Weber e la demonia del capitalismo

Weber e la demonia del capitalismo

“L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” di Max Weber – padre della moderna sociologia come studio delle relazioni tra fenomeni complessi quali possono essere religione ed economia – costituisce un’analisi imprescindibile attorno un tema fondamentale, quale è quello del capitalismo come fenomeno non solo di organizzazione dei fattori economici ma anche, e principalmente, quale espressione di un certo ethos, cui una welthanschaunug tradizionale come specificatamente cattolica non può che essere radicalmente antitetica.

In primo luogo l’analisi weberiana del problema risulta ben più acuta di altre di maggior seguito, come per esempio l’impostazione marxista dello studio del capitalismo, con la conseguente descrizione materialistica e la miope riduzione a “sovrastrutture” dei sistemi economici di qualunque dato religioso, ideale, etico, artistico etc.

Weber, diversamente da Marx, osserva più attentamente come il capitalismo non sia solo causa di determinati fenomeni (come per Marx è la cultura borghese con tutto quello che per un marxista questo possa significare) ma anche un effetto di qualcosa d’altro, qualcosa di non materiale o comunque di non economico, portando a sostegno della tesi convincenti esempi storici come quello chiarissimo sorgente dal contrasto per il quale l’individuato spirito capitalistico sia potuto sbocciare nei territori miseri e poverissimi di intensità di capitale quali la frontiera del New England del XVII secolo mentre non sia mai sorto in una realtà come quella della Firenze rinascimentale, traboccante di ricchezze e di attività finanziarie e commerciali.

Questo altro generatore del capitalismo – sebbene Weber riconosca onestamente che l’origine di un fenomeno complesso come appunto quello capitalista, non possa essere strettamente univoca – viene determinato come l’apporto dato dall’etica scaturita dalla riforma protestante, in particolare quella di derivazione calvinista e puritana.

Ora per comprendere il concetto di “spirito del capitalismo”, Weber usa le parole del massone Franklin (il quale, sebbene non fosse affiliato ad una specifica confessione religiosa, rappresenta bene la mentalità puritana in cui fu educato; mentalità alla quale deismo e massoneria restano in ogni caso correlati) con le quali viene lodato quello spirito per il cui l’uomo viene descritto frugale, parsimonioso, puntuale, onesto, coscienzioso, laborioso, sospinto al guadagno.

Ora in tutte queste caratteristiche – di per sé buone ed auspicabili – risulta comparire una chiave di volta per le quali tutte sono ammesse, ovvero il ribaltamento del rapporto naturale tra uomo e lavoro. Viene cioè rotta la concezione per la quale non è l’uomo per il lavoro ma il lavoro per l’uomo.

Viene quindi esaltata la ricerca del guadagno fine a se stesso, a cui tutto deve concorrere; viene esaltata la crematistica, ossia l’arte di produrre ricchezza come fine ultimo dell’uomo.  Insomma un orizzonte nel quale le ricchezze prodotte non vengono consumate ma reinvestite, in un ciclo infinito, al solo scopo di ottenere nuove ricchezze e continuare senza posa nel processo.

Tutte le virtù morali che possono caratterizzare un uomo nell’esercizio del suo mestiere (come, per esempio, la laboriosità, la parsimonia, l’onestà), vengono quindi lodate solo perché più funzionali all’attività di accumulazione di ricchezza; perché un lavoratore sobrio e frugale, dunque ritenuto affidabile, attirerà più facilmente una quantità maggiore di credito.

Ecco, dunque, manifestarsi un’etica utilitaristica e legalistica. Weber stesso parlerà di “fariseismo”, come il legalismo borghese che sembra ricordare quello del giudaismo attaccato da Gesù (è interessante notare la somiglianza tra mondo protestante e giudaico, cosa che si evince dalla lettura veterotestamentaria parificata con quella neotestamentaria con la conseguente mancata abrogazione del concetto di legge come precettistica formale, ossia esteriore). Un’etica  dove anche le categorie morali sono piegate al fine dell’utile aziendale, cosicché  l’onestà è difesa da Franklin in quanto aiuta gli affari – attira il credito, crea un clima generalmente favorevole all’instaurarsi di rapporti fiduciari necessari al commercio – e non perché conforme ad una superiore norma morale di giustizia.

