La pericolosità delle droghe “leggere”

La pericolosità delle droghe “leggere”

Piera Piatti[1] ha scritto un libro interessantissimo intitolato La droga no. Riflessioni e consigli per i genitori (Milano, Mondadori, 1988).

In questo breve articolo cerco di riassumere il suo libro
1°) per far capire al lettore la pericolosità delle droghe dette leggere;
2°) per aiutare i giovani a non cadere nella loro trappola ed i loro genitori a farli uscire se vi fossero caduti.

Il problema

Nel ’68  erano in prima linea l’hashish, marijuana e Lsd. I tossicodipendenti erano ancora un numero relativamente ridotto. Con l’arrivo dell’eroina, verso la metà degli anni Settanta, è iniziata la vera e propria tossicodipendenza su larga scala.

Tuttavia dalla  tossicodipendenza si può uscire, a condizione che la famiglia, aiutata dallo Stato, aiuti il drogato a disintossicarsi chimicamente e moralmente. Purtroppo la cultura sessantottina ha parteggiato per i giovani drogati, spingendoli all’auto-distruzione, e si è schierata contro le famiglie accusate per principio di essere retrive e antilibertarie.

Nel problema della droga gioca un gran ruolo la cultura nichilista, la politica libertaria, i preti d’avanguardia e  la psichiatria democratica, che hanno lasciato le famiglie senza aiuto e hanno addirittura spinto le giovani vittime della droga verso la libertà di drogarsi, ossia di annichilirsi poiché il tossico era considerato da costoro un “eroe rivoluzionario antiborghese” o una “vittima del sistema” (e in un certo senso “vittima del sistema” lo era, ma proprio di quel sistema, che si presentava come l’anti-sistema o l’alternativa all’ordine tradizionale, che voleva abbattere).

L’autrice propone, alla vittima della droga e alla sua famiglia, come prima cosa da fare l’entrata in una Comunità seria terapeutica (Come quella di Muccioli a San Patrignano[2]), che aiuti il giovane a disintossicarsi e a imparare un mestiere per affrontare il futuro.

Certamente occorre prendere atto che, quasi sempre, dove c’è un drogato c’è un ambiente familiare “ammalato”, ossia in difficoltà e con dei problemi. Infatti dal momento in cui un figlio inizia a drogarsi 1°) è forse poiché non ha trovato un ambiente propizio in famiglia e 2°) conseguentemente è tutta la famiglia che ne risente. I genitori dei drogati sono persone in crisi, che vanno aiutate a sormontare il problema che li attanaglia e non colpevolizzate a priori.

Normalmente la famiglia del drogato poteva avere dei problemi, comuni agli esseri umani, anche prima che il figlio iniziasse a drogarsi. La famiglia ideale non esiste, esistono le famiglie reali, con tutti i loro problemi, i loro limiti e le loro qualità.

L’autrice mette a fuoco le figure di “un padre assente e di una madre dominante o viceversa di un padre eccessivamente autoritario e di una madre iperprotettiva”. Il problema, ora, non è quello di far loro il processo, (l’essere umano non è un angelo) ma di aiutarli a correggersi perché possano aiutare il loro figlio ad uscire dal tunnel della dipendenza.

Purtroppo la cultura libertaria accusa spietatamente e per principio la famiglia come unica causa di ogni male e assolve totalmente il drogato, invece di aiutare entrambi a capire dove hanno sbagliato e a porre un rimedio efficace al male.

L’ambiente familiare non è la causa, ma la spiegazione del disagio del giovane, che poi è scivolato nella droga, il quale però avrebbe potuto scegliere un’altra via. Non è la società, il sistema, la famiglia che hanno spinto o necessitato il giovane verso la droga, ma la mancanza di ideali, di valori, di forza di volontà sono delle concause, che spiegano la tragedia che avvolge le famiglie e i giovani.

Però non bisogna mai dimenticare che nella tragedia della tossicodipendenza il giovane drogato ha soprattutto nella famiglia umana, con tutti i limiti che l’essere umano ha per sua natura, il rifugio ed il punto di partenza per una possibile e difficile risalita dall’abisso.

Il primo obiettivo della lotta contro la droga è il pieno recupero del tossicodipendente, la prevenzione affinché altri giovani non cadano nella tragedia della droga e l’aiuto alle famiglie affinché offrano ai figli i valori che li aiutino a non cedere alle sue lusinghe.

La liberalizzazione delle droghe equivale a sacrificare un certo numero di giovani dati inizialmente e certamente per sconfitti e vittime perpetue della droga.

Offrire eroina o metadone[3] ai tossici equivale a condannarli alla dipendenza dalle droghe cronica e perpetua senza nessuna speranza di sconfiggerla. Il mercato di narcotrafficanti non verrebbe sconfitto perché vi sarebbe sempre una relativa minoranza di drogati per necessità e legalmente riconosciuti dallo Stato.

