La “bella” favola di Nelson Mandela

La “bella” favola di Nelson Mandela

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Nelson Mandela, “Madiba” per i suoi, è morto ieri dopo una lunga malattia all’età di 95 anni. Questo articolo è stato pubblicato su Ordine Futuro qualche settimana fa…

Sudafrica vent’anni anni dopo: è ormai evidente a tutti che la bella favola della lotta contro Apartheid e razzismo, raccontata dai media di tutto il mondo, nascondeva una realtà ben diversa e molto, molto meno nobile.

L’obiettivo della finanza internazionale era quello di rimuovere l’ostacolo alla globalizzazione, che non riusciva ad entrare nel Paese.

L’obiettivo delle multinazionali: spartirsi le enormi risorse naturali della Nazione più ricca e stabile di tutto il continente africano. Una Nazione, piaccia o non piaccia, interamente costruita dai bianchi.

Per tutti il nemico era il governo Afrikaner. Il governo dell’unica White Tribe in Africa ha di fatto protetto dalla globalizzazione, fino al 1994, l’economia sudafricana che non aveva bisogno di fasulli finanziamenti bancari a veri tassi usurai per reggersi in piedi. Il Sudafrica è stato tradizionalmente un campo d’investimento remunerativo per finanzieri e industriali esteri; alla fine del 1988 l’investimento estero totale aveva raggiunto i 35.000 miliardi di lire, di cui circa il 70% dall’Europa e il 26,9% dalle americhe. I profitti degli investimenti, in Sudafrica, erano tra i più alti nel mondo.

Finanza internazionale, banche e African National Congress

Ad un certo punto, però, stranamente il governo bianco non è più “piaciuto”, il clima economico del Paese ha iniziato ad essere fortemente influenzato da sviluppi socio-politici, disordini, stato d’emergenza e un crescendo di disinvestimenti e sanzioni economiche che hanno causato, assieme alle azioni terroristiche  dell’African National Congress, grande incertezza e tensione nel Paese.

A finanza internazionale, banche e multinazionali non bastavano più le briciole, volevano tutto. Volevano interlocutori addomesticabili. Volevano dettare le regole in terra straniera. Per questo, hanno da una parte hanno finanziato e rifornito la lotta armata, dall’altra hanno scatenato campagne mediatiche ora dirette ora subliminali. Articoli, lunghi servizi, documentari, mega concerti rock e addirittura messaggi sullo sfondo di film da cassetta: uno su tutti, “Arma letale 2” con Mel Gibson e Danny Glover, e i Sudafricani ovviamente nella parte dei cattivi.

Era il 1989 e l’anno iniziò con esplosioni a una delle stazioni elettriche Eskom di Durban, alla Camera dei delegati di Benoni e poi via via fino all’attentato all’Ambasciata sudafricana a Londra. A settembre, poi, si tenevano le elezioni che avrebbero visto la vittoria di F.W. de Klerk, poi premio Nobel per la Pace con Mandela.

Intanto in ogni angolo della Nazione e ai suoi confini, la SADF – le super operative Forze di Difesa Sudafricane – combattevano, con I loro reparti speciali contro i terroristi dell’ANC o meglio, dell’uMkhonto weSizwe, il braccio armato dell’Africa National Congress. Per differenti motivi, dal blocco comunista e da quello occidentale arrivavano soldi di finanziamento pesante a sostegno dei movimenti anti Apartheid, venivano inviati tecnologie e istruttori militari, organizzati campi di addestramento all’estero. Nella narrazione utilitaristica veniva rappresentata una contrapposizione tra bianchi – ricchi e cattivi – e neri – poveri e buoni, le vittime. Dimenticando, per esempio, chel’Inkhata Freedom Party, il partito degli Zulu, si trovava spesso d’accordo con le decisioni del National Party, il partito di governo bianco. O facendo finta di non sapere che il più grosso importatore BMW era nero e viveva in una super villa con campo da tennis e piscina a Soweto. E già perché nessuno lo diceva ma So.we.to (South west township) non era fatta solo da casette popolari. Migliaia erano, e sono, le ville con piscine e campi da tennis. E quando qualcuno ne parlava, era solo per accentuare l’immagine negativa dei bianchi. Nella vulgata terzomondista, infatti, erano loro a “usare” gli Zulu cattivi contro i pacifici Xhosa, insomma i cattivi bianchi costringevano i neri a combattersi. La tensione tra i due principali gruppi neri (Zulu e Xhosa), invece, era e rimane vera ancora oggi. Non solo nelle township ma anche agli alti vertici: che presidente dell’ANC sia lo Zulu Jacob Zuma è una realtà che non piace ai Xhosa di Nelson Mandela.

L’obiettivo della globalizzazione: il nuovo grande mercato dei neri

La realtà, dunque, è molto più complessa di quanto la propaganda non racconti. E non sono solo questioni politiche, ma soprattutto economiche.

Il mercato sudafricano era, ed è, troppo appetibile e ben lo si vede oggi: milioni di neri facili prede del più feroce consumismo. Pronti a dilapidare in poche ore i guadagni dell’intera settimana, il venerdì pomeriggio assaltano gli scaffali dei supermercati, comprando quantità industriali di merce di bassa qualità.

