Luci e ombre delle elezioni polacche

Luci e ombre delle elezioni polacche

Le elezioni politiche in Polonia, svoltesi domenica 25 ottobre, hanno rilanciato un tema caro ai media nostrani, ovvero la, presunta, vittoria dell’”ultra-destra xenofoba ed euroscettica. I titoli seguono peraltro quelli già letti in estate dopo le presidenziali di maggio: al ballottaggio, il candidato dell’”ultra-destra xenofoba ed euroscetticaAndrzej Duda, con il 51,55%, sconfisse il presidente uscente, il liberale di centro-destra (non xenofobo e men che meno euroscettico) Bronislaw Komorowski, fermo al 48,45%. La conclusione finale, dopo le politiche che hanno stravolto il quadro politico del paese, è che lEuropa (intesa come lUnione Europea) perderebbe uno dei suoi principali pilastri e sostenitori e si rafforzerebbe invece lasse dei paesi dellEst Europa contrari allimmigrazione e alla ripartizione dei richiedenti asilo, formato da Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e ora, ancor più di prima, Polonia.

 

Questa versione contiene delle indubbie mezze verità, che sono però mescolate a toni di giornalismo scandalistico che dopo anni hanno chiaramente stufato.

Alle politiche di domenica si è imposto con una nettissima maggioranza relativa (non prevista dai sondaggi) il partito conservatore-clericale Prawo i Sprawiedliwość (PiS), in italiano Diritto e Giustizia. Si tratta di un partito di destra conservatrice, iscritto allAlleanza dei Conservatori e Riformisti Europei (il partito europeo che include i Tories inglesi e i Conservatori e Riformisti dellex-Forza Italia Raffaele Fitto), che si distingue per un moderato euroscetticismo, una adesione sostanziale ai valori tradizionali cattolici (di cui comunque la Polonia è ancora permeata a tutti i livelli della società) e una posizione abbastanza rigida sullimmigrazione. In ogni caso, nulla che ricordi neanche lontanamente svastiche e croci cerchiate (le prime, in Polonia, molto mal viste persino dagli ultras più nazionalisti, per ovvie ragioni storiche) si può ritrovare nel partito fondato dai gemelli Lech e Jaroslaw Kaczynski. Al governo tra il 2005 e il 2007 (con Lech Presidente e Jaroslaw Primo Ministro), ha poi costituito il primo partito dopposizione nelle due legislature successive, durante le quali è avvenuto il terribile incidente aereo nei pressi di Smolensk, in cui morì tra gli altri proprio il Presidente polacco in carica, Lech Kaczynski. Domenica il partito si è preso la sua rivincita, ha i numeri per governare da solo, dato che la legge elettorale polacca gli concede più della metà dei seggi del Sejm, 235 su 460, e il nuovo Primo Ministro, Beata Szydlo, andrà a porre fine alla coabitazione tra liberali (al governo) e conservatori (alla Presidenza, da pochi mesi, con Duda).

 

I grandi sconfitti della tornata elettorale sono proprio i liberali del governo uscente di Platforma Obywatelska (PO), Piattaforma civica, lo stesso partito del Presidente del Consiglio Europeo  ed ex-primo ministro Donald Tusk. Già bastonati dalla clamorosa sconfitta di Komorowski alle Presidenziali, i liberali hanno perso 2 milioni di voti rispetto al 2011 e circa 15 punti percentuali. La crescita del PIL (quasi raddoppiato dal 2004 a oggi) e la generale positività dei dati macroeconomici, anche nei momenti di picco della crisi, non sono bastati per la riconferma a un partito già mal tollerato da una grossa parte della popolazione polacca per il suo ostentato laicismo. La crescita macroeconomica non si è accompagnata in maniera proporzionale alla crescita del benessere dei cittadini. Anche in Polonia, seppur non con la violenza e la sfacciataggine italiana, si stanno diffondendo i miracoli del mercato libero europeo: la disoccupazione oscilla tuttora poco al di sotto del 10%, proliferano gli omologhi polacchi dei contratti a progetto, si assiste ai primi fenomeni di emigrazione giovanile e i salari restano molto bassi e senza un minimo. Lesplosione della crisi migratoria, con una popolazione tuttaltro che assuefatta come noi alla comparsa di quartieri-ghetto e al dilagare di criminalità e razzismo anti-bianco, ha fatto il resto nel decretare la disfatta liberale (ancor più totale nellest rurale del paese).

