La messa durante il Sinodo 
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Il sinodo delle ambiguità

Si è da poco concluso il Sinodo romano della famiglia, che, come è noto, ha scatenato molte, moltissime perplessità, che seguono quelle spesso suscitate dall’operato di Papa Francesco.

E’ necessario, perciò, osservare questi fatti più da vicino.
Innanzitutto, una parola su cosa sia in effetti un sinodo. Un sinodo non è che una riunione di vescovi, interpellati e chiamati a Roma dal papa da tutto il mondo per dibattere su una certa tematica; è perciò, in primo luogo, un organo consultivo: i documenti prodotti dall’assemblea dei vescovi non hanno alcun valore vincolante, in quanto risultano come “suggerimenti” rivolti al papa. Sarà poi compito del pontefice promulgare atti, avendo tenuto in considerazione le deliberazioni del sinodo, senza quindi esserne vincolato. In ogni caso, è prassi e assolutamente presumibile che il papa non farà che rispecchiare i punti votati dai padri sinodali. Votati, poiché, essendo un’assemblea, i vari punti tramite i quali l’assemblea si esprime sono sottoposti al voto, e per avere una maggioranza qualificata sono necessari i due terzi dei voti per accogliere ogni punto ammesso a votazione.
In questo sinodo i vescovi partecipanti sono stati 270, provenienti da tutto il mondo e divisi in circoli (delle specie di commissioni di lavoro), suddivisi per le lingue principali (vescovi di lingua italiana, tedesca, spagnola etc…) e “moderati” ognuno da un cardinale. In genere, a seconda della personalità del cardinale, si può poi desumere l’indirizzo del circolo stesso.
Un’ultima precisazione: il sinodo da poco concluso è stato preceduto da ampi e lunghi lavori pre-sinodali, tra i quali aveva suscitato immense polemiche l’Instrumentum Laboris, un documento preparatorio su temi da portare al sinodo stesso.
Questo infatti portava all’attenzione considerazioni più che ambigue su diversi temi “sensibili”, in particolare è stato bocciato per una manciata di voti un articolo che tendeva a definire “positive “ le unioni omosessuali, seppur indicate non allo stesso livello di perfezione dell’unione del matrimonio. Il che significa, fatto senz’altro grave, che la maggioranza assoluta dei vescovi era disposta a concedere considerazioni “positive” su un fatto grave e disordinato, su cui l’insegnamento della Chiesa dovrebbe essere assolutamente chiaro; sine ira ac studio, è senz’altro desumibile anche da questo lo stato di crisi in cui si trova la Chiesa e, in particolare, gran parte dell’episcopato.
Le discussioni pre-sinodali sono state per altro caratterizzate da un inusitato stato polemico, inevitabile, d’altra parte, viste le radicali ed eterodosse riforme proposte in materia di morale famigliare.
Queste sono state caldeggiate specialmente dagli episcopati dell’Europa centrale (tedeschi, austriaci, svizzeri, olandesi, francesi), ossia da decenni i più nettamente progressisti e lontani dall’insegnamento tradizionale della Chiesa. In questo, sono stati comunque spalleggiati da diversi circoli di vescovi latinoamericani (in particolare da quello presieduto dal cardinale honduregno, nettamente incline al modernismo, Maradiaga), in un pieno revival della teologia della liberazione.
Evidentemente, il fatto che questi episcopati abbiano ottenuto nelle rispettive diocesi, dopo cinquant’anni di progressismo, filomodernismo, lassismo morale e liturgico e adesione alla democrazia laicista e liberale, un netto e continuo decremento della fede, svuotamento dei seminari, obbrobri architettonici spacciati per “chiese” e altre devastazioni della Chiesa, la cui fede e pratica religiosa è virtualmente scomparsa, non ha sortito, in tutto questo periodo, motivi di riflessione presso la Santa Sede.
Capofila di questi ambienti innovatori è stato poi il cardinale Kasper, le cui proposizioni al sinodo sulla famiglia sono state ampiamente eterodosse, per non dire eretiche o menzognere. Il prelato tedesco ha apertamente difeso un ’integrazione delle coppie omosessuali e non all’interno della Chiesa, perorando poi pure la causa del “divorzio cattolico”, sostenendo che fosse antica pratica propria della Chiesa dei primi secoli, poi abbandonata nella prassi per ragioni più che altro normative; non vi sarebbero perciò vere ragioni per difendere ancora il matrimonio cattolico come indissolubile.
