23 Marzo 1944: Via Rasella, parla Pietro Zuccheretti. Segue un dettagliato resoconto dei fatti.

Zuccheretti

Buongiorno, mi chiamo Pietro Zuccheretti, ho 10 anni, e oggi vi racconto perché mi vedete così in questa immagine. E´ il 23 Marzo 1944, è iniziata la quarta primavera di guerra da pochi giorni, la mia città, Roma, è stata dichiarata da tempo ormai dal comando Germanico “città aperta” ovvero, data la sua particolarità di avere una quantità enorme di edifici e monumenti storici, non vi sono schierate nè truppe nè mezzi militari, volti a mettere a rischio l´incolumità dei monumenti millenari di questa città; inoltre a Roma vi è anche lo Stato Pontificio, altro luogo da preservare dalla guerra anche se, nonostante ciò, gli aerei degli angloamericani la sorvolano quotidianamente lanciando bombe dove capita, anche sul Vaticano stesso, ancora è fresca la

ferita del bombardamento del Quartiere di San Lorenzo e ancora molta gente piange i morti di quel bombardamento che i posteri, molti anni dopo, facendo ricerche, scopriranno essere stato ideato da Solly Zuckerman, il teorico del bombardamento terroristico su civili indifesi e obbiettivi non più militari ma civili.
Io sto camminando per strada, mi trovo in Via Rasella, all´altezza di palazzo Tittoni, e mentre percorro questa strada, in senso opposto marciano inquadrati nei ranghi 156 uomini della 11° Compagnia del reggimento “Bozen”, comandato dal Maggiore Helmut Dobbrick: questa strada viene quotidianamente percorsa da questi soldati della Feldgendarmerie dopo le esercitazioni quotidiane. Vi faccio notare che, proprio perché la mia città, Roma, è stata dichiarata “città aperta”, non vi sono nè truppe nè carri armati, il servizio d´ordine pubblico è demandato alla P.A.I: (Polizia dell´Africa Italiana) e ai riservisti della Feldgendarmerie, oltre ai Militi delle Brigate Nere: ciò per volontà di Benito Mussolini e di Hitler in persona. Questi uomini, hanno il compito esclusivo di svolgere attività di Ordine Pubblico, non sono impegnati al fronte, nè impegnati in azioni belliche di alcun rilievo contro il nemico angloamericano che è impantanato e bloccato nella zona di bonifica dell´Agro Pontino dal mese di Gennaio´44 quando gli angloamericani sbarcati a Nettunia per volontà del premier inglese pensavano di raggiungere Roma in pochi giorni mentre in realtà, le truppe Germaniche e i Battaglioni Nembo, Barbarigo, Degli Oddi, e i Genieri della GNR con un altissimo prezzo in termini di perdite umane li hanno inchiodati sulle loro posizioni. Non passa giorno che a Roma in città non si registrino azioni isolate di uccisioni alle spalle, di agguati ai militi della GNR che vengono uccisi e lasciati sanguinare sul selciati, sui sampietrini. Ciò produce preoccupazione e sdegno anche da parte del Pontefice Pio XII, il quale teme una recrudescenza sanguinosa ed altri inutili morti,
perché il Pontefice è perfettamente conscio del rischio dell´avanzare del comunismo (ch teme e deplora platealmente) ed altresì è perfettamente conscio del fatto che uccidere un singolo milite alla schiena e poi scappare non anticipa di certo la fine della guerra ma altresì non fa altro ch esacerbare gli animi già tesi. Oggi è il 23 Marzo, è il secondo giorno di primavera, una primavera di guerra, triste, affamata, il cibo scarseggia, ma è anche il 25° anniversario della fondazione dei Fasci di Combattimento di San Sepolcro a
Milano, e quindi i GAP (Gruppi Azione Patriottica) si sentono in diritto ed in dovere di compiere un´azione terroristica di guerriglia, convinti di dimostrare agli angloamericani che loro sono capaci di risolvere in pochi giorni il conflitto bellico sul sacro suolo della Patria invasa da eserciti di molte nazioni straniere. Improvvisamente, scoppia un ordigno, si tratta di 18 chilogrammi di tritolo collegato ad una miccia ed un detonatore a strappo collocato all´interno di un carretto della spazzatura e, nel confezionamento
dell´ordigno, vengono collocati chiodi e spezzoni di ferro, al fine di rendere micidiali le schegge che si propagano al momento dello scoppio. E´ un attimo: 26 riservisti Germanici muoiono sul colpo, altri 7 moriranno poco dopo il ricovero all´ospedale del Littorio e. oltre a loro, muoiono anche due civili che si trovavano inconsciamente al posto sbagliato nel momento sbagliato. Nella deflagrazione, anch´io, Pietro Zuccheretti, di anni dieci, romano, vengo colpito in pieno dall´esplosione e vengo ridotto così come mi potete vedere
