Priebke compie il “miracolo”: comunisti e sionisti finalmente insieme. Uniti dall’odio

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Pare che Erich Priebke debba fare più rumore da morto che da vivo. E’ quanto emerge desolatamente dalla gazzarra che si sta scatenando in questi giorni subito dopo la morte dell’ex ufficiale SS. La Storia – quella con la maiuscola – la scrivono i vincitori, si sa;  ma in Italia  la scrivono anche  quelli che dai vincitori sanno farsi ascoltare, ora con le minacce, ora vestendo i panni di vittime lamentose. Se poi costoro hanno in mano anche una grossa fetta dei mezzi d’informazione, ecco che il compito diventa più facile.

E allora dagli al boia! Priebke il criminale, il mostro, “la bestia”. Ma da cosa ha origine la storia? Per coloro, soprattutto giovani, che ancora non lo sapessero, la vicenda parte con un vile attentato dinamitardo ai danni di un plotone di  soldati tedeschi (sud-tirolesi, per esattezza) che transitavano nel pomeriggio del 23 marzo 1944 per via Rasella, nel centro di Roma. Una bomba collocata in un carretto da spazzino fece una strage. Altri partigiani sbucati dalle vie laterali spararono e lanciarono bombe a mano sui supersiti agonizzanti. Morirono trentatre militari ( e altri ne moriranno nei giorni successivi per le devastanti ferite), trentatre giovani figli, mariti, padri, il cui unico torto era quello di indossare una divisa nemica, ma che fino a pochi giorni prima era considerata amica, con uno di quei  classici voltafaccia levantini con i quali gli Italiani, maestri di vigliaccheria, hanno sempre stupito il resto del mondo. Un attentato perpetrato da sedicenti partigiani consapevoli della disposizione  emanata dall’Ausserkommando tedesco che contemplava, per ogni tedesco ucciso in azioni di guerriglia, l’esecuzione di dieci italiani. Vennero così prelevati dalle carceri e altrove 335 Italiani, tra i quali 75 ebrei, condotti alle Fosse Ardeatine e ivi fucilati. Purtroppo, non si sa esattamente come, finirono nel mucchio cinque più del previsto: una tragica leggerezza, o un eccesso di zelo che non avrebbe dovuto esserci. Ebbene, quegli “eroi della resistenza” non si fecero mai vivi dopo l’attentato, per assumersi le loro responsabilità e salvare la vita a quei 335 innocenti o almeno a parte di essi. Negli anni a venire i maîtres à penser gravitanti nell’orbita del PCI e della sinistra in genere, lo stesso ambiente da cui prevenivano i coraggiosi attentatori, si sarebbero profusi in una ipocrita retorica per innalzare le vittime delle Ardeatine al ruolo di martiri della barbarie nazifascista. Però non dissero mai che i responsabili rimasero ben nascosti come topi nella tana a guardare quegli innocenti mentre li portavano al macello, perché la viltà e l’opportunismo fanno parte della strategia comunista di lotta armata, come insegna il caro Lenin nei manuali di prassi. Così come non si doveva parlare (e difatti non se ne parlò mai, né vennero mostrate le foto) della 34esima vittima dell’attentato, quel bambino che passava lì per caso, tale Piero Zuccheretti, di cui rimase  solo mezzo tronco annerito con le viscere sparse. Parlarne poteva costare la vita, nel clima di terrore che i compagni instaurarono per un decennio, a partire dal ’43.  A proposito di criminali, nello stesso clima si inquadra un altro episodio particolarmente raccapricciante che vide protagonista le bande comuniste.  Si tratta del seminarista 14enne Rolando Rivi, beatificato recentemente da Papa Francesco quale martire della fede.  Un adolescente puro di cuore e animato da un fervente amore per Gesù che, dovendo lasciare  il palazzo del seminario momentaneamente occupato dai tedeschi ( i quali, va detto, non gli torsero un capello), aveva  portato con sé i libri di matematica, latino e greco e usava studiare nel bosco, accovacciato sotto un albero. Nell’attesa che passasse la bufera i genitori, prudentemente, gli avevano consigliato di smettere l’abito talare che allora i seminaristi erano obbligati a portare, ché già erano giunte voci della spietata caccia che i comunisti italiani avevano scatenato contro i preti, per puro odio ideologico. Ma il giovane Rolando rifiutò, non volendo rinnegare, sia pure esteriormente, l’ardente fede che lo animava. E poi, chi mai pensava che i valorosi combattenti per la libertà avrebbero potuto prendersela con un ragazzino? E invece…fu proprio sotto quell’albero che una banda partigiana lo trovò, mentre era assorto negli studi o, chissà, nelle sue preghiere.

