Ucraina: UE e USA gettano benzina sul fuoco

Ucraina: UE e USA gettano benzina sul fuoco

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Dopo un rapido susseguirsi degli eventi negli ultimi tre giorni, si è tenuta  a Ginevra una nuova riunione fra le parti interessate alla crisi ucraina. La logica – non fosse altro per le parti direttamente coinvolte e per gli evidenti fattori geografici – vorrebbe che fossero Russia ed Ucraina a sbrigarsela tra di loro; ma poiché così va ancora il mondo, a metterci nuovamente lo zampino sarà l’America e con essa i suoi vassalli europei.

La situazione nell’Est del Paese appare intricata ed incandescente a seguito della decisione di inviare reparti dell’esercito per porre l’assedio ai luoghi simbolo del potere statale conquistati da giorni da “terroristi” filorussi. Una decisione presa probabilmente a seguito della recente visita a Kiev del capo della CIA Brennan oppure attuata per salvare la faccia – dopo diversi ultimatum caduti nel vuoto – di un “governo” illegittimo e raffazzonato capace solo di berciare insulti e minacce verso la Russia ed il suo popolo; oppure entrambe le cose. Resta il fatto che dopo la prima vittoria, se così si può definirla, delle forze leali a Kiev, capaci appena di riprendere il controllo dell’aeroporto di Kramatorsk, gli eventi pare abbiano preso una piega non positiva per la maldestra coalizione originatasi dalla violenza di piazza Maidan. Come già accaduto in Crimea, infatti, anche nell’Ucraina orientale cominciano a non contarsi più le defezioni all’interno dell’esercito, con i soldati che si uniscono ai rivoltosi filorussi o che sono costretti ad arrendersi a questi ultimi. Ancora una volta pare evidente come sia sottovalutata la Russia e la popolazione che in essa si riconosce, trovatasi, suo malgrado, ad essere straniera in patria da un giorno all’altro e col rischio di diventare oggetto di discriminazioni e violenze come già accaduto in più casi nella parte centro-occidentale del Paese. Ma, non per questo, sottomessa alle decisioni di chi orchestra il rovesciamento di governi legittimi e regolarmente eletti, seduto in poltrona a migliaia di chilometri di distanza.

Si sprecano così, per risentimento e rabbia ora che la situazione sembra sfuggire di mano, parole per incolpare Mosca; oltre che per la presenza delle sue armate al confine orientale ucraino di cui tutti hanno una paura folle, per fomentare e coordinare tramite agenti infiltrati le sommosse popolari che hanno fattorisorgere le regioni ad Est. Non ci è dato sapere con certezza se quest’ultimo fatto sia vero o meno, è probabile, ma viene spontaneo chiedersi nel caso fosse così: e allora? Chi ha il diritto a puntare il dito se anche la Russia decidesse di tutelare i suoi interessi (e quelli della popolazione) rendendo pan per focaccia a chi ha fatto di questo modus operandi uno stile di conquista? L’America forse? Per piacere. Chi ha diritto di indignarsi per la legittima reazione ad un colpo di Stato, attuato per strappare un Paese da secoli legato alla Russia, per farne col tempo un avamposto strategico, militare e commerciale? Chi può alzare la voce con coerenza quando il popolo, come successo in Crimea, chiede disperatamente la protezione della Madre Russia? Quando si tratta di un vero “aiuto fraterno” e non quello di cui si ciarla sui giornali, ghignando fra le righe, facendo improbabili paragoni fra la situazione attuale e le tragiche invasioni sovietiche nei paesi dell’Europa Orientale giustificate con quel termine?

La realtà è che questa volta lo sconsiderato modo di agire dell’America e della Nato ha trovato una ferma opposizione che non transigerà su nulla. Hanno trovato un giocatore di scacchi più abile e veloce di quanto pensassero; nei loro deliri di arroganza e di onnipotenza, abituati come erano nel poter rovesciare questo o quel governo senza che nessuno fiatasse. E poiché nessuno, negli Stati Uniti o in Europa, ha voglia di imbarcarsi in una guerra incomprensibile, antipatica e distante, utile solo ai fanatici del containment alla Russia, è meglio riequilibrare i toni e aprire realmente a Mosca per una soluzione pragmatica e pacifica della crisi.

Al momento in cui scriviamo queste parole, la situazione vede continue evoluzioni. Cresce il fronte della protesta antigovernativa e con esso la conquista di posizioni strategiche e dello spontaneo unirsi alla rivolta da parte dei soldati di Kiev. Ulteriori morti si contano nella notte da parte della fazione filorussa; morti che vengono trattati come inevitabile risultato delle loro “sconsiderate” azioni quando non più tardi di due mesi fa i morti di Kiev venivano innalzati a martiri della libertà e dei valori europei. Si è come sempre alla questione dei due pesi e delle due misure, resa ancor più emblematica dalla piega presa dagli eventi e dalla differenza di trattamento riservata alle rivolte dal nuovo regime. L’esecrato Yanukovich, paragonato ai più crudeli personaggi della storia, reagì mandando la polizia in piazza a morire e facendo concessioni ai dimostranti; il nuovo regime, coerentemente con la violenza da cui ha preso vita, decide di mandare l’esercito a sparare sulla popolazione.

La speranza di oggi, è che le discussioni sfocino in un risultato pragmatico, considerando la realtà dei fatti e non la sete di sangue di chi vuole sfruttare a proprio piacimento la situazione per i propri vantaggi geopolitici. Fermare l’esercito, sedersi al tavolo e discutere con tutte le parti in causa – aprendo anche ai rappresentanti delle regioni orientali dell’Ucraina – sarebbe un modo saggio ed efficace di continuare una situazione che rischia di sfuggire di mano e provocare ulteriori sofferenze alla popolazione.

 

(fonte: www.lintellettualedissidente.it)