Aristocrazia e popolo

Aristocrazia e popolo

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Nel V sec, Aristotele completa una delle opere destinate ad avere più successo nella storia del pensiero Occidentale: la Politica. In quest’opera fondamentale sono presenti alcune delle colonne portanti della concezione tradizionale di uomo e comunità (basti pensare alla celebre definizione di uomo come “animale politico”) nonché la prima classificazione antica delle forme di governo. Aristotele ci presenta tre tipologie – monarchia, aristocrazia e politeia – ciascuna differenziata in prima battuta dalla dimensione “quantitativa” della gestione del potere. Teoricamente infatti nella monarchia il potere è concentrato nelle mani di uno solo e nell’aristocrazia in quelle di pochi, mentre nella politeia vi è un autogoverno della comunità.

Accanto a questa prima distinzione, da cui emerge come forma privilegiata ed ideale l’autogoverno del popolo per via diretta, troviamo però una seconda e più importante discriminante. Per Aristotele infatti la differenza fondamentale non si gioca tanto sulla forma del governo, quanto piuttosto sul piano dell’agire. Dove il governante, qualunque sia la struttura di potere nella quale operi, fa prevalere il suo interesse su quello della comunità, ecco che si assiste alla degenerazione della politica: dalla monarchia si passa cioè alla tirannide, dall’aristocrazia all’oligarchia, dalla politeia all’anarchia.

Posto che ciascuno di questi termini ha una sua storia e che quindi per Aristotele ed i suoi contemporanei il significato non era necessariamente quello corrente – per esempio quando si parla di aristocrazia si intende il governo dei più abbienti, o comunque abbastanza benestanti da poter mettere l’interesse della comunità prima del proprio – resta indubbio che la discriminante “qualitativa” sia di grande attualità. La politica in realtà è sempre stata fatta da élite: è un fatto che nessun tiranno abbia mai potuto prendere il potere con le sue sole forze (né tantomeno mantenerlo) e che qualsiasi “governo popolare” si sia comunque espresso in una forma rappresentativa e che quindi abbia messo il potere decisionale nelle mani di pochi (è la norma persino a livello di comunità tribale). Non scopriamo certo oggi che ogni rivoluzione o grande cambiamento storico sia stato guidato da volontà precise, forti di una propria Weltanschauung e mosse dal desiderio di raggiungere determinati obbiettivi (si pensi all’esempio classico della rivoluzione francese, voluta e attuata dall’élite illuminista cresciuta in seno all’emergente classe borghese).

D’altronde potremmo dire che è nella natura delle cose e particolarmente in quella degli uomini, che alcuni si distinguano dalla massa in base a fattori che cambiano nel corso del tempo e delle condizioni storiche – primordialmente per la forza fisica, che ha poi ceduto progressivamente il passo ad altre caratteristiche individuali – e soprattutto che per certuni la vocazione ad occuparsi della politica e della gestione del potere pubblico sia più forte che in altri. La retorica del power to the people, l’esaltazione della massa indefinita, l’utopismo della democrazia diretta (indesiderabile anche se non fosse irrealizzabile: davvero dovremmo volere un mondo dove chiunque abbia potere su qualsiasi decisione politica?), si dimostrano concetti formali e demagogici, costretti a piegarsi di fronte alla realtà della storia e della natura. Basta farsi un giro fra i commenti delle pagine più quotate dei social network, basta guardare alla difficoltà nell’avere una conversazione politica di senso compiuto con la maggior parte delle persone (“i politici son tutti ladri, bisognerebbe impiccarli”…il bisognerebbe è la costante, in questi casi), per rendersi conto del fatto che non solo non tutti sono in grado di sostenere un’opinione, ma che alla maggioranza non interessa neppure farlo. Né le è mai interessato, né le interesserà mai. La massa quando si muove, se si muove, è spinta dalla fame o dall’influenza ideologica di gruppi di potere, più spesso da un insieme delle due cose.

Il che, intendiamoci, non è una colpa, anzi diremmo che è naturale sia così, semplicemente sgombra il campo da fraintendimenti ed illusioni idealistiche. Il punto quindi, e qui sta l’attualità del discorso aristotelico, non è che il potere sia gestito da élite, ma che queste stesse facciano anzitutto l’interesse della comunità e non il proprio. Ed è esattamente questa la frattura compiutasi oggi: il presente ci parla di lobbies svincolate dal popolo che sul popolo fanno i propri interessi, agendo secondo la logica del mero profitto, elevato al suo livello esponenziale. Intendiamoci: in parte è sempre stato così, d’altronde sarebbe irrealistico pensare che chi è partecipe della gestione del potere non faccia anche il suo interesse, ma oggi l’identità di popolo si è frammentata e nessuno si riconosce nella propria comunità. Siamo stati abituati a negare la nostra natura di animali sociali e a pensare esclusivamente come individui che devono fare il proprio interesse, prevalendo sugli altri e facendo tramontare ogni forma di solidarietà interna. Ad esempio, come sottolinea spesso Massimo Fini, nel medioevo Europeo la cavalleria (l’élite dell’epoca) aveva certo dei privilegi rispetto alla massa contadina, ma si faceva carico anche di obblighi fondamentali, quale l’occuparsi della difesa e di combattere in guerra per la comunità. Gli eserciti erano di dimensioni molto ridotte e la maggior parte della popolazione rimaneva infatti dedita al suo lavoro nei campi, normalmente esentata dai combattimenti, delegati piuttosto a nobili e mercenari.

Daniele Frisio

(fonte iltalebano.com)