In ricordo del “Leone” Remo Casagrande

In ricordo del “Leone” Remo Casagrande

Il 19 ottobre 2015 si è spento Remo Casagrande, una delle figure di spicco della destra radicale milanese e assiduo lettore della nostra rivista. In suo ricordo, Ordine Futuro pubblica volentieri quanto scritto da Forza Nuova Milano, la formazione nella quale ha militato nell’ultimo decennio della sua generosa e coraggiosa esistenza.

Remo era granito. Granito tagliato grezzo, dalla vita.

Vita che ha modellato da quel granito la figura esemplare di un combattente.

Di Remo abbiamo imparato ad amare tanto la sua solidità, quanto le sue asperità.

Remo rideva con fragore, si arrabbiava con forza e passione, lottava con furore e senza risparmio. Era vita pulsante, prorompente, un fuoco che sembrava non doversi estinguere mai. Forza pura, a volte brutale, ma mai dimentica di quel senso di giustizia ed onestà che un figlio del popolo come lui non aveva imparato in nessuna scuola, ma che la strada gli aveva ben spiegato.

In Lotta, sempre. Così ogni giorno, così ogni momento della sua vita.

La Lotta per Remo erano la strada, il popolo, le periferie della sua città.

Dalla reggenza negli anni ’70 della sezione storica del Movimento Sociale Italiano di Quarto Oggiaro a Milano, fino alle ultime battaglie contro racket e degrado nelle case popolari.

Parlare con Remo era immergersi nel buon senso operoso e determinato della nostra gente.

Dopo riunioni verbose e pindariche, scambiare due parole con lui era come tornare con i piedi in terra, ritrovare l’obiettivo vero: la lotta, nei quartieri, nelle strade, nelle piazze.

Non è vero che davanti alla morte si è tutti uguali.

Remo lo ha dimostrato, affrontandola a testa alta, a schiena dritta, con coraggio e serenità.

Sapeva d’aver riempito la sua vita di senso e significato.

Sapeva che il suo ricordo non si sarebbe spento dopo una scialba omelia. I frutti di una vita di milizia e fedeltà all’idea che incarnava fin da giovane, sono sbocciati proprio in queste sue ultime settimane, ed erano evidenti nella lunga ed ininterrotta processione di camerati di tutte le età e di tutte le provenienze, in fila e ad organizzarsi tra loro per poter avere il privilegio di salutarlo ancora un’ultima volta.

Anche in quest’ultimo capitolo della sua vita ha saputo esserci d’esempio!

Forza Nuova ha avuto l’onore d’ essere scelta da Remo come sua ultima casa politica.

Scelta maturata un decennio fa e tenuta alta e ferma fino alla fine.

A noi forzanovisti milanesi non rimane che rinnovare ogni giorno nella lotta, il tuo ricordo, Remo, intensificando la determinazione nelle battaglie che ci hai onorato di combattere al nostro fianco.

Remo è morto con il conforto dei sacramenti, da buon cattolico.

Che la terra ti sia lieve Remo. Ora riposa in pace.

FN Milano

Quella che segue è un’intervista concessa da Remo Casagrande il 9 ottobre del 2007, pubblicata nella tesi di laurea del Dott. Marco Privitera

D. Che cosa comportava essere responsabile di sezione del Msi nel quartiere di Quarto Oggiaro durante gli Anni di piombo?

R. Innanzitutto molti rischi, ma anche molta diffidenza in quanto si riteneva che un partito come il MSI non potesse avere spazio in un quartiere popolare: cosa che ritengo ingiustificata in quanto anche noi eravamo figli di operai e, pur in un ambito definito dalla sinistra di sottoproletariato, eravamo gente che operava in maniera onesta e semplice. Sicuramente persone con ideali e valori differenti rispetto alla sinistra, ma ciò non implicava il fatto che fossimo contro il mondo operaio, anzi.
D. Si trattava del quartiere più “rosso” di Milano.

R. Certamente. Ma il problema era di diversa natura: si trattava di un quartiere molto popoloso ma, al tempo stesso, assai trascurato dalla classe dirigente. Questo, naturalmente, molte volte causava delle proteste popolari, contro un sistema che, a mio parere, non era adeguato a quelle che erano le esigenze del quartiere. Un malcontento spesso oggetto di strumentalizzazioni da parte della sinistra, la quale godeva di potenti mezzi di propaganda e comunicazione che finivano per condizionare l’opinione pubblica in chiave antifascista.
D. Nonostante ciò, grazie alla vostra presenza, il MSI sarebbe riuscito, dopo alcuni anni, a sfiorare il 10% delle preferenze.