Tutto ciò in una società tradizionale, ossia ancorata alla Verità oggettiva ed alla morale che discende, sarebbe stato semplicemente impensabile; tale esaltazione della brama di denaro sarebbe stata definita come viziosa ed innaturale, “turpitudo”. Anche da autori indulgenti del tardo medioevo (come Antonio da Firenze con la sua accettazione del tipo di sviluppo avuto dall’attività economica), il possesso materiale sarebbe stato definito come un ”pudendum”, un fatto morale in sé neutro ma da trattarsi con pudicizia.

Invece Weber descrive l’insorgenza di un’ etica che presuppone come dovere stringente e specifico l’adoperarsi per l’accumulazione, fatto strettamente legato all’opera della cosiddetta Riforma protestante. Nel passato i fenomeni di cupidigia – si fa l’esempio del noto banchiere del periodo rinascimentale, Fugger – erano considerati “fatti privati”. Per intenderci, il Fugger non era interessato ad elevare il proprio tipo di ricerca di denaro a norma universale.

Senza perderci in un’analisi puntigliosa di ogni ramo e derivazione del protestantesimo, possiamo accontentarci di fissarne solo i punti basilari.

A tale proposito risulta indispensabile considerare, innanzitutto, la cesura che il protestantesimo, specialmente quello calvinista, ha operato tra la realtà trascendente e quella immanente, tra ultramondano e intramondano.

Il calvinismo, infatti, ha negato il senso della Chiesa come mediatrice dei mezzi soprannaturali di salvezza dataci da N.S. Gesù Cristo, riducendola a comunità di fedeli, persone che partecipano della stessa fede e che per questo si riuniscono in assemblea senza, però, ricevere dalla Chiesa stessa nulla di particolare (come i sacramenti che veicolano la grazia santificante). Una riduzione al piano meramente umano, orizzontale, che nega di fatto all’uomo la corretta relazione col divino, la dimensione verticale del trascendente.

Secondo la dottrina calvinista della predestinazione – che appunto rende aliena la sfera della trascendenza a quella dell’immanenza, poiché quanto accaduto nella seconda non influenza mai la prima e quanto avviene nella prima, l’imperscrutabile giudizio di Dio per il quale dall’eternità alcuni sono destinati alla dannazione e altri, pur senza alcun merito, alla dannazione – nessuna opera umana può rendere certi del favore divino se non appunto la fede stessa. L’unico segno, quindi, della propria santità non sarà la carità (l’amore di Dio sopra ogni cosa e l’amore del prossimo come se stessi) ma la convinzione, interna, individuale, irrazionale, psicologica di essere santi, di essere eletti.

D’altronde questa concezione, fin dai primi tempi del calvinismo lasciava disarmati i suoi fedeli sul problema di chi effettivamente fosse eletto dalla grazia divina.

In altre parole, esisteva il problema di sapere se veramente l’elezione potesse essere senza segno, la vita delle opere era sì sempre inutile per la salvezza, ma un mondo che aveva perso la trascendenza, riducendo a considerare ogni comparsa del sacro in esso come superstizione, poteva credere che l’esistenza mondana degli eletti potesse essere comparabile a quella dei non eletti ?Possibile insomma che la grazia non lasciasse frutti visibili e indicativi del suo favore?

In sostanza, il protestantesimo puritano si fonda sui seguenti punti: la predestinazione; la scomparsa dell’autorità suprema religiosa e della sacralità; la salvezza per sola fede individuale e psicologica; la corruzione totale del mondo, della natura dell’uomo e così di ogni sua capacità di rapportarsi col creato; l’ansia per la ricerca di una controprova intramondana dei segni della propria salvezza , essendo quelli ultramondani inconoscibili e le pratiche tese a mettere in contatto le due dimensioni derubricate a superstizione.

Da ciò prende origine l’argomentazione di Baxter, predicatore di perno del puritanesimo inglese, a favore dello svolgimento dell’attività professionale in senso per lo meno di preambolo rispetto a quello inteso da Franklin.

Baxter1, infatti, in primo luogo si scaglia con violenza contro ogni possesso di beni materiali – con molta più severità di ogni predicatore medioevale (ovviamente nell’ottica della totale corruzione del mondo seguita al peccato originale, concezione tipica del protestantesimo) – poi identificando come provvidenziale l’ordine esistente così come il posto tipico assunto da ogni fedele nel mondo, e aggiungendo che quale segno della sua predestinazione debba agire in lui la grazia di cui dovrà saperne individuare i segni, conclude con l’esortazione a calare nel proprio animo il più rigoroso ascetismo che sarà appunto il segno (non la causa) della salvezza.