nell´immagine: del mio corpo rimane intatta solo la parte che vedete, i miei piedi e le mie gambe non verranno mai ritrovate e verrò messo in una piccola bara di legno fatta con semplicissime assi da cantiere. Mentre vengo colpito dalla deflagrazione e muoio sventrato, e la mia unica colpa è quella di trovarmi li per caso, altri gappisti lanciano bombe a mano contro i riservisti Germanici e poi si danno alla fuga a gambe levate. Ma chi furono gli artefici di questa proditoria azione? Chi furono i gloriosi e radiosi personaggi di questa “azione militare”? Eccoli: Rosario Bentivegna (ex Fascista del GUF) che, travestito da spazzino, trasportò la bomba con la carretta; Franco Calamandrei, che si tolse il berretto per indicare a Bentivegna che il reparto aveva imboccato via Rasella e che la miccia per l’esplosione doveva essere accesa; Carla Capponi, che aspettava Bentivegna all’angolo di via delle Quattro Fontane; e poi Carlo Salinari, Pasquale Balsamo, Guglielmo Blasi, Francesco Cureli, Raoul Falciani, Silvio Serra e Fernando Vitagliano. Questi giovani (tra i 20 e i 27 anni) facevano parte di uno dei tanti gruppi denominati di Azione Patriottica (Gap) e dipendevano dalla Giunta militare, emanazione del Comitato di Liberazione Nazionale (Cln), di cui erano responsabili Giorgio Amendola (comunista), Riccardo Bauer (azionista) e Sandro Pertini (socialista). L’ordine di eseguire l’imboscata di via Rasella, preparata nei minimi particolari da Carlo Salinari, fu dato dai responsabili della Giunta militare. Successivamente Bauer e Pertini dichiararono di non essere stati preventivamente informati e che l’ordine venne dato da Amendola a loro insaputa. Amendola stesso, qualche tempo dopo, confermò la versione, rivendicando a se stesso la responsabilità di aver dato ai “gappisti” l´ordine operativo per l’attentato. La sera del 26 marzo i giornali pubblicarono il testo del comunicato ufficiale germanico. In uno stile freddo, burocratico, la cittadinanza romana viene a sapere che: “Nel pomeriggio del 23 marzo 1944 elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bombe contro una colonna tedesca di polizia in transito per via Rasella. In seguito a questa imboscata trentadue uomini della polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti-badogliani. Sono ancora in atto indagini per chiarire fino a che punto questo fatto è da attribuirsi ad incitamento anglo-americano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l’attività di questi banditi. Da questa azione, scaturisce in seguito tutto ciò che di drammatico accadrà, sfociando nell´eccidio delle
Fosse Ardeatine, (dove la Convenzione dell´Aja dichiara fatto legittimo), e la macabra uccisione di Donato Carretta, linciato e gettato nel Tevere su delazione della moglie di un detenuto comune che lo indicò come il maggior responsabile anche se nessuno disse mai che si adoperò nel chiudere gli occhi quando evasero Saragat e Pertini e fece di tutto per placare la violenta reazione Germanica (legittimata dalla Convenzione dell´Aja) e via via tutto ciò che ne conseguì e che ancora oggi, a distanza di moltissimi anni, voi Italiani dovete subire come unica verità storica da parte dei cosiddetti “eroi”. Ecco, proprio della parola “eroi” prima di ritornare nell´oblio voglio raccontarvi questo: nel dopoguerra, i responsabili di questo agguato terroristico inutile, causa e prodromo delle Fosse Ardeatine, costoro sopra elencati, ricevettero una medaglia d´oro al merito e, quando un giornalista li intervistò e disse loro
“…ma perché non vi consegnaste alle autorità, avreste evitato la strage delle Fosse Ardeatine, il massacro di gente innocente…” la risposta secca fu “… non ci consegnammo e non ci volemmo consegnare perché ci avrebbero immediatamente ucciso e noi non volevamo morire da eroi”. Bene, da quel famoso 23 Marzo 1944, ad oggi, 23 Marzo 2012, nessun politico, nessuna istituzione,
nessuna associazione nazionale partigiani italiani, nessun presidente del con(s)iglio, della repubblica (delle banane) mi ha MAI ricordato. MAI. Io non esisto, io non sono mai esistito nella storia della vulgata resistenziale: non esisto perché ero solo un ragazzino di 10 anni, inerme e indifeso che, assieme agli altri due civili passavano di li in Via Rasella dove integerrimi e valorosi ed intrepidi terroristi poi medaglisti, fecero ciò che fecero. Mio padre combattè lunghe battaglie nel dopoguerra affinchè il mio nome apparisse sui libri di storia, venisse ricordato nelle scuole, venisse citato nelle celebrazioni annuali del ricordo, ma nulla. Nulla di tutto ciò. Io non esisto per loro. Per loro esistono solo coloro che materialmente compirono l´attentato, esistono solo le frasi trite e rigonfie di vanagloria, per loro esistono solo i loro martiri e le loro eroiche azione contro il barbaro oppressore nazi-fascista.
Oggi, dopo tanti anni dalla mia morte, con un ghigno di sorriso beffardo, ho iniziato a sputare in faccia a Pertini, a Scalfaro, e a tutti coloro che man mano la giustizia divina mi porta al mio cospetto: non ho più le gambe ma non scapperei, mi hanno lasciato la testa attaccata al tronco: posso solo con grande gioia sputargli ogni giorno in faccia e chiamarli con il nome che essi meritano: vigliacchi assassini infami. Un caro saluto a tutti voi.
I FATTI DI QUELLA TRAGICA GIORNATA:
Segnalazione di Massimo Mariotti
L’attentato di Via Rasella e la conseguente rappresaglia tedesca alla Fosse Ardeatine.
(Un classico attentato dinamitardo, fatto passare, dalla Giustizia Italiana, per “azione di guerra”, a comodo del PCI).
Da 67 anni,l ’attentato comunista a Via Rasella, a Roma, è rappresentato, scritto, tramandato, come una eroica azione militare dei GAP, (Gruppi Azione Patriottica).
Ma la verità è un’altra.
I comunisti, sino al marzo 1944, avevano cercato, invano, di scatenare delle rappresaglie da parte dei tedeschi e dei fascisti della RSI.