R. Non solo, ma fu la stessa stampa a meravigliarsi del fenomeno di Quarto Oggiaro, un quartiere popolare con una forte presenza della destra. Questo fatto, ovviamente, dava molto fastidio e contribuì ad accentuare una forte contrapposizione da parte della sinistra nei nostri confronti. Tra l’altro, in quegli anni il sindaco di Milano era Aniasi, un socialista ferocemente antifascista, per giunta friulano come me, il che di sicuro non mi faceva piacere… Dobbiamo anche considerare che, mentre la politica, negli anni Sessanta, non era un argomento di prim’ordine, dalla contestazioni in poi assunse dei toni molto pesanti, facendo di noi l’obiettivo da colpire, anche se, ovviamente, non potevamo essere noi i responsabili della situazione di degrado sociale ed economico che attraversava l’Italia. Fu il regime ad architettare il tutto: una volta svaniti i benefici del boom economico, per sviare l’attenzione dell’opinione pubblica rispetto alle difficoltà incontrate, riprese il discorso dell’antifascismo; in realtà si trattava di problemi contingenti al momento, ad un loro fallimento politico che cercavano di nascondere sotto il manto del “male fascista”, anche se i problemi, come detto, erano di tutt’altra natura.
D. Spulciando tra le riviste dell’epoca, il tuo nome appare spesso nelle cronache dei giornali oltre che nei volantini comunisti, i quali ti indicano come uno loro dei principali obiettivi da colpire. E’ emblematica, a tal proposito, una tua intervista concessa a Leo Siegel apparsa sul “Candido” nel 1972, dove vengono elencate le tue avventure e disavventure politiche. Tornando con la mente nel passato, vi sono diversi episodi che ti vedono coinvolto sui quali sarebbe ora di far luce. Ad esempio, gli scontri seguiti al comizio di Almirante in piazza Duomo a Milano il 24 maggio 1970: “Il Secolo” e compagnia attribuiscono ad una carica della polizia contro i cittadini che defluivano dal corteo l’origine di tutto. Cosa accadde quel giorno?

R. Accadde che un gruppo di comunisti provocatori si infiltrò tra i manifestanti, originando una zuffa colossale. Intervenne la polizia, che iniziò a colpire anche gente che non c’entrava nulla, come donne e bambini. A quel punto la nostra reazione si fece ancora più violenta, tanto che la polizia fu costretta ad indietreggiare rifugiandosi nei pressi di Via Larga. Qualcuno riuscì ad identificarmi, tanto che mi arrestarono mentre tornavo tranquillamente a casa, portandomi a San Vittore. Dopo cinque mesi di carcere ingiustificato, una volta uscito scoprii di aver perso il mio posto di lavoro alla Siemens.
D. In tale intervista viene fatto riferimento anche ad una aggressione che subisti mentre cenavi in una pizzeria, il 13 marzo 1971.

R. Eravamo seduti al tavolo in una decina di persone, tra le quali la mia fidanzata. A un certo punto, un gruppo di comunisti, che aveva precedentemente riconosciuto me ed altri componenti della sezione, armati di cric sfondò la vetrina del locale. Noi ci difendemmo prontamente, rovesciando tavoli e lanciando tutto ciò che avevamo a portata di mano. Il locale venne completamente distrutto ed io rimasi ferito alla testa. La rissa proseguì anche in un cinema vicino, dove alcuni di loro, spaventati dalla nostra reazione, si erano rifugiati: tra le urla degli spettatori impauriti, all’interno della sala il caos fu totale.

Io rimasi al ristorante, dove intanto arrivò la polizia, la quale non trovò niente di meglio da fare che arrestare me ed altri camerati rimasti sul posto: da aggrediti fummo trasformati in partecipanti alla rissa, nonostante le testimonianze a nostro favore dei gestori e dei presenti. Uscii da San Vittore soltanto dopo una settimana.
D. Anche il “Rapporto sulla violenza fascista in Lombardia”, curato dalla Commissione d’inchiesta nominata dalla Giunta regionale, cita il tuo nome in merito alla “celebre” presunta aggressione al circolo Perini di Quarto Oggiaro, avvenuta il 6 giugno 1971, in seguito alla quale il sostituto procuratore Sinagra avrebbe emesso un mandato di cattura per la ricostituzione del partito fascista.

