I veri avversari di Pio XII

I veri avversari di Pio XII

PioXII

Ricevo questa lettera:

Oltre alla presa di posizione pubblica di Benedetto XVI in favore di Papa Pacelli, ha destato scalpore l’ipotesi che il pontefice non vada in visita in Israele a causa della didascalia contenuta al memoriale della Shoah di Gersualemme, lo Yad Vashem, nella quale si leggono parole fortemente critiche verso Pio XII e il suo comportamento durante la guerra e le persecuzioni naziste. La Santa Sede, attraverso il direttore della Sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, ha cercato di spegnere le polemiche specificando che Benedetto XVI ha deciso di approfondire ulteriormente l’analisi su Pio XII – rimandando quindi la beatificazione – e osservando che la didascalia allo Yad Vashem, pur assolutamente non condivisa dalla Santa Sede, non poteva considerarsi un ostacolo al viaggio del Papa. Insomma, mi pare ci siano i principi e la diplomazia. Forse sulla seconda lei non sarà d’accordissimo, però c’è da dire che, quanto meno, si cerca di non indietreggiare sulla prima. Cordiali saluti ed auguri.

Matteo F.

 

La invidio, caro lettore, per la lettura che dà delle esitanze vaticane. Perchè io, certo sbagliando, penso che non ci sia solo l’inchinarsi all’arrogante opposizione giudaica alla beatificazione di Pio XII, nella decisione di Bendetto XVI di «approfondire ulteriormente» e dunque di «rimandare» la beatificazione. O piuttosto, c’entri, ma solo come parte di una più grossa e fondamentale esitazione.

Secondo me, è proprio  il Papa, di suo, ad essere perplesso, ad aver bisogno di «riflettere». E il perchè lo dico in modo forse troppo reciso, per farmi capire: perchè teme che la beatificazione di Pio XII significhi la sconfessione implicita della generazione di padri «conciliari», cui lo stesso  Ratzinger appartiene a pieno titolo. Mi spiego.

Papa Pacelli fu l’ultimo Pontefice nella tradizione di Pio IX, di San Pio X. Nel senso che condivideva con i suoi predecessori una visione tragica del mondo moderno: come essi, lo sapeva votato alla perdizione, radicalmente in via di allontanamento  dalla salvezza, nel deliberato rifiuto di Cristo.

Pio XII, tanto per dire, fu il Pontefice che volle il «Russicum», un gruppo di gesuiti che dovevano imparare il russo come loro lingua madre, per essere poi infiltrati in Unione Sovietica a diffondere il Vangelo e a consacrare il Corpo e il Sangue in quel regno satanico del terrore. Scelse gesuiti, perchè così li aveva voluti il loro fondatore, hidalgo e armigero: soldati missionari, votati alla morte. Ciascuno di loro lo sapeva, che andava a morte certa, e aveva accettato per ardente amore delle anime perdute.

 

La visione del mondo da cui nacque il Concilio, e che animava i padri conciliari, era l’esatto contrario di questa. Costoro vedevano il mondo come avviato a realizzare il Vangelo, persino senza saperlo, anonimamente. Persino il comunismo sovietico per loro covava l’abbraccio al «vero» cristianesimo, perchè proclamava la «giustizia sociale»; che poi facesse il contrario, massacrando milioni di cittadini russi, non scuoteva questa fede ottimista.

Questi conciliaristi vedevano il bene nella società del benessere, di stampo protestante-anglosassone, appunto perchè il benessere si diffondeva in una atmosfera generale pacifista, e  «pace e bene» non è forse un valore cristiano?

Vedevano il bene nell’avanzata dialettica verso il «progresso»; vedevano un bene financo nella  psicanalisi (che allora egemonizzava la cultura corrente, e ovviamente influenzava i cardinali), se non altro perchè diceva «la verità» sul corpo e sul sesso, dopo tanti secoli di «repressione», e demitizzava l’uomo.

