CATONE IL CENSORE: esempio di Virtù Romana

CATONE IL CENSORE: esempio di Virtù Romana

“Io preferisco gareggiare in Virtù con i più virtuosi piuttosto che con i ricchi in ricchezza o con gli avidi in avidità”.

 

Spesso, presi dalle persuasioni più o meno futili dei nostri tempi, ci si dimentica, anche per chi fa parte del nostro ambiente, dell’immensa virtù di quegli illustri uomini della nostra stirpe che, secoli fa, abitarono il suolo italico. Qualora uno si chiedesse se questa dimenticanza risulti essere un danno bisognerebbe rispondere prontamente di “sì”. Sì perché i motivi della decadenza e dello smarrimento della civiltà ultima impongo all’uomo contemporaneo un denudarsi della propria identità. Allora, questi uomini esemplari, i quali ebbero limpidi nel proprio spirito valori e etiche fedelmente esprimenti un’epoca fondata sull’eroismo e la luminosità olimpica, oggi possono giungere a noi come una sorta di mito, un sublime stile a cui ispirarsi per poi orientare sia i movimenti del proprio animo, sia l’azione volta ad attuare cambiamenti esteriori.  

 

Ora, tra i grandi uomini della stirpe romana che possiedono l’assoluto diritto di essere elevati ad emblema e pura espressione della civiltà e della virtù, vi è sicuramente Marco Porcio Catone detto il Censore. Un uomo integralmente e gravosamente romano. Elogiato da grandi letterati e filosofi come Cicerone, che lo definì “l’ultimo vero romano”, o Plinio il vecchio il quale di lui disse che “non fu secondo a nessuno”, ma anche i successivi autori cristiani come sant’Ambrogio e sant’Agostino, che pure non risparmiarono critiche al mondo pagano, elogiarono la sua dirittura morale e la sua perfetta coerenza. Ai nostri giorni di Catone rimane ancora lo spettro del “censore”[1*], di colui che battagliò strenuamente, come si vedrà più avanti, affinché il suo popolo non perdesse la sua identità contro i costumi degenerati ed effeminati che in quell’epoca sembrarono poter corrompere il puro spirito e la moralità dei figli di Roma.  

 

È bene evidenziare che è proprio per questo ultimo punto che Catone deve essere preso da esempio da chi voglia “censurare” la decadenza e l’assenza di valori veri, propria del nostro tempo. Per l’appunto si dovrebbe ritenere la vita di Catone come fonte di importanti spunti, i quali non devono fermarsi al mero interesse retrospettivo; piuttosto lo studio della vita di questo grande Romano, dovrebbe dimostrarsi utile a coloro che intendessero trovare un saldo punto di riferimento, per l’analisi ed il giudizio dei numerosi aspetti della decadenza che caratterizza la modernità.

 

LA VITA IN BREVE

Marco Porcio Catone nacque da una famiglia plebea a Tuscolo, un piccolo villaggio vicino Roma, nel 234 a. C. Il giovane Catone venne forgiato dal duro, umile e tenace lavoro dei campi, situazione che gli conferirà l’amore per la propria terra, il valore della semplicità, della parsimonia e pure l’ostinazione tipica del contadino. Passò la sua giovinezza nella solitudine agreste dato che la sua casa fu situata in un luogo abbastanza desolato. Tuttavia non mancò di distrarsi con le letture sulle grandi imprese degli eroi romani come Quinzio Cincinnato, Furio Camillo, Curio Dentato e Fabio Massimo, dimostrando così di non essere un semplice uomo rude, anzi egli sentì di possedere un’affinità interiore con i nobili valori della romanità. Non tardarono le prime esperienze militari durante la seconda guerra punica, che ebbero il pregio sia di toglierlo dal suo isolamento nei campi, sia di forgiarsi – ulteriormente – nei rischi del combattimento (dove dimostrò coraggio e capacità di comando). Così, nel periodo della sua giovinezza, si identificò con il modello dell’uomo romano nella sua forma più pura, ovvero con il contadino forgiato dal sudore del duro lavoro nei campi e con il guerriero guidato dai valori eroico-aristocratici.