Ecco infatti un elenco di azioni delittuose compiute dai comunisti, nell’intento di suscitare delle reazioni nel fronte opposto.
Si tratta di ben quattordici attentati:
27 novembre 1943:uccisione del maggiore Musso della Guardia Nazionale Repubblicana,fulminato alle spalle mentre tornava a casa…..(non ci fu nessuna rappresaglia).
18 dicembre 1943:lancio di una bomba a mano contro un gruppo di soldati tedeschi davanti al cinema Barberini a Roma (nessuna rappresaglia)
19 dicembre 1943:lancio di bombe a mano contro le finestre del comando germanico nell’Albergo Flora (nessuna rappresaglia)
26 dicembre 1943:sabotaggio ad un autocarro tedesco in piazza Montecitorio (nessuna rappresaglia)
16 gennaio 1944:sabotaggio ad una autorimessa requisita dai tedeschi in Via San Nicolò da Tolentino (nessuna rappresaglia)
18 gennaio 1944: lancio di una bomba contro una sentinella tedesca di servizio al carcere di Regina Coeli (nessuna rappresaglia)
22 gennaio 1944:lancio di una bomba contro il comando tedesco alla stazione Termini (nessuna rappresaglia)
24 gennaio 1944:sabotaggio a due autocarri tedeschi in Via Francesco Crispi (nessuna rappresaglia).
24 gennaio 1944:sabotaggio ad un autocarro tedesco in via Regina Elena (nessuna rappresaglia).
2 marzo 1944: uccisione di due camicie nere in viale Giulio Cesare (nessuna rappresaglia),
5 marzo 1944:uccisione di un soldato tedesco isolato in piazza dei Mirti (a questo attentato, i tedeschi reagirono, fucilando, il 9 marzo, dieci partigiani catturati nei giorni precedenti).
8 marzo 1944:sabotaggio ad una camionetta tedesca in via Scavolino (nessuna rappresaglia).
9 marzo 1944:sabotaggio ad un autotreno carico di benzina in via Claudia (nessuna rappresaglia).
10 marzo 1944:lancio di bombe contro un corteo di fascisti in Via Tomacelli, con la uccisione di tre militi (nessuna rappresaglia).
I motivi che spinsero i comunisti ad accelerare i loro attentati ai primi del marzo 1944,. va ricercato nel fatto che non si era verificata ancora nessuna frattura tra tedeschi, fascisti, e la popolazione di Roma. I romani campavano con rassegnazione, e non mostravano nessuna intenzione di partecipare alla lotta clandestina scatenata dal partito comunista.
Era perciò necessario, per il PCI, scuotere le masse con una azione clamorosa, e la reazione tedesca o fascista sarebbe prima o poi arrivata.
I comunisti, come sempre, se la sarebbero cavata senza danni, dopo un attentato, ed il sangue di innocenti, scaturito dopo una grossa rappresaglia,avrebbe finalmente scosso l’apatia dei cittadini romani.
In Roma, tra l’altro, esisteva anche il FMCR (Fronte Clandestino Militare Romano), di idee si antitedesche e antifasciste, ma non comunista. I suoi membri, in numero di 130, tra ufficiali e militari, con a capo il Colonnello Montezemolo, erano già stati catturati dai tedeschi e messi in galera. Essi, per i comunisti, erano un ostacolo, un domani che Roma fosse stata liberata dagli Alleati….Essi soli, i comunisti, avrebbero aspirato a rappresentare il solo ed unico fronte antifascista, secondo le direttive di Luigi Longo e Palmiro Togliatti.
Bisognava eliminarli in qualche modo……
Ma nemmeno un pazzo avrebbe creduto che eliminando 30 o 40 soldati tedeschi, si sarebbe messa in difficoltà una armata composta da decine di migliaia di uomini e da 60.000 automezzi…….
Fu allora che il PCI decise una azione destinata a destare una grande reazione tedesca.
L’attentato di Via Rasella fu pensato forse da Giorgio Amendola,detto Giorgione per la sua mole. I comunisti, si ritrovavano spesso nel palazzo della contessa donna Bice Tittoni.Là, tra una bicchierata e l’altra, e pare fossero presenti anche il futuro regista Roberto Rossellini ed il pittore Renato Guttuso, si misero a punto i termini di un attentato.
L’ordine di sterminare un reparto tedesco, si volle poi sostenere, era stato deciso dalla giunta militare del CLN, della quale facevano parte anche dei non comunisti.Ciò è falso:infatti, il governo di Badoglio aveva impartito precisi ordini di “non effettuare attentati nella capitale”.I componenti la giunta militare, si assunsero la loro parte di responsabilità “a posteriori”, cioè dopo l’attentato, per legalizzarlo,secondo il piano del PCI di cui erano rigorosi servitori.Così anche Sandro Pertini, Emilio Lussu e Riccardo Bauer, divennero complici dell’attentato.
Via Rasella
Via Rasella, è una strada al centro di Roma; alquanto stretta, collega via Quattro Fontane con la Via del Traforo.Il comando tedesco la aveva indicata per farvi passare un plotone di 150 altoatesini, armati di sola pistola, ogni giorno, per avvicendare gli uomini in servizio nei varii ministeri romani.
Erano uomini sui 50 anni, provenienti dalla zona di Bolzano, e di lì il nome “Bozen” dato a quel reparto.Il reparto, transitava per via Rasella ogni giorno verso le 14,30.
Venne così studiato un piano, minuzioso, per uccidere dai 30 ai 50 uomini.Attentato inutile e controproducente ai fini dell’esito della guerra, ma molto utile ai fini dei comunisti:per scatenare una dura rappresaglia su civili.