Ecco, soprattutto, il mondo moderno era bene perchè «de-mitizzava»: diventava cristiano per forza propria, dialetticamente, senza bisogno di miti e rituali; obbediva all’«ama il prossimo tuo» senza  bisogno della Messa, del latino, del gregoriano, tutti residui di un cristianesimo magico e dunque inutilizzabile nel modo secolare e disincantato. Da cui bastava che la Chiesa si liberasse per essere di nuovo accetta al «mondo», perchè il mondo la abbracciasse.

Non sfuggirà che questa visione ottimista del progresso umano confluisce, e s’identifica, con la visione del mondo propria della Massoneria. A cui infatti molti padri conciliari, a quanto si disse, appartenevano. Certamente in buona fede, per molti di loro anche la Massoneria è un bene, in quanto prevede e promuove «il progresso umano», l’avanzata degli uomini verso la propria liberazione, verso una sempre migliore intelligenza del divino, razionalista, liberata da ogni «mito».

Forse esagero un tantino ma, sempre per farmi capire, questa era la visione dei padri conciliari. Del resto, ci sono indizi precisi.

Una delle più durevoli o ostinate riforme che il Concilio ci ha lasciato – e che mai è stata corretta – è l’espulsione dell’Eucarestia dal centro delle chiese.

In troppe chiese, il Tabernacolo con la Carne e il Sangue è stato messo a lato, in qualche nicchia secondaria; chi entra in chiesa non lo vede come prima cosa – là, muta presenza regale, segnalata da un lumicino rosso palpitante, che dice «sono con voi fino alla fine del mondo» – e deve andarselo a cercare, se vuole – oppure dimenticarLo.

Che importa quella Presenza Reale, del tutto «mitica»?

Quel che importa è ciò che dice il sacerdote nella predica, ciò che canta la «assemblea dei fedeli», tutta fatta di cristiani adulti che non hanno bisogno di sacro, di invisibile e di miracoli, perchè già avanzano, con il progresso sociale, verso il «vero» cristianesimo.

Il Concilio, al centro, ha voluto l’altare: l’altare-mensa, dove il prete si affaccenda mentre rivolge la faccia ai fedeli.

Una «riforma» che doveva, nelle intenzioni, preparare la confluenza e l’abbraccio ecumenico con i luterani, già tanto più avanti di noi nel cristianesimo de-mitizzato, senza sacro nè superstizione. E persino, chissà, una prova di umiltà.

Nessun pensiero che, con ciò, il sacerdote veniva separato dai fedeli, acquistando un rilievo superbo; prima, nella Chiesa fino a Pio XII, il prete che consacrava dandoci le spalle era – nel suo privilegio dell’ordine – intimamente, umilmente, «uno di noi». Uno che saliva con noi.

E’ naturale che il capo-cordata guardi verso l’ascesa, e non si sono mai visti maestri di roccia che volgono la faccia ai turisti che guidano in montagna; chi li segue vede la loro schiena – proprio come nella Messa pre-conciliare, ma non si sente umiliato. Il maestro sta guardando avanti, perchè esamina passo per passo la strada verso la cima dove ci vuole portare.

Oggi, c’è una strana inversione. In cui il mettersi del sacerdote «sullo stesso piano» è insieme orizzontale, e non immune da presunzione. Ma questo, i «conciliari» non lo colgono.

Pio XII era, anche nel suo stile e tenuta, il contrario.

Era l’aristocratico asceta, consapevole custode in sè di tutta la nobiltà accumulata dalla Chiesa in millenni di prove e martirio, che – quando le bombe cadono su Roma – corre al popolo, alza le braccia a croce sul popolo fedele.

Che durante la guerra rinuncia al caffè, e beve il surrogato come tutti i popoli in guerra: vicino a loro senza mescolamenti e senza confusione. Sempre rivestito della dignità che non era – e lo sapeva – dovuta alla sua persona, ma alla sua funzione, in cui – ieratico – si cancellava.

Dicono che fosse autoritario, monocratico, solitario. Si può ben immaginare che di questa lega fossero i sussurri dei prelati «progressisti», stufi  e insofferenti del suo lungo Pontificato.