Così Il puritanesimo anglosassone invita quindi a lavorare, a produrre, a guadagnare ma a non godere o consumare il frutto del proprio lavoro – poiché impuro – perché questo lo fanno gli uomini viziosi, rientra quindi nell’ordine provvidenziale che si acquisiscano sempre più beni, non per opere di carità che sono inutili, non per un godimento personale, che sarebbe indegno, ma par maggior gloria di Dio e l’autoassoggettamento ad un destino di rinunce (perciò ascetico e santo ) e tendente a constatare il favore della propria elezione.

In questi caratteri sono così delineati alcuni aspetti fondamentali del capitalismo come appunto la tendenza all’accumulazione, fenomeno per altro descritto come fondamentale da economisti classici – come Smith, Ricardo, Marx – per lo sviluppo del sistema capitalistico, come la costituzione del profitto, dell’aumento continuo della produzione ed il disinteresse nei confronti del discorso caritatevole o solidaristico, che si traduce in economia classica nella convinzione che il sistema per svilupparsi debba garantire i salari più bassi possibili, o che non si debbano distogliere risorse dalla produzione per lenire le condizioni dei ceti improduttivi ridotti all’accattonaggio. Cosa che, storicamente, in Inghilterra provocò la distruzione del sistema di solidarismo sociale ereditato dalla vecchia società feudale, con l’abbandono nella miseria di vaste fasce della popolazione – ridotte alla semischiavitù delle workhouses di cui Dickens ci ha lasciato tanto vivido ricordo – creando inoltre le condizioni per cui tra i ceti popolari si potessero udire come favorevoli gli echi della sovversione socialista.

Il tutto in linea con la visione protestante secondo la quale le opere di carità sarebbero inutili al fine di guadagnare il favore divino, e la miseria, invece, sarebbe il giusto corrispettivo della mancata elezione dell’anima del povero e giusta ricompensa per l’impurità della sua condotta. Una concezione diametralmente opposta a quella tomistica e cattolica, tipica della mentalità cristiana medioevale, per cui il lavoro e la condizione sociale nel mondo come sua derivazione, non sono necessariamente espressioni di un giudizio divino diretto (in qualche modo di favore o di sfavore, di premio o di castigo), quanto, invece, un fatto contingente determinato da cause intermedie, naturali, accidentali, contingenti e, in quanto tali, non portatrici di assolutezza etica come quella presupposta dal puritanesimo.

Quanto sin qui descritto a proposito delle radici del Capitalismo, si delinea come intrinsecamente perverso: la riduzione dell’uomo a strumento del lavoro (ribaltamento del corretto rapporto che vede, invece, il lavoro come strumento dell’uomo); la negazione del valore delle opere, della carità e di ogni vincolo umano che non sia fondato sul mero interesse egoistico individuale; la costituzione di un opprimente moralismo borghese di tipo legalistico-farisaico, ossia falso ed ipocrita. Un elenco di mali che, se posti a fondamento di un qualsiasi sistema, non possono che produrre effetti nocivi alla vita degli uomini.

Senza avere l’arroganza di presentare qui una facile ricetta,  volta a risolvere gli enormi problemi connessi alla presenza del sistema capitalista, ci limitiamo a sperare e a prefigurare che la fine di questo ingiusto sistema possa avvenire quanto prima, consci eppure di non potere prefigurare un crollo del sistema per mere ragioni materiali o difetti interni ( come potrebbe dar adito a pensare anche una grave crisi come quella odierna), ci ricondurremmo altrimenti ad una logica simili a quella di Marx già detto miope.

Diversamente va ristabilito il primato della Politica come incarnazione nella Storia dell’Etica, capace quindi di raccogliere in sé qualunque fenomeno umano, compreso certamente il fatto economico, per saperlo indirizzare correttamente verso il fine trascendente che più gli spetti.  I modelli di riferimento per costruire un retto sistema di organizzazione della vita del consorzio umano associato, non mancano di certo. Il magistero tomistico, la dottrina sociale della Chiesa, le esperienze delle società pre-capitalistiche e quelle, storicamente più recenti, di intere nazioni capaci di dar vita a sistemi organicistici diametralmente opposti tanto all’errore capitalista quanto a quello comunista, non sono utopie da contrapporre ad una triste realtà, bensì elementi concreti e certi – in quanto fondati sulla Verità oggettiva, ricusata dal soggettivismo sovversivo – su cui fondare la ricostruzione della nostra Patria.

 

1 – Richard Baxter(1615-1691), noto predicatore puritano, sostenitore delle forze parlamentariste nel corso della guerra civile inglese