Non fu una eroica azione di guerra,come si sforzarono i rossi e le loro penne di considerarla a guerra finita,ma un attentato in piena regola, e passibile, secondo le regole sulle rappresaglie contemplate nella Convenzione dell’Aja del 18 ottobre 1907,appunto di “rappresaglia”, quando una unità militare regolarmente costituita ed inquadrata,viene attaccata da un gruppo di persone…”senza distintivi riconoscibili a distanza, senza divise riconoscibili,senza un capo che guidi il gruppo; cioè da forze irregolari”
I comunisti, è impossibile che non sapessero la regola; anzi, proprio perché la conoscevano, attuarono l’attentato.
Con la letteratura a posteriori,, ad es.Carlo Trabucco scrisse:”23 marzo.In via Rasella, nel cuore di Roma,un gruppo inquadrato di gendarmi tedeschi (falso:erano italiani dell’Alto Adige), mentre sfilavano cantando come d’uso,si è visto arrivare una pioggia di bombe che hanno provocato numerose vittime.Pare che tredici tedeschi siano stati uccisi,e un numero assai maggiore, feriti.I tedeschi hanno incominciato a sparare e a saccheggiare la casa da dove sono partiti i colpi:poi l’invasione e il saccheggio si sono estesi a tutte le case di via Rasella, del Traforo e via Quattro Fontane”.
Tutto miseramente falso.I tedeschi (anzi, altoatesini), uccisi furono in un primo momento 33, e poi, dopo alcune ore, 42.Da testimonianze nei processi che si svolsero poi in Roma, i deceduti altoatesini furono 46, secondo il generale Ambrogio viviani.E’ vero che essi credettero ad una bomba lanciata da una finestra, e spararono alcuni colpi alle finestre in alto.Poi arrivò il Generale Maeltzer, che avrebbe voluto incendiare tutto il quartiere.Ma intervenne il Maresciallo Kesselring, che lo indusse a più miti consigli.
Ma la falsificazione storica arriva al colmo, con lo scritto dello storico Renato Carli Ballola, quando scrive:”I gappisti avevano notato il passaggio quotidiano, quasi sempre alla medesima ora,di colonne tedesche lungo la centralissima via Rasella, tra le Quattro Fontane e via del Traforo.Venne quindi studiato un piano d’attacco,Il giorno stabilito (23 marzo),un partigiano travestito da spazzino trascina in via Rasella, lentamente, un carretto da immondizie,entro il quale è stata collocata una forte carica di esplosivo.Alcuni gruppi armati si appostano nelle vicinanze.Quando la colonna nemica è avvistata,il falso spazzino accende la miccia e da una spinta al carretto che esplode lungo la via in discesa.La carica esplode facendo scempio della colonna tedesca, e i superstiti che cercano scampo nella fuga cadono sotto il fuoco preciso dei gappisti:trentadue morti e numerosi feriti furono il primo bilancio dell’azione”.
Tutto questo è FALSO. I gappisti, dopo l’esplosione, si eclissarono rapidamente.Il falso spazzino, ossia lo studente di medicina Rosario Bentivegna, scappò verso Palazzo Barberini, e gli altri gappisti verso via del Traforo. Solo la gappista Carla Capponi, veduto avvicinarsi due agenti in borghese, spianò contro di loro una pistola, ed essi scapparono.
La letteratura resistenziale tendette a far qualificare l’attentato come azione di guerra,per consolidare le strane due sentenze del 1954 e 1957 del Tribunale Civile di Roma,che, salvando capra e cavoli,così qualificarono l’attentato…”L’azione di Via Rasella , ebbe obiettivo carattere di un atto di guerra, risoltosi in prevalente se non esclusivo danno delle forze armate tedesche”
Il “prevalente” danno lo ebbero si i 42 militari tedeschi morti, ma anche i 335 civili uccisi alle Fosse Ardeatine,sacrificati sull’altare degli interessi del Partito Comunista Italiano.
I soldati del battaglione “Bozen”, erano già militari italiani,facenti ora parte della Sudtiroler Polizei, ed erano armati solo di pistola, e non “potentemente armati” come scrissero falsamente gli storici di sinistra, e facevano la guardia agli ex-ministeri italiani requisiti, al Quirinale, e ad altri uffici pubblici.
Gli attentatori, cronometrarono, orologio alla mano, quanto tempo avrebbe impiegato un carretto della spazzatura spinto dalla sommità di via Rasella sino a metà via, e di conseguenza la lunghezza della miccia da accendere.Il recipiente per la bomba sarebbe stato prelevato dalla Romana Gas, riempito con 12 Kg di tritolo e spezzoni di ferro.
Un uomo, in fondo a via Rasella, avrebbe segnalato al finto spazzino (Rosario Bentivegna), l’arrivo del reparto altoatesino, con il togliersi il cappello.
Comandante del gruppo attentatore fu il dottor Carlo Salinari.Ce ne furono altri nove, ma si sa solo il nome di quattro di essi:la studentessa Carla Capponi,lo studente Rosario Bentivegna,Alfio Marchini e Franco Calamandrei.
Rosario Bentivegna,vestito da spazzino, portò il carretto nei pressi di Palazzo Barberini; quando il “palo”,in fondo alla via, Franco Calamandrei, si tolse il cappello, Bentivegna accese la miccia e lanciò il carretto. Il reparto dei soldati era giunto a metà della via.Il carretto esplose, e trentadue soldati restarono fulminati.Altri dieci morirono nelle ore successive, ma ufficialmente si seppe di un trentatreesimo soltanto, e poi se ne spiegherà il motivo.