Ovviamente, tali considerazioni hanno suscitato aspre polemiche: cinque cardinali (Burke, Brandmuller, Muller, De Paolis, Cafarra) hanno pubblicato un libro, “Permanere nella Verità di Cristo”, con diversi contributi a favore della dottrina tradizionale.
Un esempio su tutti della violenza degli scontri verificatesi: il cardinal Brandmuller ha accusato il cardinal Kasper di aver falsificato le proprie fonti nel riferirsi alla prassi matrimoniale della Chiesa antica.
Hanno suscitato ancora forti perplessità le attitudini del pontefice: questo infatti ha, ad esempio, convocato in udienza privata i cinque cardinali – un gesto chiaramente punitivo – mentre ha più volte elogiato il cardinal Kasper, o non è comunque intervenuto contro altri prelati ampiamente eterodossi.
Possiamo comunque arrivare, tralasciando quindi molte altre osservazioni che si potrebbero fare circa le discussioni e le proposte fatte, alla Relazione Finale, il documento ufficiale votato dall’assemblea e sulla cui falsariga il papa promulgherà un suo atto ufficiale. In esso bisogna riconoscere imparzialmente luci ed ombre. Partiamo dalle luci.
Dei 94 punti votati bisogna riconoscere che tra i primi ci sono vari aspetti molto positivi. Si criticano ripetutamente diversi aspetti deleteri della società moderna, dal capitalismo, come sistema che antepone gli interessi e le esigenze materiali a quelle del bene umano della famiglia, all’individualismo, che impedisce di creare legami e vincoli stabili, generando una mentalità ostile al matrimonio e alla procreazione.
Nonostante poi i tentennamenti nelle discussioni pre-sinodali, è rimasta chiara e ferma, nonostante un tono generalmente ammorbidito, la posizione sulle coppie omosessuali, il cui comportamento è detto comunque imparagonabile a quello eterosessuale e sempre oggettivamente disordinato; anzi la Chiesa si è espressa pure con nettezza su una questione di quest’ultimi tempi di gravissima rilevanza, ossia il gender.
Da rimarcare perciò che la Chiesa è per ora rimasta l’unica grande istituzione a riconoscere l’esistenza di questo fenomeno, accompagnando il riconoscimento con chiare parole di riprovazione.
Così ad esempio al punto 8, si legge testualmente: “Le condizioni culturali che agiscono sulla famiglia mostrano in grandi aree del mondo un quadro contrastante, anche sotto l’influenza massiccia dei media. Da un lato, il matrimonio e la famiglia godono di grande stima ed è tuttora dominante l’idea che la famiglia rappresenti il porto sicuro dei sentimenti più profondi e più gratificanti. Dall’altro lato, tale immagine ha talvolta i tratti di aspettative eccessive e di conseguenza di pretese reciproche esagerate. Le tensioni indotte da una esasperata cultura individualistica del possesso e del godimento generano all’interno delle famiglie dinamiche di insofferenza e di aggressività. Si può menzionare anche una certa visione del femminismo, che denuncia la maternità come un pretesto per lo sfruttamento della donna e un ostacolo alla sua piena realizzazione. Si registra poi la crescente tendenza a concepire la generazione di un figlio come mero strumento per l’affermazione di sé, da ottenere con qualsiasi mezzo.