Quella sera i genitori lo aspetteranno invano. Gli eroi della resistenza lo portarono via.  Gli strapparono di dosso la talare e ne fecero una palla che presero a calci. Per tre giorni lo picchiarono e lo torturarono, mentre il ragazzo piangeva e li implorava di lasciarlo andare, dicendo che non aveva fatto male a nessuno. Qualcuno degli aguzzini parve impietosirsi e propose di lasciarlo andare, ma alla fine prevalse la linea dei più fanatici. «Questa sera ci sarà un prete in meno», disse quello che sembrava essere il capo. Lo costrinsero a scavarsi la fossa e poi spararono al ragazzo tremante due colpi di pistola, uno al cuore e l’altro in testa. Il giovane stramazzò nella buca, coperto di sangue. Lo ricoprirono di terra e foglie secche e andarono via. Come ultimo sfregio, i “liberatori” appesero la talare al portico di una casa del villaggio, a mo’ di trofeo. Era il 13 aprile del 1945.

Per tutta la durata della cosiddetta prima repubblica, cioè per cinquant’anni, i libri di storia non hanno mai fatto cenno né di questo orrendo fatto né di altri non meno raccapriccianti perpetrati dai comunisti anche a guerra finita, che nel “triangolo della morte” Bologna-Modena-Reggio Emilia trucidarono 93 sacerdoti; così come tacquero sulle foibe, dove anche comunisti italiani aiutarono i “compagni” jugoslavi a massacrare i propri compatrioti. E di crimini simili perpetrati dalle bande partigiane “rosse” se ne possono citare a iosa, ma la cultura ufficiale – come dicevamo – stese da subito un velo omertoso perché – e questa è una delle più gravi colpe della DC – si lasciò che le università e il mondo della cultura in genere divenissero appannaggio quasi esclusivo della sinistra – dal PCI alle frange più estreme –  mentre i democristiani si rivelarono i più talentuosi gestori di ogni sorta di malaffare. Così, mentre questi mangiavano a quattro palmenti, quelli spadroneggiavano in licei e università, appestandoci per decenni con la loro retorica sulla resistenza. Gli epigoni di quei cattivi maestri saranno quei giovani che, dal ’68 in poi, grideranno nei cortei “uccidere un fascista non è reato” e dei quali alcuni faranno il salto di qualità della lotta armata.