Morirono anche sette cittadini romani, tra cui un bambino di 13 anni, Pietro Zuccheretti, che fu letteralmente decapitato dall’esplosione. Morirono anche due operai della TETI,chiamati lì da qualcuno…essi appartenevano al gruppo Bandiera Rossa, diffusosi nei quartieri popolari di Roma, ed inviso al PCI come il fumo negli occhi.
Questi sette civili uccisi, furono contrabbandati dal cinismo comunista come “martiri” uccisi sul posto dai tedeschi!!!
Tutto il quartiere fu circondato, e diversi civili arrestati.La cittadinanza romana fu concorde nel deplorare la strage.
Nel numero del 4 aprile del giornale antifascista Italia Nuova, si lesse:”Per Roma intera la deplorazione per l’attentato fu unanime;perché assolutamente irrilevante nella guerra contro i tedeschi nella quale il nostro paese è impegnato; perché insensato,dato che il maggior danno ne sarebbe derivato alla popolazione italiana;per quell’ampio senso di umanità che distingue noi latini e che non si estingue neppure durante gli orrori di una guerra, e per il quale ogni inutile strage non può trovare la giustificazione nell’odio ma solo nella necessità.Per la prima volta dall’8 settembre, i tedeschi avevano segnato un punto,ed avuto dalla loro l’opinione pubblica della capitale.Ma….”
I tedeschi, dal loro punto di vista, avevano il diritto di rappresaglia, contemplato nell’art.29 della Convenzione Internazionale dell’Aja.
Applicando la legge di guerra, i tedeschi si avvalsero di un loro diritto.
E non esiste una “legge della guerriglia” che faccia salvi i diritti degli attentatori o guerriglieri :nessuno ha mai voluto codificare e legalizzare l’atto di chi, indossando abiti borghesi,uccide alle spalle un soldato in divisa.Chiunque, può violare le leggi di guerra, ma allora deve essere pronto a subirne le conseguenze.Ma soprattutto, ad assumersi le sue responsabilità, per impedire che degli innocenti debbano pagare al suo posto.
La reazione germanica, di fronte ai resti dilaniati dei loro camerati, fu esattamente quella auspicata dai comunisti.
Hitler, subito informato dei fatti, dette quasi in escandescenze, ordinando la fucilazione di 50 civili per ogni soldato germanico ucciso.Si sarebbe trattato perciò di 33×50= 1650 persone da fucilare……
Intervenne Kesselring, che indusse il Fuhrer a più miti decisioni, stabilendo una rappresaglia di 10 ad 1.In un primo momento, tuttavia, la decisione fu di 20 ad 1.Fu Herbert Kappler che si oppose. Egli, al momento, aveva in mano solo 4 condannati già a morte;poi 140 prigionieri politici, di certa appartenenza partigiana;Poi una settantina di “fermati” perché sospettati di attività clandestina.Messi tutti assieme, non superavano i 210 ostaggi. Ma Kappler informò Kesselring di avere già in mano 330 ostaggi………
Venne reso noto in città, anche con automezzi dotati di megafoni, che se gli attentatori si fossero presentati, la rappresaglia non sarebbe stata eseguita.
Il 24 marzo, trascorse 24 ore, la rappresaglia avrebbe dovuto svolgersi.
Kappler avrebbe dovuto fucilare 330 ostaggi.Mise in lista i quattro già condannati a morte;tutti coloro che nei mesi precedenti erano stati condannati a morte e poi graziati;poi mise in lista gli antifascisti accusati di reati per cui era prevista la pena capitale;Ma non raggiungeva i cento.Gli suggerirono di infilare nel mucchio gli ebrei già prigionieri delle SS a Roma.Ma non superava i 150.Mise ancora nel mucchio i sospettati di antifascismo.Ma a conti fatti, Kappler arrivava a 280 ostaggi; gliene mancavano ancora 50.
A questo punto, egli si rivolse al questore Pietro Caruso.
Dipoi, il questore Caruso,rimasto gravemente ferito mentre si ritirava verso il nord dopo l’occupazione di Roma degli Alleati,venne catturato nell’ospedale di Viterbo. Portato a Roma,processato tra il 18 e il 21ettembre 1944, fu condannato a morte e fucilato il 22 settembre.
Kappler pretese da Caruso cento ostaggi.Caruso rifiutò.Kappler rispose che si sarebbe recato al carcere di Regina Coeli, ed avrebbe ugualmente preso 100 ostaggi.Allora Caruso disse che ne avrebbe consegnati 50, ma solo con l’autorizzazione del Ministro Buffarini Guidi.
All’alba del giorno 24 marzo, Caruso svegliò bruscamente Buffarini Guidi. Questi disse che, se i tedeschi avessero preso loro gli ostaggi, magari avrebbero prelevato povera gente in galera per furto di polli…..Allora Caruso tornò nel suo ufficio,e preparò un elenco di 50 nominativi, scelti tra i partigiani prigionieri,ed antifascisti dichiarati.
L’elenco doveva essere recapitato a Regina Coeli per le ore 17. Ma il commissario incaricato del recapitò, arrivò al carcere con mezz’ora di ritardo. Le SS, giunte puntualmente al carcere alle 17, si erano già presi 10 0staggi.Pregiudicati per reati comuni.
Si profilava ora il rischio che, se i tedeschi si fossero impossessati dell’elenco coi 50 precedenti nominativi, si sarebbe così arrivati a 60 ostaggi. Dieci in più del previsto!!