Marco Porcio Catone non mancò di farsi notare dal patrizio Valerio Flacco, il quale diede a quel giovane contadino la spinta necessaria per incunearsi nella vita politica di Roma. Catone iniziò il suo cursus honorum nel 204 a. C, come questore in Sicilia, nel 199 a.C, venne, invece, eletto edile e successivamente pretore in Sardegna, fino a che, nel 196 a.C., a 38 anni, non venne eletto alla massima carica di console. In questa carriera folgorante, Catone non mancò di ingraziarsi l’appoggio delle classi aristocratiche conservatrici romane, dato che in quegli anni di attività politica si espresse severamente a favore della vita austera e modesta e alla difesa del mos maiorum, dunque contro gli arricchimenti, la lussuria e i dispotismi. Sua è la citazione “I ladri di beni privati passano la vita in carcere e in catene, quelli di beni pubblici nelle ricchezze e negli onori”, che dimostra quanto si accanì contro le ingiustizie e la corruzione della politica romana.

Combatté ancora durante la seconda guerra punica, in Spagna ed in Grecia, distinguendosi per abilità, virtù e doti organizzative e di comando. Nel 193 a. C. sposò Licinia Terzia, un’aristocratica con la quale diede vita alla sua virtuosa famiglia.

Catone fu anche un ottimo avvocato, uno scrittore originale ed uno stimatissimo oratore.

Nel 184 a. C. si svolsero le elezioni per il rinnovo dei censori, e in quell’anno, dopo una dura battaglia elettorale, Catone venne nominato censore, coronando così il suo cursus honorum. Egli onorò la sua nuova carica con zelo, autorità, intransigenza e dirittura morale, scagliandosi contro la decadenza dilagante, tanto da passare alla storia con il soprannome di “Censore”, “il Censore” per antonomasia.

 

CATONE COME PATRES

Procedendo ad analizzare gli aspetti particolari della vita e della visione di Marco Porcio Catone, è possibile notare come egli – agricoltore, uomo politico e militare – si vantò di essere soprattutto padre. Catone considerò la familia quale cellula base della comunità romana, e non tardò quindi a sposarsi con Licinia Terzia dalla quale ebbe due figli. Il Censore trattò tutti i suoi familiari con bontà e dolcezza, considerandoli cose sacre, ma non risparmiò per questo ai suoi figli un’educazione severa, finalizzata a forgiare i futuri romani in grado di sopportare tutto pur di conseguire una vita virtuosa e devota a Roma. Perciò si impegnò ad insegnare ai figli ad andare a cavallo, a maneggiare la spada, a sopportare le intemperie, la fatica, ma anche a conoscere la legge, la storia e le gesta degli eroi romani (scrisse appositamente per loro anche un libro – tra i suoi tanti – intitolato Origines, nel quale illustrò le imprese degli avi). Non mancò neppure di dimostrare in famiglia un pudore fortissimo, e pretese il massimo rispetto sia dalla moglie che dai figli, in quanto, secondo la Tradizione, nelle famiglie romane a detenere una superiore dignitas fu sempre il padre.

 

VISIONE CATONIANA DELL’ECONOMIA E DEL LAVORO

“Fra i contadini si formano uomini di fortissima tempra e soldati valorosissimi; e dall’agricoltura consegue il profitto più onesto, più stabile, meno sospetto: chi è occupato in quell’attività non nutre pensieri malevoli”.

Catone, De Agricoltura

 

La parola “economia” (letteralmente dal greco “casa” e “amministrazione”) dovrebbe subito far pensare ad un’amministrazione e gestione della casa in un tocco rudimentale e semplicistico. È solo con la moderna accezione che l’economia, contemporanea figlia dell’espansione dei commerci, delle rivoluzioni industriali, delle multinazionali, fino ai capitali virtuali, è divenuta qualcosa di incomprensibile ai più per via di astratti processi e formule: un concetto talmente mutato che verrebbe da chiedersi cosa effettivamente c’entri con quel significato grossolano e primitivo che l’etimologia assolve. Per rispondere è necessario rivolgere lo sguardo alle concezioni del lavoro e dell’economia nell’antichità, si noterà che queste furono nettamente contrarie alle disposizioni oggi dominanti.

 

La romanità non era caratterizzata dall’ottica dell’investimento, del guadagno, del produrre sempre in maggiori quantità, piuttosto, fu caratteristica la frugalità, la moderazione negli acquisti, fino ad arrivare ad accenni di tirchieria. L’idea principale che si ebbe del lavoro, fu quella di concepire la propria professione non come un incatenamento o un impegno totalizzante (come, invece, spesso oggi avviene, confondendo la persona con la sua professione), il lavoro fu sentito, piuttosto, come una mera attività con il fine esclusivo del soddisfare le esigenze basilari, quindi senza smarrire la propria dimensione esistenziale rincorrendo ad un sempre maggiore guadagno o crescita: per dirla con un termine economico, senza ricercare un “surplus” nella produzione.

Il tempo che non veniva speso in cerca di arricchimenti, era utilizzato per l’otium, ovvero per esercitare le attività politiche, culturali e spirituali di edificazione della persona. Concezione pienamente vissuta dal Censore.