Si stima che oggi, soprattutto nei centri rurali, I neri poveri spendono il 60% del loro income in cibo. Nel 1994, poco prima delle elezioni, ragazzini neri senza scarpe ma con cellulari ultima moda regalati dalle multinazionali della telefonia, camminavano orgogliosi nei centri commerciali. La Coca Cola sponsorizzava quelli che sarebbero divenuti una delle lobby più potenti e pericolose nel “nuovo” Sudafrica: i taxisti neri.

 

Alla televisione iniziarono a trasmettere gli stessi reality show che si vedono, tutti uguali, in giro per il mondo: il modello sociale da inseguire era lo stesso dei giovani americani, delle famiglie inglesi, dei lavoratori tedeschi. Ma questa è Africa e gli stipendi sono africani, la maggior parte della gente vive nelle township in baracche di venti metri quadrati, con il bagno accessibile se superi la barriera di chi (nero come te) specula anche sui servizi igienici chiedendoti la tangente per usarli. Neri contro neri. Neri contro coloredColored contro neri. I bianchi che appartengono, o meglio, appartenevano, alla classe media, sono sempre più poveri a causa di una legge – chiamata Affermative Action – che impone alle aziende pubbliche e private di assumere quote maggioritarie di neri. La catena di grandi magazzini più solerte nell’applicarla? I magazzini inglesi Woolworths. Assumono solo neri.

In Italia gli ex-comunisti lo chiamano “razzismo positivo”, capito? Una contraddizione in termini. Il loro razzismo, quello legato al colore della pelle (bianca) o del cuore (nero) è positivo. Chi invece, come per esempio Forza Nuova, chiede riconoscimento e rispetto per le diversità, è tacciato di razzismo, punto e basta. Noi, che mettiamo l’accento sulle diversità di cultura, storia, educazione e morale siamo razzisti. In senso negativo, ça va sans dire.

E’ proprio per colpa di questo buonismo borghese che i poveri rimangono poveri; o meglio, che i poveri diventano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. In fin dei conti l’aveva detto anche il loro amato Mandela, del quale ricordano solo quello che fa comodo: “Laddove globalizzazione significa, come è nella maggior parte dei casi, che i ricchi e i potenti hanno adesso più strumenti per diventare ancor di più ricchi e potenti a danno dei poveri e dei deboli, noi abbiamo la responsabilità di protestare in nome della libertà universale”.

Oggi, invece, la prima cosa che salta agli occhi, sono le centinaia di migliaia di baracche di latta che compongono township sempre più grandi. Lì ci abitano i neri poveri, ma sempre di più anche i bianchi. A parte, ovviamente. Cosi come è sempre più frequente vedere ai semafori uomini e donne bianchi che chiedono l’elemosina. O intere famiglie – con bambini piccoli – che si trascinano tutto quello che hanno in valigie con le rotelle in scala con l’età. Non c’è praticamente nessuno che si occupi di loro. A parte l’organizzazione non governativa Afrikaner Solidariteit – www.solidariteit.co.za/en/ – e il partito Freedom Front Plus – www.vfplus.org.za/

La democrazia delle banche

Le banche sono soprattutto interessate ad attirare i neri: con la storiellina dei micro crediti, tanto chic quanto politically correct in Europa, chiedono interessi da usura che possono arrivare anche al 50% annuo. Tanto nessuno di loro, ammesso lo sappiano fare, legge il contratto; l’importante è tornare in una baracca 5×4 con il televisore al plasma e la parabola. Di più, il sistema bancario è basato sulla spesa e non sul risparmio: più spendi e più sei “reliable”, credibile. Più debiti puoi vantare nella tua “storia personale di correntista” e più credito puoi ottenere. Bancomat e carta non si negano a nessuno e vengono usati anche per i piccoli, piccolissimi acquisti. Una spirale consumista dalla quale è difficile uscire.

Ovunque arrivi, la “democrazia delle banche” crea caos, anarchia, incertezza, violenza, stati e governi fantoccio. Con l’apartheid il Sudafrica aveva piani energetici, difesa dell’ambiente, moneta forte, economia in crescita continua, sicurezza e Stato sociale (welfare). Oggi è tutto il contrario. Il paese è in mano a speculatori corrotti che trattano uomini come merce di scambio. Del razzismo nei confronti dei bianchi poveri, non interessa a nessuno perché non sono un mercato da raggiungere. Per loro non si combattono battaglie planetarie per la democrazia e la giustizia sociale, loro sono vittime spendibili.

Mandela: combattente per la Libertà o in-consapevole pedina della globalizzazione?

In questi giorni, siamo a metà luglio 2013, Nelson Mandela, il primo presidente del Sudafrica nero, ora 94enne, si trova in pessime condizioni di salute in un ospedale di Pretoria. Quella che viene considerata in tutto il mondo l’icona della lotta all’Apartheid, questa volta potrebbe davvero non farcela. Dovesse succedere, sparirà quello che, comunque la si pensi, è insieme all’ultimo presidente bianco, De Klerk – che assieme a lui ha ricevuto nel 1997 il Nobel per la pace – un personaggio entrato nella Storia.