Caruso ricompilò un elenco, di soli 40 nominativi di detenuti comuni già in mano alle SS.I tedeschi arrivarono, ma non si accontentarono dei 40; ne presero 5 in più.Intanto, qualcuno aveva provveduto a sostituire, nelle lista fatta da Caruso, 5 comunisti, con altri 5 ostaggi……Fu così che si salvò Antonello Trombadori.
Così Kappler aveva trovato i 330 ostaggi da fucilare; anzi, ne aveva 5 in più.
Intanto gli attentatori, lasciarono scorrere tutte le 24 ore, mentre la morte si avvicinava per 335 persone più o meno innocenti.
Allora: L’attentato venne organizzato ed eseguito in funzione della rappresaglia che ne sarebbe inevitabilmente seguita.
Primo: I comunisti sapevano che l’attentato di via Rasella sarebbe stato completamente nullo dal punto di vista militare.
Secondo:sapevano che all’attentato sarebbe seguita inevitabilmente una rappresaglia.
Terzo:sapevano che le vittime della rappresaglia sarebbero state scelte, come era logico, tra gli antifascisti già prigionieri delle polizie italo-tedesche.
Quarto:sapevano che almeno 130 ufficiali del FMCR, non comunisti, e del Partito d’Azione, si trovavano in mano avversaria.
I 130 componenti del Centro Militare Clandestino Romano (FMCR), che erano in prigione,erano antifascisti ma non comunisti, anzi decisamente anticomunisti……..
Gente che, se fosse vissuta, dopo la guerra avrebbe dato filo da torcere al PCI……
Nulla da stupirsi, se i comunisti, con l’attentato di Via Rasella, e la certa rappresaglia, avrebbero preso due piccioni con una fava, e cioè: creato dei martiri su cui speculare all’infinito, ed eliminato un buon numero di futuri avversarii politici.
I comunisti, hanno sempre sostenuto che i gappisti di Via Rasella non si erano consegnati alle SS perché ignoravano che così facendo avrebbero evitato la rappresaglia…..
Due dei terroristi, il Calamandrei ed il Bentivegna,dichiararono di avere appreso della rappresaglia solo a cose avvenute…..
A confutare questa smaccata menzogna,c’è una testimonianza che venne pubblicata il 10 febbraio 1949 sul giornale Italia Monarchica.
Si tratta del racconto del signor Massimo de Massimi, che nel marzo 1944 , in Roma, ospitava in casa sua Franco Calamandrei,Rosario Bentivegna,ed una signorina,o la Carla Capponi o la Marisa Musu, del gruppo dei GAP romani.Era la stessa sera della strage di via Rasella.Il de Massimi ebbe il sospetto che gli autori fossero stati i suoi ospiti.De Massimi, ebbe con il Calamandrei un drammatico colloquio.
“Siete stati voi!” esordì’ De Massimi.
Il Calamandrei lo guardò sorridendo.E disse:”Si! Vuoi denunciarci?”-“Non si tratta di denunce, replico De Massimi,la cosa non finisce qui.Ci sarà una rappresaglia sanguinosa!”-“A la guerre comme a la guerre” motteggiò il Calamandrei.
“Come si può parlare con tanta leggerezza” gridò De Massimi,”vite umane saranno sacrificate per voi; innocenti saranno uccisi senza ragione.Perché non dimostrate il vostro coraggio costituendovi?Non potrete mai vantarvi di un’azione simile finchè vivrete.Cercherete di farvi dimenticare e sarete tormentati dal rimorso.Sacrificandovi, invece,ogni italiano ricorderà il vostro nome.”
Rispose il Calamandrei:”Retorica, sentimentalismo…..Sono un marxista, caro mio,e come tale debbo conservare la mia vita per la causa.Quella degli altri vale fino ad un certo punto”.
Così, nessuno degli attentatori si presentò ai tedeschi, e Kappler dette ordine per la rappresaglia.Come luogo per le esecuzioni, venne scelta una antica cava, alla periferia di Roma, sottostante alla via Ardeatina. Il primo carico di morituri venne prelevato dalle carceri di Via Tasso verso le tre del mattino.Con le mani legate dietro la schiena, le vittime, una cinquantina,vennero portate presso le cave.A gruppi di cinque; nessun fascista partecipò alla operazione.
Come esecutori della operazione, furono scelti uomini altoatesini, amici o parenti dei 33 (42), morti a via Rasella.
La strage continuo per lacune ore, la mattina del 25 marzo.
Alcuni degli esecutori, furono poi intervistati da Giorgio Pisanò, verso il 1962, a Bolzano e dintorni.”Fu un massacro bestiale”,raccontò uno degli esecutori..”Ricordo che, quando il primo gruppo di ostaggi venne schierato davanti alle nostre armi,alcuni di noi ebbero momenti di esitazione, e tardarono a sparare.Il comandante del plotone, allora, estrasse la sua rivoltella e urlò:”Ricordatevi che quello che è successo in via Rasella,potrebbe un domani capitare a chiunque di voi”…ed esplose i primi colpi.
Tra i m orti,i generali Simoni;Lordi, Fenulli,e Martelli; il colonnello Montezemolo, con altri 46 ufficiali;i professori Alberelli,Canali,Gesmundo; il console De Grenet; Aldo Finzi, già sottosegretario nel primo governo Mussolini.Vennero uccisi anche due fascisti repubblicani.
La questione, ebbe anche un brutto strascico militare.Gli Alleati, venuti a sapere che “eroici partigiani” avevano attaccato una colonna tedesca potentemente armata nel centro di Roma,ritennero che il comando tedesco fosse venuto meno agli accordi per Roma “città aperta” e ripresero a bombardare le vie di accesso alla capitale,uccidendo numerosi civili.