In particolare Catone vide il mestiere dell’agricoltore come superiore a tutti gli altri, in quanto la cura assidua dei campi, a suo giudizio, era capace di forgiare cittadini romani tenaci e prodi soldati. Egli considerò, inoltre, quella del contadino, un’attività in grado di dare sicurezza economica e una vita stabile, improntata alla sobrietà ed all’autosufficienza. Ogni guadagno derivante dall’attività agricola, doveva essere onesto e conseguito nel rispetto del mos maiorum.

Un’altra ragione per la quale Catone considerò l’agricoltura attività eccelsa, va individuata nell’importanza che, sin dai primordi, caratterizzò il rapporto tra i Romani e la terra.

Tuttavia dopo le guerre vittoriose del II secolo a. C. iniziò la diffusione inarrestabile delle attività di tipo commerciale. Ciò ebbe a Roma tutto l’aspetto di una rivoluzione dei valori, in quanto l’intensa attività commerciale comportò l’apertura verso altri mondi, lo scambio assiduo di merci e non solo (una specie di globalizzazione ante-litteram); cose che non piacquero a Catone, data la sua diffidenza nei confronti del cambiamento e dell’apertura verso l’esterno. Oltre a ciò il commercio, secondo il Censore, non era particolarmente adatto a garantire l’onesto guadagno, in quanto l’attività commerciale si basava più sulla furbizia e sull’abilità seduttiva, che sul duro e semplice lavoro tipico, invece, del contadino.

 

Le cose peggiorarono ulteriormente con la veloce diffusione dell’usura, pratica contro la quale Catone si scagliò vivacemente poiché anch’essa non genera un onesto e sofferto guadagno, anzi tutt’altro: alla domanda su cosa ne pensasse dell’usura, il Censore replicò “e tu cosa ne pensi dell’uccidere un uomo?”. In varie arringhe, Catone, si sforzò di dimostrare la dannosità dell’usura, come quando ribadì che le leggi di Roma condannavano “un ladro al pagamento del doppio e l’usuraio al pagamento del quadruplo”. Chiara fu, dunque, la sua condanna morale di quello che oggi in economia viene disinvoltamente chiamato “interesse”, ma che, invece, bisognerebbe chiamare “usura”.

 

Nonostante l’azione di Catone e dei suoi seguaci, Roma andò sempre di più arricchendosi anche e soprattutto attraverso le nuove pratiche commerciali e usuraie, che suscitarono il malcontento della popolazione più povera, favorirono la classe dei mercanti – la quale, come la storia ha spesso dimostrato, possiede una scarsa affinità con i principi ed i valori che caratterizzano una società tradizionale – e indussero l’aristocrazia a smarrirsi nei lussi e nei piaceri. Catone volle, comunque, dimostrare coerenza all’Urbe e marciò contro corrente, sforzandosi di disprezzare i guadagni facili, le vesti sgargianti, le case lussuose, i cibi raffinati e i vizi sovversivi, preferendo condurre una vita umile e austera, faticosa ma saldamente ancorata alla fedeltà nei principi morali del mos maiorum.

 

LE BATTAGLIE E I PRINCIPI CONTRO LA DECADENZA MORALE

Catone visse in un periodo molto turbolento della storia di Roma: il tempo delle guerre puniche. Sebbene in queste dure prove la grandezza interiore del popolo romano, dimostrò di raggiungere il proprio apice, di lì a poco Roma cominciò ad essere una città aperta a nuovi costumi, diametralmente opposti al suo stile di vita originario; ovvero la forza morale, base dell’ideale politico dell’Imperium – che sottomise il materialismo ed il sensualismo orientali – andò scemando lasciando spazio nell’Urbe proprio ai quei caratteri licenziosi delle popolazioni dominate.

In particolare gli influssi del decadente mondo greco – ormai lontano dall’armonia e dalla misura “apollinea”, nonché dall’austerità spartana – si rivelarono causa di vizi e di corruzione.

Catone riconobbe il pericolo derivante dall’apertura ai nuovi costumi, il grave rischio che l’identità romana potesse perdere la sua originalità e scadere, per esempio, nell’individualismo, contrario al forte senso della comunità ed alla lealtà allo Stato; temette pure l’importazione di pratiche licenziose, come l’omosessualità.

Furono, invece, favorevoli a questa visione di una Roma più aperta al mondo, Scipione l’Africano e la sua ricca e potente famiglia: la visione degli Scipioni fu rivolta all’espansione della pratica del commercio, fino a quel momento ritenuta dai romani un’attività poco onesta ed in contrasto con l’edificante e autarchico lavoro dei campi.

