Ordine di Obama: fermate South Stream!

Ordine di Obama: fermate South Stream!

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Il Wall Street Journal e la NBC hanno citato, poche settimane orsono, un sondaggio secondo il quale più della metà degli americani desidera che il loro Paese abbia un minore coinvolgimento negli affari di altri stati ma, ciononostante, il governo e il senato di Washington sembrano manifestare tutt’altra intenzione. Nella loro non dichiarata guerra contro la Russia, gli Stati Uniti continuano, tra l’altro, a premere sulla Commissione e su vari Governi europei affinché abbandonino il progetto di gasdotto South Stream.

Con questo dichiarato obiettivo, tre senatori americani hanno incontrato la scorsa settimana il Primo Ministro bulgaro (la Bulgaria è il punto d’arrivo sulla terra ferma del gasdotto sottomarino che parte dalle coste russe). Non sappiamo cosa si siano detti nello specifico e se siano state usate minacce o blandizie, ma il Premier di Sofia, subito dopo l’incontro e platealmente, ha annunciato che la Bulgaria avrebbe “dovuto” congelare il progetto rinunciando così, almeno per il momento, a benefiche ricadute economiche sul proprio territorio.

Gli USA non hanno con la Russia né una vicinanza geografica né una forte interconnessione economica ed energetica. Noi europei, invece, le abbiamo. Di là dai reciproci debiti culturali tra i popoli, che si perdono nella notte dei tempi, le nostre imprese vedono nella Russia uno dei loro principali partner e, soprattutto, uno dei maggiori fornitori di energia e di materie prime.

Il recente, forte, incremento di produzione di gas e petrolio negli Stati Uniti, ottenuto grazie al fracking, può mettere al sicuro i nord americani da forniture terze ma, checché ne dicano illusi o illusionisti, non può certo costituire una fonte alternativa per le esigenze del nostro continente. Anche quando, nel giro di pochi mesi, il gas americano potrebbe essere disponibile per l’esportazione, non ci saranno sufficienti impianti di liquefazione per consentirne il trasporto verso l’Europa. Senza contare che in Europa non esistono ancora impianti di rigassificazione tali da compensare il quantitativo di gas russo che arriva attraverso i gasdotti.

Chi poi parla di forniture da Paesi terzi via nuovi gasdotti dimentica le difficoltà che rendono questi progetti, almeno sul medio termine, del tutto impraticabili. E’ ormai da anni, anche dietro la solita pressione americana, che la Commissione Europea sta studiando l’ipotesi di portare in Europa gas turkmeno ma, per poterlo fare, esisterebbero due sole possibilità: l’attraversamento del Caspio con un gasdotto sottomarino che si congiunga con quello azero dei pozzi Shaz Deniz II, oppure un transito via terra che, attraversando tutto il nord dell’Iran, arrivi in Turchia e da lì in Europa. La prima ipotesi è improponibile perché per consentire l’attraversamento del mar Caspio occorre il consenso di tutti e cinque gli stati rivieraschi e la Russia (per ovvi motivi) e l’Iran (per un contenzioso sui confini con l’Azerbaigian) non lo consentono.

La seconda ipotesi è ugualmente irrealizzabile perché il gas turkmeno, che già è venduto in piccola parte nei territori del nord est iraniano, non ha possibilità alcuna di arrivare ai territori del nord ovest confinanti con la Turchia. Infatti, il network di gasdotti iraniano è poco sviluppato e tutto concentrato nella parte ovest del Paese: in mezzo ci sono insuperabili montagne ed estese zone desertiche che rendono particolarmente difficile e costosa la costruzione di una nuova linea. Anche qualora i rapporti politici tra Iran e occidente dovessero diventare virtuosi, il gas turkmeno non sarebbe in condizione di utilizzare questa strada. Sempre in caso si realizzasse la distensione suddetta, anche l’ipotesi del gas tutto iraniano è pura fantasia. Quel grande Paese vanta riserve certe di 33,6 biliardi di mc, addirittura superiori alle riserve russe di circa 32,9 biliardi, ma la locale arretratezza tecnologica non consente, e così sarà per lungo tempo, di mettere a frutto tutto quel ben di dio. Comunque, la presenza di una catena di altissime montagne anche ai confini occidentali rende quasi impossibile il congiungimento dei gasdotti gia’ esistenti con quelli azero o turco.

L’unica altra possibilità sarebbe il gas curdo che, congiungendosi a quello azero, potrebbe arrivare in Europa via Turchia. Anche in quel caso, però, l’esplorazione e lo sviluppo, oltre che la reale dimensione delle riserve disponibili, è, a tutt’oggi, un punto di domanda.

Che ci piaccia o no, dunque, la sicurezza dei nostri rifornimenti energetici deve, sul breve e medio periodo, continuare a basarsi principalmente sul gas russo e, fortunatamente, la Russia non ha alcuna volontà né bisogno di interrompere questo rapporto. Purtroppo, fino a che non sarà completato South Stream, i transiti verso il sud Europa dovranno necessariamente attraversare l’Ucraina che, a differenza di Mosca, ha già dimostrato, nel passato, di voler interrompere tali forniture.

Ciò che la nostra stampa oggi non fa notare sufficientemente è che Kiev, nel suo rifiuto di un accordo sui prezzi, sta, oggettivamente, ricattando sia la Russia sia l’Europa. Non soddisfatta delle condizioni, sicuramente favorevoli, offerte recentemente da Gazprom, pretende prezzi e modalità inesistenti in qualunque altra parte del mondo. Non può certo annunciare ufficialmente che impedirà il transito destinato in Europa, ma è chiaro a tutti che, come fatto nel passato, se la Russia non accetterà il ricatto, si limiterà a rubare il gas in transito, riducendone così la quantità destinata a noi. In altri tempi, ricatti e condizionamenti del genere avrebbero spinto l’Europa intera a una guerra contro chi minacciasse così i nostri rifornimenti. Fortunatamente non siamo più in quelle epoche e nessuna guerra sarà indetta contro l’Ucraina ma da lì a corteggiare e incoraggiare chi minaccia la nostra economia e il tepore del nostro inverno mi sembra, se non pazzesco, almeno da irresponsabili.
Per saperne di più: http://italian.ruvr.ru/2014_06_23/LObiettivo-degli-USA-e-fermare-il-South-Stream-3823/