Il comando tedesco dovette così diramare un comunicato in cui si precisava che la vile imboscata partigiana non aveva avuto per bersaglio delle colonne in assetto di guerra,ma degli anziani soldati territoriali. I comunisti portarono e portano così anche la responsabilità per questi altri morti.
L’unico testimone della tragedia svoltasi alle Fosse Ardeatine, fu un contadino di 45 anni,Nicola d’Annibale, che dormiva in una capanna là nei pressi.
Quando arrivarono gli Alleati, si potè scoprire la zona della rappresaglia.I comunisti, naturalmente, sfruttarono al meglio il sentimento popolare.I caduti, divennero i “loro caduti”, i loro martiri…….Coloro che avevano ammazzato 33 (42) soldati altoatesini a via Rasella, furono anche insigniti di medaglie:medaglia d’oro alla gappista Carla Capponi, e d’argento a Rosario Bentivegna.E quando si svolse a Roma il processo contro il questore Caruso, colui che era stato costretto a consegnare un elenco di 40 ostaggi ai tedeschi, i comunisti riuscirono a provocare incidenti persino durante il processo, in aula.Il 19 settembre 1944, doveva deporre il direttore del carcere Regina Coeli, Donato Carretta, che si era prodigato ad alleviare le sofferenze dei partigiani e degli antifascisti catturati dai fascisti.Carretta, doveva solo confermare o meno se Caruso avesse consegnato una lista di ostaggi ai tedeschi.Una donna del PCI, aggredì il Carretta, appena entrato in aula, accusandolo di avere consegnato ai tedeschi il marito.
La folla presente, acchiappò il Carretta e lo linciò.La stampa comunista parlò di “sacrosanto atto di giustizia popolare”.Poi si venne a sapere che la donna era una attivista del PCI, istruita allo scopo…..Carretta, quasi in coma, venne trascinato fuori.lo si voleva finire mettendolo sotto un tram…il conducente se ne rifiutò.Allora lo si gettò nel Tevere, dove due giovani delinquenti, lo ammazzarono a colpi di remo….ed esiste tuttoggi la testimonianza filmata.
E’ opinione ancora oggi diffusa, chei comandanti Kesselring, Maeltzer e Kappler, siano stati condannati per avere attuato la rappresaglia.Questo è falso.Nessuno dei tre venne condannato per avere risposto all’attentato di via Rasella con la fucilazione di dieci ostaggi per ogni soldato ucciso.I magistrati inglesi che giudicarono Kesselring e Maeltzer riconobbero che la rappresaglia alle Ardeatine doveva essere considerata legittima perché contemplata dalle leggi di guerra.
Alle stesse conclusioni giunsero i giudici che processarono Kappler.Il maggiore SS infatti, non venne condannato all’ergastolo per avere organizzato e comandato la strage, ma per avere fucilato 335 ostaggi anziché 330. Ciò si evinse quando furono riesumati i corpi delle vittime.erano 335, e non 330.
Diversi generali, finita la guerra, testimoniarono che Roma era stata dichiarata città aperta, e nel 1944 si doveva osservare la più stretta neutralità, in cambio delle prerogative che facevano salva la cittè eterna.
(Da una dichiarazione del generale Domenico Chirieleison).
Ci fu uno strascico giudiziario contro i comunisti. Nove famiglie delle vittime chiesero il risarcimento danni al PCI, essendosi trattato di un “attentato”…..Il Bentivegna ed il Calamandrei furono sommersi da unanime disprezzo.Al temine della sua deposizione, il Bentivegna venne aggredito da una madre che gli urlò:”Vigliacco, assassino!Ho la mia creatura alle Ardeatine.Perchè non ti sei presentato,vigliacco!?”…..
I magistrati militari pervennero alla conclusione che l’azione di via Rasella era da considerarsi “attentato”, e perciò atto illegittimo;perché:”L’attacco fu compiuto da appartenenti a un corpo di volontari i quali, nel marzo 1944, non rispondevano ad alcuno dei requisiti previsti dalla Convenzione dell’Aja del 18 ottobre 1907,in cui si stabilisce che i volontari stessi debbono avere alla loro testa una persona responsabile,debbono portare un segno distintivo fisso, riconoscibile a distanza, ed impugnare apertamente le armi”.
I familiari di diverse vittime fecero causa a:Rosario Bentivegna; Franco Calamandrei,Carlo Salinari,Sandro Pertini,Giorgio Amendola, Riccardo Bauer e Carla Capponi, nelle loro vesti di componenti la giunta militare del CLN, che si era assunto la paternità dell’attentato.
Se i giudici avessero stabilito,come già stabilito dai tribunali militari, che l’attentato non doveva essere considerato “azione di guerra”,condannando quindi i terroristi a pagare i danni, un autentico uragano giudiziario si sarebbe abbattuto sulm PCI, che aveva fatto tanti attentati e provocato così la morte di 8000 persone nelle rappresaglie conseguenti……
Ma i giudici del tribunale di Roma, sia nel 1954 che nel 1957, stabilirono e ribadirono che a via Rasella si era svolta “Una azione di guerra”, ribaltando di 180 gradi le precedenti sentenze dei tribunali militari……I comunisti tirarono un grosso sospiro di sollievo.
I giudici di secondo grado (anno 1954) stabilirono che l’attacco di via Rasella:”Ebbe carattere obiettivo di fatto di guerra,essendosi verificato durante la occupazione della città,ed essendosi risolto in prevalente, se non esclusivo danno delle forze armate germaniche”……………….