Ma, come sul fronte della sinistra i censori di partito facevano buona guardia a tutela del mito della resistenza, attribuendo a comunisti e socialisti il merito esclusivo della lotta antifascista e cassando dalla memoria storica le loro nefandezze; così sull’altro versante, quello dei cosiddetti “centristi” e atlantisti, si tacque dei crimini commessi dagli anglo-americani, i “buoni” per definizione, sui quali la fabbrica del consenso di Hollywood avrebbe sfornato centinaia di kolossal imposti (a pagamento) agli Stati vassalli, in primis all’Italia pecorona, il cui popolo ingenuo e speranzoso sarebbe diventato presto, tramite la nascente televisione, il fan  più entusiasta dell’american way of life. Un popolo composto ancora in gran parte da semi-analfabeti era il target perfetto per un capillare lavaggio dei cervelli attraverso una macchina affabulante ed efficientissima. Mai un film fu girato, ad esempio, sui campi di prigionia americani e sugli abusi che vi si commisero sugli americani di origine giapponese, nati negli USA e perfettamente integrati, internati all’indomani di Pearl Harbour e bollati – tutti indiscriminatamente – come “bastardi musi gialli” dalla società e dalle autorità della “nazione più civile del mondo”. Così come non si parlò mai dei criminali bombardamenti alleati su Dresda e su altre città tedesche  prive di qualsiasi struttura militare e senza importanza strategica, dove civili innocenti furono fatti ardere come torce umane giusto per dare un saggio della terribile potenza del mondo democratico. Per non parlare di Hiroshima e Nagasaki, i cui abitanti furono disintegrati per un puro atto di vendetta. Già. Ma in questi giorni sembra che il male assoluto sembra avere un solo nome: Erich Priebke. Non c’è televisione, dalle reti RAI a quelle Mediaset, i cui giornalisti prezzolati non omettano di associare il nome Priebke all’epiteto di “boia”, secondo le veline loro imposte. Qui non si vuole fare il processo di beatificazione a Priebke. Priebke non era una santo e  non  era un mostro. Era soltanto un uomo, con le sue debolezze e i suoi peccati, come tutti noi; un uomo che in quegli anni ricoprì il ruolo di ufficiale subalterno e, in quanto tale, sottoposto a ordini a cui non si poteva opporre. Se poi nell’eseguire quegli ordini abbia provato anche un gusto sadico o lo abbia fatto con pieno convincimento, questo lo sapevano solo lui e la sua coscienza e ne risponderà, semmai, al Padreterno.

E poi la guerra, si sa, indurisce; incattivisce. Ci sono stati soldati che hanno ucciso donne e bambini anche in mancanza di ordini, per il semplice gusto di farlo. Che dire del massacro di My Lai, avvenuto in Vietnam nel ‘68?  347 civili inermi, gran parte donne, vecchi e bambini, massacrati e stuprati da una compagnia del glorioso esercito americano al comando del Tenente William Calley che per quell’eccidio ( che l’Alto Comando USA fece di tutto per tenere nascosto) non ha mai pagato. Condannato all’ergastolo dinanzi all’indignazione dell’opinione pubblica, il presidente Nixon, spudoratamente,  si premurò di dargli la grazia due giorni dopo. Se la cavò con tre anni di arresti domiciliari e oggi è un ricco gioielliere della Georgia. L’avete mai sentito nominare in qualche Tg della colonia Italia? Vi è mai stato qualche giornalista (o qualche illustre esponente di una comunità ebraica) che si sia azzardato a definirlo boia e abbia ricordato alle giovani generazioni la sorte di quelle vittime? No!? Eppure i fatti di My Lai sono molto più recenti di quelli delle Fosse Ardeatine e contano anche qualche vittima in più. La risposta non è nel vento, come cantava Bob Dylan, ma è molto più prosaica: Calley è un americano e, come tale, è esente da ogni giudizio.

Tornando a Priebke, pochi sanno che il processo per i fatti delle Fosse Ardeatine si tenne nel 1948, e vide imputati il colonnello Herbert Kappler, all’epoca dei fatti comandante di Priebke, e altri cinque imputati, tra ufficiali e sottufficiali delle SS.  Il processo si concluse con sentenza n. 631 del Tribunale Militare Territoriale di Roma del 20 luglio 1948, che dichiarò colpevole dei fatti ascritti il solo Kappler, condannandolo all’ergastolo, mentre mandò assolti tutti gli altri imputati «dal reato di omicidio continuato indicato nel primo capo d’imputazione in quanto agirono per ordine di un superiore». Da notare che due degli imputati assolti erano un maggiore e un capitano, rispettivamente superiore e pari grado di Priebke. A questo punto ci viene il dubbio che se Priebke all’epoca non fosse riparato in Argentina e fosse stato condotto  davanti al Tribunale Militare di Roma, paradossalmente sarebbe entrato anch’egli nel novero degli assolti e la stessa libertà di cui ha goduto per cinquant’anni ma con la spada di Damocle di essere un giorno rintracciato, individuato e arrestato, come poi è successo, l’avrebbe avuta senza dovere più nulla alla giustizia.