Scipione volle pure una Roma meno radicata nel passato e disposta ad essere influenzata da nuove idee e dai costumi provenienti dall’Oriente. Due visioni opposte, dunque, quella del Censore e quella dell’Africano. Scontrarsi con la prestigiosa famiglia degli Scipioni [3*], costò a Catone la progressiva perdita dei privilegi. Anche il consenso popolare ne risentì, poiché le agiatezza ed il lusso, conseguenti alle grandi conquiste, cominciarono ad influenzare anche gli strati della popolazioni fino ad allora esclusi da un certo tenore di vita.

Anche l’aristocrazia, che inizialmente appoggiò il Censore, finì con l’abbandonarlo insieme alle antipatie nei confronti dell’ellenismo decadente e delle culture esotiche. C’è da osservare, inoltre, che Catone suscitò il malcontento dei patrizi, poiché si batté contro i loro privilegi, e ciò non tanto perché egli fosse per una società egualitaria, quanto, invece, perché desiderò restituire la giusta dignità al popolo contro la corruzione economica e morale che contaminò il patriziato.

Catone morì nel 149 a.C. in solitudine ed impotente difronte alla sua Roma che si stava dando ai vizi, egli, tuttavia, rimase coerente con i suoi principi sino alla morte.

 

Nonostante la dura opposizione di Catone, in quel periodo Roma si volse verso il “nuovo” – lo straniero, il progresso – in un processo che evidentemente fu quasi inarrestabile. In particolare, dopo la vittoria su Antioco III, vi fu nell’Urbe un massiccio afflusso di poeti, cuochi, intellettuali, musicisti, prostitute i quali portarono ad una diffusione di idee inedite, nuovi culti e licenze.

Invase Roma uno spirito “dionisiaco” e asiatico, caratterizzato dall’amore per il confuso, per l’informe, per la promiscuità dei sessi e delle classi sociali, per l’illimitato ed il piacere edonistico. La missione metastorica di Roma fu l’affermazione dello spirito virile e patriarcale che ne informava la società, tuttavia, nel periodo catoniano, si vide il popolo romano cedere a quei costumi che rappresentavano l’esatto opposto dell’austera romanità rappresentata dal Censore.

Tra le conseguenze pratiche dello spirito nuovo che si diffuse tra i romani, vi fu l’aumento dei divorzi, la pratica del celibato, il libertinaggio della gioventù, l’avidità dei guadagni, l’emancipazione femminile e la filoxenia (simpatia per gli stranieri), la quale portò ad una primordiale globalizzazione. Il caso più eclatante, che riassume profondamente lo spirito che a Roma imperversò in quel periodo, fu la congiura dei baccanali. Il culto di Bacco – il corrispondente della divinità greca, Dioniso – attraverso il suo spirito sovvertitore dell’autorità, portò all’attacco diretto contro tutto ciò che Roma aveva rappresentato fino a quel momento: l’idea aristocratica, austera e virile, patriarcale, non aperta verso le novità, inflessibilmente morale. Contro tale attacco, il Censore incarnò lo spirito eroico, battendosi in prima persona e senza sosta per reprimere, anche con la forza, il degrado dei costumi. Egli sicuramente contribuì in modo eccelso ad arginare la decadenza della migliore romanità, ponendosi quale ostacolo tenacissimo ai moti sovversivi che gli si pararono innanzi.

 

CONCLUSIONE

Da questa sintesi della vita di Catone e delle sue principali battaglie, emerge la figura di un uomo che potremmo definire integro e “integrale”: Catone fu un capace combattente, un ottimo senatore, un severo magistrato, un erudito scrittore, un premuroso pater familias, un agricoltore; riuscì a riassumere in sé, con la massima serietà ed applicazione, tutte quelle funzioni che un vero e nobile romano, radicato nel mos maiorum, doveva sforzarsi di incarnare. In particolare le virtù dell’agricoltore, il coraggio del combattente e lo zelo per l’attività politica.

Catone, dunque, può essere considerato come la personificazione del mos maiorum. Egli ebbe una spiccata sensibilità per la parsimonia, l’intolleranza verso la decadenza dei costumi, la vita fieramente austera che sola può conservare incontaminati quei valori dell’antica e migliore romanità. Valori che permisero al Censore di elevarsi al ruolo di difensore dello Stato e delle leggi sacre di Roma, fino agli ultimissimi giorni della sua vita quando, ormai ottantenne, emarginato ed incompreso dai più, si difese contro i giovani rampolli, figli della nuova cultura contaminata dagli influssi orientali, che nulla sapevano dell’autentica romanità.