R. In effetti venne organizzato quella sera un dibattito aperto al pubblico, avente come tema l’antifascismo. Io ritenevo assurdo un simile argomento in quanto, a fronte dei gravi problemi che attanagliavano il quartiere, la sinistra si ostinava a propagandare un presunto pericolo fascista che non aveva motivo di esistere. Così, intervenuto assieme ad altri camerati, presi la parola ricevendo applausi da parte di una quota del pubblico. Non feci nemmeno in tempo a finire il mio intervento, che diversi comunisti cercarono di zittirmi, strappandomi con la forza il microfono. A quel punto la rissa assunse proporzioni gigantesche: vennero rovesciati gli scaffali della biblioteca, volarono sedie, botte da orbi. Nella confusione fu anche esploso, ignoro da parte di chi, un colpo di pistola che ferì un magistrato “democratico” presente in sala. Tentarono di sequestrarci chiudendoci all’interno della sala ma, nel frattempo, dall’esterno arrivarono in nostro soccorso altri militanti della sezione: negli scontri vennero rovesciate auto, alcune persino date alle fiamme. Arrivò la polizia ed i compagni fecero subito il mio nome per cercare di togliermi dalla circolazione: finii in isolamento per tre mesi. In quel periodo mi sembrava di impazzire: avevo solo un quarto d’ora d’aria al giorno (dalle 7 alle 7,15 del mattino), e stavo all’interno di una cella buia nella quale sentivo i rumori provenienti dall’esterno, senza poter vedere cosa succedeva al di fuori. Tutto ciò mentre nel frattempo la sinistra faceva pressioni per tenermi dentro. Ricordo che in quell’occasione il partito inviò come difensore l’avvocato Benito Bollati, mentre purtroppo in altre occasioni non ci fu un adeguato supporto dai vertici, tanto che una volta fui in pratica costretto a difendermi da solo, ricevendo, all’uscita dall’aula, persino i complimenti da parte dell’avvocato difensore dei “rossi”.

D. Sempre la stessa fonte, riporta un articolo de “Il Giorno” intitolato “Casagrande padre e figlio ancora scatenati”, narrante una vicenda nella quale avresti tentato di investire con l’auto un gruppo di compagni.

R. Tutte balle. Mio padre non è mai stato coinvolto in simili occasioni. E’ stato membro della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale durante il fascismo ma, in seguito, non ha più partecipato attivamente alla vita politica. Peccato aver saputo dell’esistenza di questo articolo solo ora, altrimenti avrei potuto querelarli.
D. Proprio la tua auto fu spesso presa di mira nel quartiere…

R. Mi fecero saltare due volte la macchina. In un’altra occasione, un gruppo di compagni staccatisi da un corteo puntò verso la mia abitazione, salì le scale del condominio, sfondò la porta di casa devastandomela completamente. Per fortuna, i miei genitori in quel momento non erano all’interno. La denuncia non portò mai, in questa come in altre occasioni, all’identificazione dei responsabili.
D. Come quella volta in cui fosti aggredito all’ingresso del Consiglio di Zona…

R. Quella fu un’aggressione premeditata. Una vera e propria imboscata. Trovatomi sull’uscio del Consiglio di Zona, in veste di rappresentante del MSI, fui avvicinato da alcuni individui che mi chiesero se fossi io Casagrande. Alla mia risposta affermativa, si scagliarono contro di me una decina di comunisti i quali si erano messi d’accordo per darmi una lezione. In seguito a quell’aggressione, rimasi in coma per alcuni giorni. Sono convinto che a salvarmi la vita sia stato il fatto di essere riuscito, nonostante i colpi ricevuti, a rimanere in piedi.

D. Fu quindi dovuta alle continue aggressioni la tua decisione di trasferirti in Inghilterra?

R. Non solo. A parte il fatto che la mia militanza politica mi era già costata la perdita di due posti di lavoro, con i sindacalisti che facevano pressioni affinché un fascista come me fosse escluso dal diritto di poter lavorare, ma fui anche avvisato dall’ufficio politico di essere tra gli obiettivi delle Brigate Rosse. Andai in Inghilterra tentando di rifarmi una vita.
D. Dal tuo ritorno in Italia nel 1985 ad oggi, come giudichi l’evoluzione del quadro politico nazionale nel mondo della destra?

R. Una volta rientrato non ho più ripreso a fare politica a tempo pieno. Mi sono riavvicinato al Movimento Sociale Italiano ma, con la svolta di Fiuggi del 1995 e la nascita di Alleanza Nazionale, ho capito che i miei valori non avevano più nulla a che vedere con quel partito. Da alcuni anni, grazie a Forza Nuova, ho ripreso a dedicarmi con maggiore vigore ed intensità alla politica, alla quale dedico, nella mia attuale veste di pensionato, tutto il tempo libero che desidero.