La libera circolazione della droga, secondo l’autrice che è impegnata da anni nel recupero dei tossici, non fa che incentivare il suo consumo legalizzato, allargando la fascia dei consumatori e allontanandoli per principio e per legge dalla cura e dalla guarigione, che pur essendo ardua è sempre possibile, purché non vi si rinunci prima ancora di aver combattuto contro essa. Invece occorrerebbe che lo Stato spezzi il monopolio criminale, che gestisce lo spaccio delle sostanze stupefacenti.

I sintomi

L’autrice ci spiega quali sono i primi sintomi a partire dai quali i genitori possono capire se i figli cominciano ad avere problemi con la droga per poter intervenire tempestivamente quando è più facile la disintossicazione.

I mutamenti generici del comportamento, ossia:
1°) il calo improvviso e immotivato del rendimento scolastico o lavorativo, dell’interesse nei confronti dello studio o del lavoro;
2°) l’alternarsi di euforia e di attività frenetica a tristezza e abulia profonde e immotivate;
3°) il rinchiudersi del giovane in se stesso, nei suoi pensieri, che lo estraniano dalla realtà e dalla famiglia;
4°) l’aggressività non  giustificata;
5°) le pretese di libertà assoluta senza alcun controllo familiare e una mentalità ipercritica nei confronti dei genitori che vengono visti come la causa di tutti i mali;
6°) la richiesta sempre più pressante di denaro.

I cambiamenti specifici e gravemente allarmanti di carattere non solo comportamentale ma anche fisico si manifestano quando lo stato del giovane è diventato più grave, ossia quello dell’abitudinario o dell’assuefatto alla droga, essi sono:
1°) pallore e sudorazione abnorme;
2°) tremiti e inappetenza;
3°) sbadigli eccessivi, prolungati e continui,
4°) tendenza a grattarsi dappertutto in maniera compulsiva.

Che fare?

  Innanzitutto per aiutare un figlio drogato bisogna saper controllare le proprie emozioni, evitare le scenate drammatiche, i furori, gli insulti. Bisogna parlare con lui, manifestargli la gravità della situazione e promettergli tutto l’aiuto affinché accetti di entrare in una comunità seria di recupero e disintossicarsi definitivamente.

Non bisogna arrendersi davanti alle menzogne dei drogati. La menzogna è la difesa, una specie di “seconda natura” che la droga ha apportato alla sua vittima. Bisogna fare i conti con essa, è la “normalità” della vita anormale del drogato.

È sbagliatissimo aggredire prima con parole dure e poi cedere nella pratica e permettere che la triste storia della dipendenza continui. Invece occorre fare tutto il contrario: parole buone, cercare di capire, ma totale intransigenza nelle decisioni pratiche per spezzare il legame con la droga.

Non bisogna mai permettere al figlio di drogarsi in casa, né fargli capire che lo si mantiene lo stesso anche se continua a drogarsi. Egli deve sapere che o lascia la droga o la casa. I genitori possiedono una forza enorme di cui spesso non si rendono conto: se decidono di interrompere il mantenimento economico del figlio, questi sarebbe costretto a trovare il tempo e la voglia di lavorare per mantenersi, se ce la fa ancora, oppure di entrare in una Comunità per disintossicarsi.

Perciò occorre manifestargli il proposito fermo di farlo entrare in Comunità di recupero, senza tentennamenti né rinvii; sarebbe come rimandare l’operazione di un cancro poiché si teme la sala operatoria. Se il ragazzo è deciso ad abbandonare la droga e vuole disintossicarsi, il lavoro è molto più facile.

I genitori debbono agire tutti e due nella stessa direzione perché, se uno lotta per la disintossicazione e l’altro “aiuta” per falsa compassione il figlio a “drogarsi di meno”, la battaglia è persa.

La disintossicazione

La disintossicazione fisica è il primo passo e va affrontata in una struttura di ricovero ospedaliero specializzata. Dopo bisogna inserire il giovane in una Comunità terapeutica. Dopo la disintossicazione fisica, il giovane soffrirà di stati depressivi più o meno lunghi. Egli è realmente disintossicato fisicamente dal veleno della droga, ma i suoi effetti sul morale e la psiche continuano a farsi sentire per qualche tempo ancora. Quindi occorre rimettere in piedi la vita intellettuale e  morale del giovane per aiutarlo a ritrovare un motivo di vita e la voglia  di lavorare. Se le vere cause della malattia della dipendenza non vengono individuate e rimosse, se il giovane non cambia il suo stile di vita, la droga penderà sul suo capo come una “spada di Damocle”.