«Ecumenismo», «collegialità», «aggiornamento» erano le loro parole d’ordine – nella lingua di legno clericale che avremmo dovuto imparare a conoscere – ed erano tutte contro Pio XII. Troppo verticale e verticista.

Forse era vero, specie negli ultimi anni; lo circondavano i sussurri dell’alto-clericalismo «adulto», di cui diffidava. Si trovava solo.

Alcuni – Roncalli, Montini – li aveva dovuti punire perchè avevano tradito la sua fiducia; non già opponendosi con aperta lealtà alle sue direttive e visione del mondo, ma dietro le sue spalle, approfittando delle cariche ricevute, fingendo obbedienza e invece, promuovendo modernisti e cristiani adulti alla Dossetti, alla Prodi, trafficando con la DC «progressista».

Il cardinal Roncalli  e monsignor Montini furono poi fatti Papi da due conclavi. Secondo me, furono fatti Papi «proprio per questo», perchè erano entrambi notori anti-Pio XII. Si voleva far avanzare con loro la visione del mondo ottimista, il «progresso» demitizzato, il mondo come cristiano-anonimo, in attesa dell’abbraccio.

Nikita Roncalli, Papa Giovanni – un Papa «buono», finalmente – derise i «profeti di sventura» che da Fatima descrivevano il mondo come in mano a Satana. Lui vedeva «segni dei tempi» radiosi, e con lui tanti.

Giovanni XXIII volle il Concilio innovatore: aggiornamento, ecumenismo, collegialità. Il trionfo di colpi di mano accuratamente preparati dietro le quinte, in un clima di sotterfugi da eunuchi del sultano.

Il cardinal Siri, presidente della CEI, annotò nel suo diario «le occhiate, gli ammicchi, i segni d’intesa» che gli indicavano una congiura dei «progressisti» in corso, e di come isolarono i «tradizionalisti» (1).

 

Facciamola corta: fu, credo, il primo Concilio della storia in cui si ascoltarono non il popolo fedele, ma la nota lobby.

Fu il concilio a cui parteciparono l’Anti-Defamation League, il B’nai B’rith (la Massoneria riservata agli ebrei), la Massoneria in generale. Dove circolava, incontrava il Papa e dava direttive Jules Isaac, membro di punta del B’nai Brith; e dove Isaac scrisse di fatto i documenti conciliari su Giuda, con il sostegno occulto dei Tisserant, dei Decourtray (of B’nai B’rith), dei Bea, degli altri «figli della luce» che stavano in Vaticano (2).

Per questo il ministro israeliano Herzog si sente in diritto di intromettersi, di dichiarare «inaccettabile la beatificazione di Pio XII».

Quello è stato il «loro» Concilio, ci si sono intromessi eccome, vi hanno circolato liberamente come non ha mai potuto fare nessun cristiano fedele, vi hanno imposto, con Jules Isaac, la cancellazione del concetto di «deicidio» applicato agli ebrei.

Jules Isaac era riuscito, con i suoi occulti appoggi, anche a presentarsi in visita privata a Pio XII, nel 1949. Gli aveva consegnato il suo testo, un diktat in 18 punti, dal titolo arrogante di «Riparazione dell’insegnamento cristiano riguardo a Israele».

Il documento – che Giovanni XXIII accolse dalle mani del massone nel 1960 – finì probabilmente in un cassetto. E’ questo il vero «silenzio di Pio XII» di cui questa gente, che non dimentica mai e non perdona nulla, accusa quel Santo Padre.

Quando il ministro Herzog dice che non solo Pio XII non denunciò il nazismo, ma «fece di peggio», è probabilmente a quello che allude.

E’ stato il «loro» Concilio, e gli effetti si sono visti: l’abbraccio al mondo raddoppiò i voti comunisti in Italia (Pio XII non aveva mai tolto la scomunica per chi votava PCI), e ben peggio, 50 mila preti, frati e suore se ne andarono verso il mondo che, tanto, diventava cristiano e «adulto» (alla Prodi) anche senza il loro sacrificio e il loro saio; si aprì, quasi subito, la falla della legalizzazione del divorzio, che preparava quella dell’aborto; il mondo rispondeva all’abbraccio emarginando la fede dalla società.