 

La vicenda esistenziale di Catone, ce lo fa apparire come un uomo angustiato dal progresso incontenibile: nonostante la sua opposizione, la sua costante volontà di rettificare, la sua intolleranza e le sue azioni, egli non riuscì ad arrestare il nuovo e, con esso, la decadenza.

La lotta per ristabilire l’identità di Roma contro l’avanzata della cultura decadente ellenistica, la quale comportò conseguenze devastanti come il dilagare dell’usura, della corruzione, dei divorzi, dell’omosessualità, dell’immigrazione è da paragonare, in qualche modo, a quella speciale lotta oggi condotta dall’ “uomo differenziato” dei tempi ultimi. “Uomo differenziato” in quanto refrattario all’omologazione imposta dall’ideologia mondialista, e ostinatamente attaccato ad una concezione tradizionale della vita. “Uomo differenziato” che si trova a dover fronteggiare tutte le insidie e le seduzioni suscitate dal dominio che la scienza, la tecnica e l’economia esercitano nel mondo moderno, un dominio che, di fatto, non tollera l’idea stessa di società tradizionale, imperniata sul concetto di Verità oggettiva radicata nel trascendente.

 

Dinnanzi a questa triste realtà, che vede avanzare ogni giorno di più il fronte della sovversione, è normale porsi la domanda se sia giusto o meno avversare e combattere ostinatamente l’incedere, apparentemente inarrestabile, del celebrato “progresso”, rischiando di vivere in una condizione di isolamento incompreso rispetto alla maggioranza dei connazionali. Il dubbio può essere risolto anche guardando all’esempio offerto da quel Romano, Marco Porcio Catone, che 2500 anni fa visse in una situazione simile a quella odierna. Egli, come sospeso fra due ere, scelse di combattere con una coerenza eroica, fino alla fine dei suoi giorni, per difendere la propria identità e i valori dei Padri, incurante delle avversità e degli antagonismi. Allo stesso modo, colui che oggi è desto dinnanzi alle rovine deve concepire che una vita trascorsa nella coerenza dei principi, quand’anche procuri sofferenza e non faccia avvisare alcun bagliore di speranza, è infinitamente nobile e (romana) e degna di essere vissuta.

 

 

NOTE

[1*] La censura fu una magistratura repubblicana istituita nel 443 a. C, composta da due soggetti in carica per 18 mesi. Venne istituita in risposta al problema del ritardo in cui i censimenti, fino ad allora responsabilità dei consoli. Con il passare del tempo l’organo della censura si sviluppò anche in altri campi. Ad esempio attraverso la “nota censoria” si poterono punire, con la privazione dei diritti politici, gli abusi degli altri magistrati, le infrazioni di disciplina militare; ma anche nella vita privata, si poterono condannare pure gli eccessi nel lusso e i vizi nella vita privata. La censura fu un organo molto ambito in quanto considerata il coronamento morale della carriera politica; essa comportava la responsabilità del vigilare sul rispetto del mos maiorum.

[2*] Catone morì infatti 85enne, un tempo di vita lunghissimo per quell’epoca.

[3*] Catone, insieme alla sua cerchia riuscì comunque a far esiliare Scipione l’Africano. La vittoria di quest’ultimo porterà a Roma un vasto bottino e il dominio dell’Egeo. Tuttavia Publio Cornelio non ne trasse benefici in quanto al rientro a Roma, a lui e al fratello, Scipione Asiatico, venne aizzata una vasta operazione di diffamazione guidata proprio da Catone. Le accuse furono di corruzione e frode ai danni dello Stato, inoltre aleggiò nell’Urbe una delusione per la mitezza degli accordi di pace di Magnesia. Ad alcuni romani, compreso Catone, bruciò il fatto che Cartagine non venne distrutta dopo la battaglia di Zama (celebre è la frase di Catone Carthago delenda est, “e inoltre credo che Cartagine deve essere distrutta”, che pronunziò alla fine di ogni suo discorso, anche sconnesso dal tema). I due fratelli furono prima processati e nel 184, vennero esiliati in Campania. Alla base del conflitto fra i due schieramenti sono da ravvisare le diverse posizioni della gestione dell’economia e dello Stato. Da una parte ci fu Catone e gli aristocratici, legati alla terra, all’agricoltura, alla Tradizione, dall’altra gli Scipioni e i grandi commercianti, che vollero invece una disposizione più aperta sia nella cultura sia nell’economia.

 

BIBLIOGRAFIA

  1. Cordioli “Marco Porcio Catone” ed. Sestante