Il giro delle finzioni

enrico-letta-8

Tutti i politici di uno Stato che pretende di far parte della società democratica dell’Occidente avrebbero dovuto dimettersi immediatamente all’annuncio  dell’incostituzionalità della legge in base alla quale erano stati eletti. Il capo del governo a sua volta, subito dopo le dimissioni, avrebbe dovuto dichiarare che sarebbe rimasto in carica per indire immediate elezioni e per gli affari urgenti. La finzione con la quale invece gli organi istituzionali hanno deciso di ignorare la delibera della Consulta continuando a fare decreti e progetti a lungo termine ha dato il colpo di grazia ad uno Stato che viveva già da anni al di fuori delle regole costituzionali assecondando le iniziative in tal senso del Presidente della Repubblica. Per gli italiani questo ha significato perdere ogni fiducia e ogni stima non soltanto verso i rappresentanti, ma verso gli uomini che avrebbero dovuto incarnarli. Qui non si tratta di ruberie, di favoritismi, di sprechi cui si è ormai rassegnati: l’annuncio dell’incostituzionalità e quindi dell’invalidità di tutto il meccanismo istituzionale su cui si regge la Repubblica è stato una bomba che ha suscitato un senso di vero e proprio sgomento. Tutti si sono chiesti come ciò sia potuto avvenire. Come sia stato possibile malgrado gli innumerevoli controlli di costituzionalità che ogni legge subisce passando attraverso le Commissioni addette a questa verifica sia alla Camera che al Senato fino alla firma del Presidente della Repubblica. Tutti si sono chiesti come mai non se ne siano accorti i numerosi avvocati e magistrati presenti in Parlamento del calibro di Violante, Di Pietro,  Grasso i quali ovviamente la Costituzione la conoscono a memoria; come mai non se ne sia accorto il foltissimo gruppo di esperti che al Quirinale assiste il Capo dello Stato in tutto quello che firma proprio perché è la sua firma che ne garantisce la costituzionalità. Tutte persone retribuite dagli italiani che hanno mancato al loro compito e che non hanno fatto neanche il gesto di dimettersi.

Non ci si meravigli delle condizioni di asfissia politica, sociale, economica in cui viviamo: qui si tratta di un Palazzo privo di fondamenta, che fa parte di tutto un insieme privo di fondamenta e che si regge sulla finzione. Anche l’Unione europea infatti è un palazzo privo di fondamenta; un castello di carte, un “bluff”, come l’ha definito  con assoluta precisione il Prof. Lucio Caracciolo (cfr: Limes 2006) e la crisi dell’euro ne è soltanto la conseguenza più visibile. È stato con un’ enorme truffa verso gli italiani che sono stati firmati i trattati di adesione all’Ue servendosi dell’articolo 11 della Costituzione. Questi trattati sono invalidi sia perché l’articolo 11 è stato formulato (su suggerimento del banchiere Luigi Einaudi) appositamente per poter scippare i cittadini dell’indipendenza e della sovranità monetaria senza chiedere il loro parere, sia perché la rinuncia alla sovranità e all’indipendenza non è questione di normale politica estera: uno Stato vi si piega soltanto se costretto dal vincitore di una tragica guerra. Tutte le istituzioni dell’Ue sono finte, o meglio sono truffaldine. Non essendo uno Stato, l’Ue non ha il potere per dare la “cittadinanza”: la tanto vantata cittadinanza europea è quindi invalida, un orpello, un vetro di bigiotteria. Né si creda che i politici non sappiano che lo Stato europeo non esiste: per questo la Bce è una banca privata, non dipende dall’Ue. Lo stesso discorso vale per il “parlamento europeo”: il nome è una finzione; non è un parlamento perché non fa le leggi e non fa le leggi perché l’Ue non è uno Stato. Bisogna quindi dichiarare invalidi tutti i trattati europei e rifiutarsi di votare per un falso parlamento, non permettendo, come i politici hanno furbescamente intenzione di fare, che queste elezioni vengano indette insieme alle elezioni nazionali. Si vada al voto subito: questa è l’unica cosa che può forse rimettere in piedi uno Stato che possa ancora definirsi uno Stato.

Ida Magli
(fonte www.italianiliberi.it)