Nel rapporto fra l’autorità pontificale e i fedeli qualcosa si ruppe, temo, per esempre. Non a caso la «legittimità» dei Papi post-conciliari tende ad essere una funzione della loro «popolarità», delle piazze che affollano, dell’audience.

 

E nemmeno è un caso che per i Papi post-conciliari, quelli che hanno partecipato al Concilio (anche Giovanni Paolo II), si avvia la causa di beatificazione fin dagli ultimi respiri: tutti santi, e santi subito, a fissare la loro «popolarità» confermante la loro «legittimità», che la Chiesa stessa sente pericolante.

 

Queste beatificazioni automatiche mettono un disagio, a cui non manca una punta di ridicolo: la santificazione sembra diventata una sorta di «fringe benefit» della categoria, un po’ simile all’auto di lusso di cui i dirigenti, nel mondo laico, hanno diritto automaticamente per la loro carica.

Il giovane monsignor Ratzinger ha partecipato al Concilio, addirittura con entusiasmo e ingenuità, da monsignorino teologo e «tipico universitario tedesco» come ha ricordato lui stesso.

Ecco come lui stesso rievocava quel clima: «Il problema della salvezza dei non cristiani era profondamente sentito, perché non solo in Asia o in Africa erano presenti i non cristiani ma soprattutto nella nostra società cominciava ad avvertirsi il peso dei non credenti, dei non cristiani. Se c’era salvezza anche fuori dalla Chiesa, qual’era allora la funzione della Chiesa per

l’universo?».

Se se lo domandavano i Papi e il Concilio, che cosa deve pensare il fedele?

«Un altro settore era per noi quello dell’esegesi e della lettura della Sacra Scrittura. Si voleva un cristianesimo che fosse di nuovo immediatamente nutrito dalla Scrittura, ma anche una maggiore libertà per l’interpretazione scientifica della Sacra Scrittura. Capire meglio che cos’è la rivelazione, che cos’è la Scrittura e la tradizione: si trattava di temi al centro del colloquio con i protestanti. In Germania, il problema generale era quello di uscire da una certa chiusura del mondo cattolico» (3).

Quella chiusura a cui li aveva ridotti Pio XII, e da cui impazienti si liberavano, in vista del mondo nuovo e benevolo che li avrebbe abbracciati.

Ancora: «… non volevamo mischiare i problemi politici con il nostro lavoro scientifico, ‘alla tedesca’.  Solo durante il Concilio abbiamo imparato che tutti i problemi di questo mondo entrano anche nel lavoro della teologia: che il dialogo con le grandi visioni del mondo, anche anticristiane, come il comunismo, è tuttavia costitutivo per un vero lavoro teologico; che si deve non solo difendere la possibilità di essere cristiani, ma anche mostrare che questa è la scelta migliore e quindi, entrare in una vera discussione con gli argomenti degli altri; e integrare i problemi di una nuova visione del mondo, in chiave non cristiana ma anticristiana, nel nostro lavoro teologico. Questa per me, era una lezione da imparare».

E infine, ovviamente, gli ebrei: «Ristabilire una relazione con il mondo ebraico era per noi realmente una priorità,  fin dall’inizio. Era già cominciata una nuova lettura dell’Antico Testamento (…). La priorità era ristabilire, quindi, una nuova relazione col popolo ebreo: da una parte, volevamo esprimere la nostra amicizia, ma anche il nostro pentimento per i fatti negativi di duemila anni di storia, e dall’altra parte, senza offendere gli ebrei, anche esprimere la nostra identità».

Lo dice con ingenua buona fede: la priorità del Concilio era quella.

Ed è ancora quella: ora che il Papa Ratzinger passa da «conservatore», ma una cosa è essere conservatori, e un’altra, tradizionalisti.

Se posso fare un paragone senza mancare troppo di rispetto, anche molti dinamitardi di Lotta Continua oggi, direttori di grandi giornali dell’Establishment, sono diventati conservatori. Conservano il progressismo dei costumi e delle mentalità.