La vulgata parla di un uomo, accusato di terrorismo, che è rimasto in carcere 27 anni, quasi 9900 giorni, e scarcerato nel 1990.

In realtà pare che la detenzione fosse stata alleggerita dal governo bianco già molto prima, e Mandela fosse fuori dal carcere già a partire dal 1980. Quest’uomo era stato scelto dai poteri forti internazionali, per gestire la transizione dalla fine dell’Apartheid al primo governo a suffragio universale. Trattato con tutte le attenzioni del caso, dietro precise indicazioni di Downing St.  Sia chiaro, che abbia fatto 27 anni o anche “solo” 17 anni, il nostro rispetto non cambia. Anche se non è mai stato un combattente, ma una delle teste pensanti dell’ANC. Laureato in legge, ed avvocato in un uno dei più famosi studi legali ebraici di Johannesburg. Quello che chiameremmo un ideologo. Per di più anticomunista. Proprio come la sua amica Margaret Tatcher. E’ questo il punto. Dovesse mancare, nei prossimi giorni, i nipotini degli autori dello scempio di piazzale Loreto, si dispereranno parlando di un uomo di cui non sanno proprio nulla. Pubblicheranno le sue immagini col pugno chiuso, che in realtà era il segno della lotta: lui più volte disse chiaramente di non essere comunista. Mistificheranno la Verità, i politcally correct dai loro salotti borghesi, come sono abituati a fare fin dal 1945.

Il Sudafrica dell’Apartheid: quando il Rand valeva più del dollaro

Ma la realtà dice che il Sudafrica delI’Apartheid aveva fatto grande un paese che ancora nel 1990 produceva il 60% dell’energia elettrica di tutto il continente africano; ai primi posti nel mondo per le tecnologie innovative, nell’ecologia, nelle ricerca scientifica, nell’industria (anche bellica), nella protezione della natura, nell’agricoltura, nell’estrazione di diamanti, oro, , platino, uranio. Con uno degli eserciti (di leva) più efficienti al mondo. Se la giocava con l’IDF.

Nel 1974 per comprare un dollaro ci volevano 87 centesimi di Rand. Oggi ce ne vogliono 13 di Rand. Mandela, non fu un combattente per la libertà. Mandela fu, forse suo malgrado o forse no, una pedina della finanza internazionale che non poteva permettersi di dover trattare con uno Stato forte nel continente che da sempre era terreno di conquista delle multinazionali. I suoi cittadini erano Proud to be South African.

Oggi la realtà è lì da fotografare: i neri stanno peggio di prima. Tutto quello che è cambiato per loro è solo in peggio. Le township sono decuplicate, la disoccupazione e la violenza pure. Khayelitsha, la township di Cape Town, conta 3 milioni di abitanti, più di Cape Town stessa. L’immigrazione dagli altri paesi africani crea violente tensioni fra immigrati e neri sudafricani, che li ritengono responsabili della perdita dei loro posti di lavoro. Scontri tra neri sudafricani e neri immigrati sono sempre più frequenti. Lo scorso maggio due neri sudafricani sono stati uccisi da un somalo, che li aveva accusati di aver rapinato il suo negozio. A seguito di questo duplice omicidio, centinaia di neri sudafricani hanno assaltato ed incendiato  il negozio. Una cinquantina gli arrestati.

 

Ma già pochi giorni prima, un centinaio di altri neri erano stati arrestati sempre per violenze interetniche che sono ormai all’ordine del giorno.

La disoccupazione è arrivata al 25%, il 72% dei senza lavoro ha meno di 34 anni. Bianchi, neri ecolored vivono esattamente come prima, separati. L’attuale governo (che i bianchi chiamano “Circus”) nero? Uno dei più corrotti al mondo. Ma, tranquilli, gli omosessuali possono sposarsi e adottare bambini. E Obama e’ arrivato a fine giugno, per tentare di rimettere piede in Africa, e soprattutto in Sudafrica, il primo paese africano per volume di scambi commerciali tra i due paesi.  Al Presidente Jacob Zuma ha presentato investimenti nei settori più remunerativi dal punto di vista economico – impianti energetici e agricoltura in primis – entrambi sempre più in mano ai cinesi. La Cina è infatti finora penetrata nella Nazione Arcobaleno come un trapano nella sabbia, in nome di un comunismo capitalista che piace al Presidente sudafricano: poco più di un anno fa Zuma aveva addirittura negato il visto d’ingresso al Dalai Lama che aveva chiesto di poter salutare per l’ultima volta il suo amico Mandela. Le paginate sui giornali internazionali non servirono per far entrare in terra sudafricana il “nemico” della Cina.

E dopo i cinesi, a cui il Presidente sudafricano – con cinque mogli, decine di figli e centinaia di accuse per corruzione – ha svenduto il paese, Obama ha spiegato che tocca a qualcun’altro razziare e distruggere quello che fino a vent’anni fa era un “paradiso terrestre”. Grazie agli odiati bianchi. Afrikaners. Natuurlik!

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