epa04996450 Employees work at the Electoral Centre during the Argentinian presidential election day in Buenos Aires, Argentina, 25 October 2015. Argentina's presidential poll was headed for a run-off vote as early counts Sunday showed the ruling party unexpectedly neck-and-neck with the opposition in the first round. With 90 per cent of votes counted, ruling-party candidate Daniel Scioli, governor of the powerful Buenos Aires province, was on 36.2 percent. Mayor of Buenos Aires city Mauricio Macri, of the opposition coalition Cambiemos, was unexpectedly strong on 34.9 percent, while Sergio Massa, a former government chief of staff under Fernandez de Kirchner, got 21.2 percent.  EPA/SILVINA FRYDLEWSKY

Elezioni argentine: al ballottaggio.

Per la prima volta nella loro storia gli Argentini ricorreranno al ballottaggio – che si svolgerà tra un mese – per la scelta del loro presidente. Questa domenica Daniel Scioli, il candidato ufficiale del kirchnerismo (e nelle simpatie del pontefice), è arrivato in testa col 37% dei voti, seguito a ruota da Mauricio Macri, candidato oppositore, già “intendente” della città di Buenos Aires, staccato di soli due punti e mezzo, contro ogni previsione che fissava in sette/otto punti la differenza fra i due.

Dietro di loro, il candidato del “peronismo disidente“, Sergio Massa, col 21% dei suffragi.

Il peronismo ha dunque raccolto, considerati anche il punto e mezzo di Rodriguez Saa, altro candidato presidenziale, quasi il sessanta per cento dei consensi.

Ma questa mera somma matematico-ideologica non aiuta a cogliere il senso e la portata del voto di ieri. A partire dalle elezioni della provincia di Buenos Aires (la più popolosa, sedici milioni di persone) di cui Scioli era governatore uscente, e che da domani sarà amministrata dal candidato di Macri (la cui coalizione si chiama “Cambiemos“), che ha sconfitto a sorpresa  il candidato kirchnerista. E in molte altre province e città il kirchnerismo è uscito sonoramente bocciato.

L’ipotesi di riproporre il “modelo” che ha caratterizzato gli ultimi 12 anni della vita argentina (fatto di assistenzialismo, protezionismo e dirigismo) e che Scioli incarnava, è stato dunque respinto, pur in un Paese a maggioranza peronista. Respinto da chi e perché? Sarebbe facile e comodo indicare Macri come il candidato filo-americano (è certamente il più gradito dalle parti di Washington) o quello preferito dalla influente e potente comunità ebraica (tutti i candidati, se è per questo, si sono mostrati, et pour cause, a fianco o a braccetto di

esponenti del governo d’Israele o della comunità), ma questo non spiega il crollo verticale della fiducia al kirchnerismo, già manifestatosi pesantemente negli ultimi anni.

L’inflazione galoppante, provocata da un ricorso ininterrotto all’emissione monetaria per coprire i sussidi elargiti a pioggia e da una spesa pubblica abnorme (si è calcolato che circa il cinquanta per cento degli Argentini in età da lavoro dipenda da salari o aiuti pubblici), l’aumento del gettito impositivo, la perdita di competitività nel mercato dell’allevamento bovino – un tempo fiore all’occhiello della sua economia – la disoccupazione e l’insicurezza (l’Argentina è divenuta uno snodo cruciale di smistamento in Europa della cocaina  proveniente da Bolivia e Colombia), la corruzione della classe politica – famiglia e staff presidenziale in primis – uniti alla modesta levatura di Daniel Scioli spiegano ben più di ogni altra cosa la sostanziale sconfitta del kirchnerismo, che ben difficilmente riuscirà a recuperare i voti di Massa sfruttando, come ha sempre fatto, il pathos e le parole d’ordine del peronismo militante

La – a questo punto probabile – vittoria di Macri (più per odio al kirchnerismo che per meriti suoi) dovrà però fare i conti col Parlamento, rinnovato solo per la metà, e con una sua componente peronista-kirchnerista ancora molto forte.

In ogni caso il segnale è chiaro: l’Argentina cambierà indirizzo economico, come la classe media – che non essendo sussidiata sta uscendo impoverita dalla attuale recessione – sta invocando da tempo; il punto è però anche un altro: muterà anche atteggiamento nella politica internazionale, dopo l’avvicinamento della Kirchner alla Russia di Putin e dodici anni di politica peronista centrata, più a parole che con fatti concreti in verità, sulla difesa della sovranità?

Al di là d’una auspicabile normalizzazione delle relazioni di Buenos Aires colle nazioni del blocco occidentale (spesso guastate, oltre che da ragioni concrete – prima fra tutte la questione Malvinas – dalle bizze e dalla scarsa capacità diplomatica dell’ ex “Presidenta“) si assisterà ad un cambio di direzione nella politica internazionale? Questo è il dubbio che l’avvento di Macri solleva. E, data l’importanza geostrategica che il territorio argentino riveste, non è questione da poco.