L’autrice offre alcune regole che bisogna far osservare al disintossicato perché possa riprendere la piena padronanza della sua vita razionale, volitiva e sensibile:
1°) il tossicodipendente deve alzarsi presto la mattina e ad un determinato orario;
2°) deve svolgere alcune attività di lavoro o di studio;
3°) non deve avere molto denaro a sua disposizione;
4°) è bene che contatti gli amici e non viva isolato;
5°) che pratichi qualche sport;
6°) che partecipi a dei gruppi condotti da un terapeuta specializzato in tossicodipendenze e che abbia il supporto della sua famiglia.

La Comunità terapeutica

La comunità seria che possa aiutare il drogato a disintossicarsi deve possedere le seguenti caratteristiche: nessuna droga all’interno, nessuna possibilità di uscire soli per un lungo periodo, contatti con l’esterno limitati e sicuri, obbligo di lavorare, eliminazione di ogni comportamento violento o antisociale.

Infine sia i genitori che i giovani dipendenti debbono accettare il principio che dalla Comunità si esce solo dopo la piena guarigione, quando i responsabili lo ritengono opportuno. Sino a quel giorno la casa non potrà essere aperta per accogliere i figli ex tossici non completamente guariti nel corpo e nello spirito. I ritorni anticipati hanno quasi sempre esito sfavorevole.

La cocaina

Si dice oggi che la cocaina somministrata in piccole dosi non sia dannosa e aiuti a vivere al di sopra delle possibilità comuni. Essa agisce come stimolante del sistema nervoso centrale, aumenta inizialmente la lucidità mentale e il vigore muscolare, riduce la sensazione di fatica e consente di apparire estremamente vivaci e brillanti. Tuttavia poi subentra l’apatia, l’angoscia, la depressione profonda e talvolta le manie di persecuzione o addirittura le allucinazioni visive. Molte emorragie cerebrali son dovute all’uso di cocaina; questa viene somministrate ai rapitori poiché infonde aggressività e intraprendenza.

La cannabis è una “droga leggera”?

È chiamata anche canapa indiana, da essa sono estratti sia l’hashish che la marijuana. Il suo effetto dura alcune ore ed è allucinogeno seppur vagamente, rilassante e blandamente euforizzante. Aumenta inizialmente lo stato di benessere e la loquacità e questa è la sua pericolosità, che consente di chiamarla droga “leggera” come se non facesse male, ma molto spesso è la porta per l’eroina. Tuttavia, la cannabis contiene più catrame del tabacco, dopo un po’ di tempo rende difficili i movimenti o il loro coordinamento. Ma il suo pericolo maggiore è il distacco dalla realtà e il calo della memoria e della forza di volontà. Inoltre produce una notevole dipendenza psicologica, dovuta agli iniziali effetti piacevoli della sostanza e una volta che se ne è presa l’abitudine lasciare la cannabis è molto, molto difficile. La sua tossicità contratta da un’abitudine si manifesta con danni psichici e mentali. Come si vede anche la cannabis è una vera e propria droga.

Queste poche pagine, assieme alla raccomandazione di studiare il libro su citato, sono indirizzate ai giovani che si lasciano illudere dal mito delle droghe leggere e quindi non pericolose, alle famiglie affinché possano aiutare i loro figli caduti nella trappola della droga. Che Dio aiuti tutti a preservarsi da un tale flagello.

d. Curzio Nitoglia

31/05/2014

http://doncurzionitoglia.net/2014/06/02/la-pericolosita-della-droga-leggera/

http://doncurzionitoglia.wordpress.com/2014/06/02/1107/

~

NOTE:

[1] Ha fondato la “Lega Nazionale Antidroga” nel 1981.

[2] Via San Patrignano, n. 49 – Ospedaletto di Coriano (Forlì).

[3] Il metadone non è una medicina disintossicante, è una droga che può sostituire l’eroina, con effetti meno devastanti, ma pur sempre deleteri. Esso elimina in chi l’assume la volontà di uscire veramente dalla  tossicodipendenza. Appiattisce la reattività, addormenta l’intelletto e la volontà. Insomma è un surrogato di droga che lo Stato elargisce per mantenere i suoi assistiti sotto un manto di inebetimento. Sin dal 1979 il dr. Ciocca, direttore del Policlinico Gemelli di Roma, dichiarava: “dare il metadone al drogato significa semplicemente continuare a drogarlo”. Mentre il dr. Cattabeni dichiarava “il metadone non è meglio dell’eroina e non risolve i problemi dei drogati” (Corriere della Sera, 17 maggio 1978). Inoltre i neuro-scienziati spiegano che l’uso della cannabis danneggia lentamente, ma inesorabilmente le cellule della corteccia cerebrale; come pure il fumare abitualmente il semplice tabacco dato il tasso di catrame che contiene, al di sotto dei 18 anni, nuoce al sano sviluppo del cervello, che non è ancora pienamente formato.

.