Invece sappiamo com’è finita. Rintracciato dopo mezzo secolo, è stato dipinto come un mostro e ha dovuto pagare per tutti. Assolto nel 1996 per prescrizione del reato, non fu mai rimesso in libertà a causa dei tumulti organizzati dall’aggressiva comunità ebraica romana guidata da Riccardo Pacifici e con l’appoggio dei soliti scalmanati della sinistra estrema. Così la sentenza fu annullata dalla Cassazione a furor di popolo. Come dire: la legge che si piega alle urla della piazza forcaiola chiamata a raccolta. Condannato a 15 anni nel nuovo processo, la Corte d’Appello, infine, gli inflisse l’ergastolo, con buona pace della potente lobby ebraica.

Lo spettacolo indecoroso si è ripetuto nel luglio scorso, in occasione del centesimo compleanno di Priebke: gruppi di ebrei inferociti che inveivano sotto la finestra di un vecchio morituro, a testimonianza di come l’odio degli uomini non si arresti di fronte a nulla, fino a prendere a pugni un tranquillo signore tedesco (si disse trattarsi di un nipote di Priebke) la cui colpa era di avere in mano una bottiglia incartata destinata al festeggiato. Dopo il pestaggio da parte dei focosi ebrei romani (nelle immagini filmate se ne videro diversi scagliarsi insieme contro il tedesco isolato, facendogli anche saltare gli occhiali) cosa fa la Polizia italiana? Prende il malcapitato e, anziché scortarlo fino a casa di Priebke com’era suo diritto, lo carica su una volante e lo porta via come un malfattore. Evidentemente l’ordine ricevuto era quello di non urtare la suscettibilità della comunità ebraica romana e, semmai, di assecondarli.