Di questo, sono convinto, magari in buona fede. Il problema non è questo, è la loro «visione del mondo», che fu alla moda 50 anni fa, ed ora non lo è più. La concessione, peraltro disobbedita massicciamente dai cardinali e dai vescovi, della Messa in latino, appare piuttosto come una «diversiificazione dell’offerta» nel «mercato del religioso». Quanto di più lontano dallo spirito di Pio XII.

Perciò sono convinto che è Papa Benedetto XVI a trattenere sulla sua scrivania la causa di beatificazione dell’ultimo Pio. Non ha bisogno delle pressioni e intrusioni ebraiche per astenersi, per rallentare. E’ lui che deve «approfondire ulteriormente» e intanto «rimanda». Tutti i Papi del Concilio, santi subito; quello, io credo, santo mai.

Ma Dio, di santità, sa e giudica meglio.

Post – scriptum: qualche sacerdote che stimo mi dice che sotto Pio XII la Chiesa era già un deserto, che il Papa difendeva da solo trincee da abbandonare.

Forse. Ma ricordo una cosa precisa: le conversioni che quella Chiesa suscitava non nel Terzo Mondo, ma nel mondo anglosassone, quello avanzato americano e inglese, e proprio per il suo «immobile» prestigio liturgico e latino. Proprio perchè erano più avanti nel «progresso», gli anglo-americani sensibili ne sapevano i costi personali e trovavano quel che la Chiesa non dà più.

Che cosa?

E’ difficile spiegarlo. Talleyrand scrisse che chi non aveva vissuto nell’Ancien Régime, non poteva nemmeno immaginarne l’eleganza e la dolcezza del vivere. Lo stesso è per la Chiesa di allora; impossibile dirne l’atmosfera, a chi non l’ha sentita e vissuta.

Ma so di tanti inglesi e americani cui capitava, magari esausti dal «mondo», di entrare in una chiesa cattolica, in un giorno  feriale, e riposarsi sulle panche deserte. In quella semi-oscurità, l’occhio andava diritto alla piccola lampada rossa palpitante al centro, segno che il Re era Presente.

«Sarò sempre con voi fino alla fine del mondo», diceva la lampada.

Magari, in un altare, un prete celebrava la Messa senza fedeli, rivolto ad un quadro, elevava il calice da solo e ripeteva in latino la consacrazione, «ecce corpus meum quod pro vobis…».

Solo, ma celebrava per la salvezza del mondo, spargeva su quel mondo il sangue della vittima. Il mondo di fuori era ignaro, travolgente, cangiante di continuo; voleva uomini assatanati di successo e di denaro, in gara perpetua; forse aveva già travolto l’inglese o americano che si riposava su un banco nella semi-oscurità; altrimenti perchè sarebbe entrato?

Ebbene, lì trovava accoglienza. Beninteso, nessuno gli si faceva incontro «ecumenicamente», nè con chitarre. La chiesa era tutta assorta in sè.

Ma quel rilucere di antichi ori, quell’aristocratica distanza, quella lingua antica, quelle liturgie enigmatiche intrepidamente perseguite, erano un messaggio per il visitatore.

Diceva: qui puoi stare. Riposati. Per «noi», il tempo non passa. Noi «non» siamo il mondo; noi siamo «altro», l’immutabile «sopra», la cui nobiltà custodiamo da secoli. Siamo nobili e se tu sei assetato di nobiltà che non passa, vieni, confessati e sarai assolto, inginocchiati alla Presenza Reale. Essa è «qui», e fra i suoi austeri ori rilucenti, fra i quadri antichi e i canti liturgici, è te che aspetta.

Quando penso o rivedo in qualche vecchio cinegiornale Pio XII, mi viene in mente una simile Chiesa. Non era «popolare», forse, ma era così: sacra, distante, accogliente.

 

(articolo di Maurizio Blondet del 25 ottobre 2008, pubblicato da EFFEDIEFFE)