Vi fu ancora un ricorso, ma la Suprema Corte, nel 1957, sentenziò…:”L’autorità giudiziaria non può prendere in considerazione una richiesta di risarcimento di danni per una rappresaglia che fu determinata da un’azione bellica”…………..

Negli anni successivi alla guerra, ogni anno ci fu una celebrazione del tragico fatto, il 24 marzo, alla presenza delle maggiori autorità e dei presidenti della Repubblica Italiana.
Tutti parlarono e parlano delle 335 vittime della rappresaglia, ma nessuno mai ha accennato alla responsabilità dei comunisti,che fecero l’attentato a Via Rasella.
La questione è tabù.
Anche i gappisti, con l’andar degli anni, non parlarono del fattaccio,e se, intervistati, ribadirono l’attentato come azione bellica.
Una volta, un giornalista, intervistò la signora Carla Capponi, già anziana, e le chiese se il loro gruppo,se si fosse mai reso conto che l’attentato avrebbe procurato una rappresaglia, avrebbe ugualmente fatta l’azione.
La Capponi rispose di si; anche se loro avessero saputo di una futura rappresaglia, avrebbero fatto lo stesso quell’attentato, perché la lotta clandestina non può prescindere dalle conseguenze delle sue azioni.
Quindi:i comunisti si sono sempre altamente infischiati delle conseguenze delle loro azioni sulla gente.Ciò che conta è arrivare al potere, con qualunque mezzo.Per essi,Il fine giustifica i mezzi.
E le conseguenze ci sono ancora oggi.Uno dei subalterni di Kappler, Erick Priebke, dovette dare l’esempio ai soldati, sparando ad uno degli ostaggi. I soldati altoatesini erano depressi, dovendo uccidere tanta gente.Si dette loro del cognac, ma non bastava.Allora, i comandanti dei plotoni giustiziarono una vittima ciascuno, per dare l’esempio ai loro subalterni.Così fece il Priebke.Finita la guerra, egli espatriò in Argentina, a Bariloche, proprio in fondo all’America del sud.Cercato ed intervistato da un giornalista italiano, fu quindi richiesta l’Argentina di fornirne la estradizione.Priebke, portato in Italia, fu processato, e fu dichiarata la sua prescrizione per essere passato tanto tempo.Giovani ebrei romani circondarono urlando il tribunale, chiedendo un nuovo processo per l’antico militare tedesco.Il processo, auspice il ministro della Giustizia Flick, fu rifatto, ed il Priebke fu condannato a vita.Non potè così rivedere i suoi familiari e la moglie, rimasti in America, ed oggi vive, novantasettenne, presso un amico di Roma, e confinato in una casa romana. Queste, le conseguenze di un “attentato” dichiarato poi come “azione di guerra”; perché una rappresaglia, per una “azione di guerra”, non è prevista da nessuna legge umana ed è quindi illegale…e chi la attuò,compi quindi un misfatto…….
Nel corso di tutti gli anni passati,ogni tanto la questione di Via Rasella si affacciava alle cronache.Ci fu un giornalista, Pierangelo Maurizio, che nel 1996 scrisse un libro sull’argomento, e cioè:”Via Rasella, cinquant’anni di menzogne”.Il libro raccontava la nuda e cinica verità sul fatto, precisando anche quali erano state le vittime civili per lo scoppio del famoso carretto di tritolo….Le vittime erano state sette, e secondo alcuni storici dieci….Ma i comunisti negarono sempre che ci fossero state altre vittime oltre i militari del “Bozen”.Il giornalista, presentava anche, nel libro, la testa del bambino decapitato dalla esplosione, Pietro Zuccheretti,deposta su uno straccio, e adagiata sul selciato della via, presso un cordolo di marmo bianco……Giornali dell’epoca ritrovati, dichiaravano che a via Rasella c’era stata la morte di un bambino….Eppoi, bastava essere andati a vedere gli archivi dell’anagrafe, per sapere che il giorno 23 marzo 1944, un tale bambino era deceduto per una bomba, nel pomeriggio, in Via Rasella….Rosario Bentivegna, il dinamitardo, si “ricordò” che si, forse, c’era stata una vittima civile…..Gli antichi gappisti, allora, dichiararono che questa foto “era un montaggio”…….”perché al tempo il cordolo bianco non poteva esistere”…….Scusa vile e meschina, perché nei selciati romani, fatti a sampietrini, i cordoli bianchi esistono da sempre!!!Pierangelo Maurizio, dovette stamparsi il libro da se, tanta era la fifa di altri editori nei confronti della burbanzosa associazione partigiana dell’ANPI.Non solo.Egli ricevette telefonate minatorie, in cui gli si preconizzava un avvenire da “giornalista disoccupato”……A tanto, arriva la bile dei sinistri quando si tenta di far chiara luce sui fatti di Via Rasella, anche dopo quasi 70 anni!!!
Kerbert Kappler,l’autore della rappresaglia,fu
a vita in galera a Roma; ma fu fatto fuggire dalla moglie,che lo andava a visitare in prigione; chiuso in una grossa valigia.Egli era ormai vecchio e malato di tumore, e ridotto di poco peso corporeo. Morì in Germania pochi mesi dopo. Qualcuno vociferò che questo, fu fatto, complice lo Stato Italiano, che in quel tempo aveva ricevuto, in soccorso degli sforniti forzieri della Banca d’Italia, parecchi lingotti d’oro dalla Germania……………….

(Fonte: agerecontra.it)