 

La generale svolta a destra del paese è completata dalla scomparsa dei partiti di sinistra dallarco parlamentare per la prima volta dalla rinascita del paese nel 1989, con la tragicomica divisione dei voti tra la coalizione della Sinistra Unita (ZL) e il partito di sinistra radicale Razem, Insieme. Il 7,55% non è bastato ai primi per superare lo sbarramento di coalizione all8%, e neppure il 3,62% e l’enorme supporto mediatico dei media di sinistra è servito ai secondi per arrivare al 5%, richiesto ai singoli partiti. Il quadro è completato dallottimo risultato del cantante nazionalista Pawel Kukiz, terzo alle presidenziali di maggio con circa il 20% e arrivato ora all8% alle politiche, in coalizione tra gli altri con Ruch Narodowy (RN), Movimento Nazionale, che costituisce lasse portante della vera destra radicale polacca. Le posizioni duramente euroscettiche, contro la corruzione e di radicale riforma del sistema politico polacco di Kukiz ricordano il nostro Beppe Grillo, con la differenza che in Kukiz (e in generale nel paese) non sono così presenti le esasperate (e esasperanti) pregiudiziali anti-fasciste italiane: lo sdoganamento del nazionalismo gli permette dunque di allearsi con il Movimento Nazionale, assieme al quale andrà allopposizione da destra al PiS, tacciato di moderatismo, di una generale mancanza di concretezza e di una visione serva e totalmente atlantista della Polonia in politica estera (cosa veramente difficile da negare, questultima). Non è escluso, però, un appoggio della coalizione di Kukiz al PiS, nel caso questo concretizzi la sua volontà di cambiare la Costituzione
In generale, sembra che il paese sia attraversato da una forte aria di cambiamento, ma sembrano poche le persone con le idee chiare sul futuro di una nazione che viene additata come modello economico in tutta Europa per la sua forza esportatrice (grazie anche alla moneta debole, lo zloty), ma che registra un grado di insoddisfazione interna elevato, che la dice lunga sulla distanza tra la vita reale e la narrazione giornalistica condita di dati macroeconomici. Il consenso si è, in questa tornata, raccolto attorno ai conservatori e alle promesse del PiS di migliorare un welfare deficitario e di supportare le famiglie. Si può forse anche accogliere positivamente il fatto che ci sia stata una battuta d’arresto al dilagare del pensiero unico liberal-progressista, destino dell’Europa occidentale cui si pensava che anche la Polonia fosse destinata. Resta, però, che la scelta dei conservatori non è certo rivoluzionaria per quanto riguarda la politica estera. La vittoria del PiS accentuerà ulteriormente lintegrazione della Polonia nelle strutture della NATO, di cui aspira a diventare, per esplicita dichiarazione di poco tempo fa del neo-presidente Duda, una colonna portante e non più un semplice stato-cuscinetto. In questo caso, vediamo emergere più che mai una delle grandi e problematiche contraddizioni del nazionalismo polacco, lodio anti-russo, forte più che mai anche oggi a più di 15 anni dalla caduta del Muro. Un odio che il PiS (e con esso una grossa parte dellopinione pubblica polacca) non vuole saperne di scrollarsi di dosso e che lo spinge a unalleanza sempre più stretta con gli USA, che si accompagna però con la scarsa o pressoché nulla volontà di una maggiore integrazione nellUnione Europea.