadagno, in arte Luxurya, riguardo alle preistoriche toilettes della Camera dei deputati.
Con entrambe le strategie, più o meno radicali nella forma, ma identiche nella sostanza, si giunge con agilità a negare il fondamentale“valore di realtà alla natura, [e] si può facilmente concludere che l’umanità non è articolata secondo la differenza sessuale, che non ci sono le donne e gli uomini, ma che esistono solo delle entità neutre che possono decidere, anche più volte nel corso della vita, l’identità sessuale da assumere. Tutto ciò […] ha risvolti estremamente concreti. Basti pensare alle legislazioni spagnola e argentina: entrambe prevedono la possibilità di cambiare sesso senza bisogno che vi sia un’operazione chirurgica alla base. Secondo la recente definizione della filosofa del diritto Laura Palazzani, si è così prodotto il passaggio ‘dalla differenza sessuale alla in-differenza sessuale’ “[3]

Ancor più grave è il fatto che ciò avvenga anche attraverso l’autorità che malgrado tutto la scuola riveste, specie sui piccoli delle elementari e delle medie inferiori, con il conseguente obbligo per i docenti, molto abili, a dire la verità, nello sport dell’adattamento indifferente ad ogni cosa, di prestarsi a questo indottrinamento criminale se non vorranno essere messi alla gogna, gravati dalla colpa irredimibile della cosiddetta omofobia e del razzismo, ormai allegramente equiparati.
Capite bene che ci si avvia ad una guerra, non dichiarata da noi, strettamente legata a quella contro la legge liberticida, e deicida, in discussione in Parlamento, che assume i connotati di un conflitto epocale e che, come tutti gli eventi di portata simile, travalica i confini ristretti dell’ambito di cui trattiamo.

Come ogni guerra di Fede e Civiltà, anch’essa richiederà il suo tributo di sangue: vedrà cadere sul terreno i suoi martiri e qualcuno indossare i panni scomodi dell’eroe suo malgrado. Fuori e dentro la scuola, genitori, ragazzi, insegnanti, che saranno costretti ad opporre una coraggiosa obiezione di coscienza per non diffondere il male contenuto nei dettami tirannici dell’ “azione educativa” di cui parlavamo prima, saranno ben presto chiamati ad un aspro e doveroso combattimento o all’abbandono in massa della scuola, pubblica o privata che sia, per dare vita insieme a forme alternative, non certo inedite, di educazione ed istruzione. In ogni modo sarà molto difficile restare a guardare, a meno che non ci si conformi passivamente a quel principe del mondo che, oggi più che mai, è anche il principe della scuola, ma si tratterebbe di un’ indiscutibile, e probabilmente definitiva, sconfitta.

di Giuseppe Provenzale

Fonte: Portale Tradizione

Note

[1] ”Non e’ con l’uso comune delle toilette che si educa al rispetto del genere” sottolinea il segretario generale della Cisl Scuola Francesco Scrima che evidenzia come sia ”un problema culturale molto più profondo ed esteso”.
http://www.adnkronos.com/IGN/News/Cronaca/Scuola-sindacati-su-legge-California-omofobia-non-si-combatte-cosi_32490329493.html

[2] Qui è possibile scaricare la circolare ministeriale che istituisce la “giornata mondiale contro l’omofobia e la transfobia” e le direttive dell’UNAR, queste ultime cliccando sul link “scarica il report”.  http://www.smontailbullo.it/webi/?s=67

[3] Giulia Galeotti: “Gender/Genere” – Edizioni VIVEREIN, p.27