Oggi, ad appena due mesi da quell’episodio, “finalmente” Priebke ha reso l’anima a Dio. Ma la bagarre e l’odio che la alimenta non si placano. Nessuno lo vuole, nemmeno da morto: né il Comune di Roma, né la natìa Germania e neppure quell’Argentina che sapeva e lo ha accolto per cinquant’anni (e già, ora che è diventata la terra natale del nuovo papa, l’orgullo argentino che finora si è retto solo sul calcio per dimenticare la miseria in cui sprofonda il popolo, ha trovato nuova e più nobile linfa e non è proprio il caso di adombrarlo proprio adesso davanti alla comunità internazionale accogliendo quella scomoda bara) in una gara di farisaica indifferenza, una damnatio memoriae che testimonia quanto siano efficaci i potentissimi mezzi di informazione allineati. Il Vicariato di Roma si allinea anch’esso al politically correct, tanto che  non si è trovata una chiesa disposta ad ospitare le esequie, di quelle appartenenti alla Chiesa Cattolica Romana, quella Chiesa rinnovata dal Concilio Vaticano II, “aperta”, “giovane”, “ecumenica” e infine rinfrescata dalla ventata d’aria nuova portata da un gesuita che va contro gli schemi e fa tanto “volemose bene”. Si è fatta avanti invece la Confraternita S.Pio X, quegli oscurantisti lefebvriani che i compagni, partigiani e non, liquiderebbero gioiosamente con un colpo alla nuca. I sacerdoti di S. Pio X sono stati gli unici a sfidare con coraggio la folla  dei soliti scalmanati che si dichiarano “pacifisti”, “democratici”, “antifascisti” mentre usano sistematicamente la violenza contro chi non la pensa come loro. Torme di facinorosi sudici e bisunti, con barbe incolte e quel look-divisa da contestatore che è d’obbligo in certi ambienti, affiancati da borghesucci benpensanti radical chic che sanno urlare solo “fascisti, fascisti” e slogan riesumati dai peggiori anni bui. Vigliacchi senza onore che arrivano a  sputare e lanciare sassi contro una salma, ma si sciacquano la bocca con parole come “tolleranza” e “non violenza”. Minacciosi solo nella compattezza della massa, ma codardi e tremanti se presi singolarmente. Anche il sindaco di Albano si è lasciato intimorire dalla violenza della piazza (o forse – e ciò sarebbe ancor più deplorevole –  ha voluto sentirsi Masaniello per una sera ergendosi a capo di una plebaglia sputacchiante che ha mostrato al mondo il lato peggiore degli Italiani) e ha cercato di impedire il transito del feretro con una risibile ordinanza degna delle sceneggiature di Guareschi,  mentre tutti i Tg alimentavano il fuoco con malcelata benevolenza verso degli zombie della storia che ancora cantano Bella ciao agitando il pugno chiuso. Considerati gli istinti bestiali di questi “neo-partigiani” e i sentimenti di vendetta che sanno covare anche a lunga scadenza, non è un’ipotesi peregrina temere per l’incolumità di quei coraggiosi sacerdoti che hanno accolto la salma, possibili bersagli di qualche vile ritorsione nei giorni a venire. E il mite e bonario Papa Bergoglio… dov’è in questo frangente? Tace. Forse il suo problema è l’altro schieramento del vasto fronte anti-Priebke, quello meno folkloristico e puzzolente, ma più serio e potente. Forse non vuole compromettere i rapporti con i “fratelli maggiori”, cosi faticosamente ricuciti dopo due millenni. E’ la ragion di stato che prevale sulla pietas. Ma le Loro Eccellenze ed Eminenze non si tirano mai indietro quando si tratta di dare l’estrema benedizione a boss della mafia e della camorra. Vedi il caso De Pedis, tumulato in territorio vaticano con tanto di nulla osta cardinalizio. Se Priebke ammazzò da militare eseguendo gli ordini, nella perversa logica della guerra, quelli ammazzano per ricchezza e potere, quel potere inebriante che li spinge a condannare a morte coloro che non si piegano alle loro vessazioni. Eppure godono del massimo rispetto (perché temuti) da parte di interi quartieri e di alcuni alti prelati che a volte arrivano alla sfrontatezza di definirli benefattori. Ma l’Italia, si sa, è il Paese dei paradossi, e le istituzioni, civili e religiose, ne danno il massimo esempio. E se fa specie vedere un malavitoso sepolto in una chiesa, così si arriva all’assurdo di vedere assassini degli anni di piombo oggi a piede libero e invitati a tenere applaudite lezioni e conferenze, laddove il Bel Paese è stato l’unico al mondo a tenere recluso un centenario. Neppure la Corea del Nord sarebbe arrivata a tanto. Ma nelle cosiddette democrazie occidentali e atlantiste, schiave dell’oscura finanza internazionale, ogni tanto c’è bisogno di creare diversivi e valvole di sfogo per i popoli esasperati, capri espiatori che di volta in volta incarnino il male assoluto. Erich Priebke è stato, e sarà, uno di questi simboli. Perciò continueranno anche dopo la morte, e per lungo tempo, i vituperi e le maledizioni, con invocazioni di punizioni e supplizi danteschi anche nell’aldilà, con l’augurio che le anime dei 335 delle Fosse Ardeatine lo attendano al varco e lo torturino in eterno. Uno scenario icastico e truculento degno della migliore tradizione ebraica e in linea con la loro teologia di un Dio terribile e vendicatore. Ma noi, che non siamo gli “eletti”; noi, figli di un dio minore, cristianamente e dal profondo del cuore diciamo: “Riposa in pace, nonno Erich”.

Ottobre 2013

Giampiero Caragnano