Una sfida culturale odierna di grande rilievo emerge da quell’ideologia del “gender” che nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna. Essa prospetta una società senza differenze di sesso, e svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L’identità umana viene consegnata ad un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo. Nella visione della fede, la differenza sessuale umana porta in sé l’immagine e la somiglianza di Dio (cf. Gn 1,26-27). «Questo ci dice che non solo l’uomo preso a sé è immagine di Dio, non solo la donna presa a sé è immagine di Dio, ma anche l’uomo e la donna, come coppia, sono immagine di Dio. […] Possiamo dire che senza l’arricchimento reciproco in questa relazione – nel pensiero e nell’azione, negli affetti e nel lavoro, anche nella fede – i due non possono nemmeno capire fino in fondo che cosa significa essere uomo e donna. La cultura moderna e contemporanea ha aperto nuovi spazi, nuove libertà e nuove profondità per l’arricchimento della comprensione di questa differenza. Ma ha introdotto anche molti dubbi e molto scetticismo. […] La rimozione della differenza […]è il problema, non la soluzione» (Francesco, Udienza generale, 15 aprile 2015)”
Come detto, i padri richiamano anche la politica a svolgere un’attività maggiormente positiva nei confronti della famiglia. Possiamo citare al riguardo il punto 12 : “Le autorità responsabili del bene comune debbono sentirsi seriamente impegnate nei confronti di questo bene sociale primario che è la famiglia. La preoccupazione che deve guidare l’amministrazione della società civile è quella di permettere e promuovere politiche familiari che sostengano e incoraggino le famiglie, in primo luogo quelle più disagiate. È necessario riconoscere più concretamente l’azione compensativa della famiglia nel contesto dei moderni “sistemi di welfare”: essa ridistribuisce risorse e svolge compiti indispensabili al bene comune, contribuendo a riequilibrare gli effetti negativi della disequità sociale. «La famiglia merita una speciale attenzione da parte dei responsabili del bene comune, perché è la cellula fondamentale della società, che apporta legami solidi di unione sui quali si basa la convivenza umana e, con la generazione e l’educazione dei suoi figli, assicura il rinnovamento e il futuro della società» (Francesco, Discorso all’Aeroporto di El Alto in Bolivia, 8 luglio 2015).”
Sono ribadite anche le chiare considerazioni in materia di bioetica e l’avversione per la cultura della desacralizzazione della vita. Al riguardo si può prendere in considerazione l’articolo 33 : “La rivoluzione biotecnologica nel campo della procreazione umana ha introdotto la possibilità di manipolare l’atto generativo, rendendolo indipendente dalla relazione sessuale tra uomo e donna. In questo modo, la vita umana e la genitorialità sono divenute realtà componibili e scomponibili, soggette prevalentemente ai desideri di singoli o di coppie, non necessariamente eterosessuali e regolarmente coniugate. Questo fenomeno si è presentato negli ultimi tempi come una novità assoluta sulla scena dell’umanità, e sta acquistando una sempre maggiore diffusione. Tutto ciò ha profonde ripercussioni nella dinamica delle relazioni, nella struttura della vita sociale e negli ordinamenti giuridici, che intervengono per tentare di regolamentare pratiche già in atto e situazioni differenziate. In questo contesto, la Chiesa avverte la necessità di dire una parola di verità e di speranza. Occorre muovere dalla convinzione che l’uomo viene da Dio e vive costantemente alla Sua presenza: «La vita umana è sacra perché, fin dal suo inizio, comporta “l’azione creatrice di Dio” e rimane per sempre in una relazione speciale con il Creatore, suo unico fine. Solo Dio è il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine: nessuno, in nessuna circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un essere umano innocente» (Congregazione della Dottrina della Fede, Istruzione Donum vitae, Introd., 5; cf. Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, 53).”
Dopo le luci, vanno però considerate le ombre. Nella seconda parte, infatti, riguardante le spinose questioni dei divorziati e dei divorziati risposati, si sono mostrati alcuni cedimenti e le maggiori ambiguità.
Ambiguità più che cedimenti, poiché formalmente non si osserva alcuna innovazione o nessuna promozione di atti volti a ledere direttamente la dottrina dell’indissolubilità del matrimonio; eppure non viene nemmeno ribadita con chiarezza, come mostrato per i punti precedenti, la dottrina tradizionale.
Si insiste che le persone che vivono in situazioni irregolari vaglino la propria coscienza per verificare la validità del matrimonio. Si cita al riguardo il punto 82: “I recenti Motu Proprio Mitis Iudex Dominus Iesus e Mitis et Misericors Iesus hanno condotto ad una semplificazione delle procedure per la eventuale dichiarazione di nullità matrimoniale. Con questi testi, il Santo Padre ha voluto anche «rendere evidente che il Vescovo stesso nella sua Chiesa, di cui è costituito pastore e capo, è per ciò stesso giudice tra i fedeli a lui affidati»”
La soluzione un po’gesuitica prospettata sembra chiara: invitare le coppie di fedeli in crisi a rivolgersi ai tribunali ecclesiastici (con i provvedimenti di Francesco ora decentrati e posti, come per altro era antico uso nella Chiesa in epoca pretridentina, sotto la responsabilità dei vari vescovi), al fine di ottenere con più facilità l’annullamento del matrimonio sacramentale.
I due recenti documenti di papa Francesco sopra citati, infatti, facilitano le procedure proprie del processo di verifica della nullità. Non sono state però introdotte nuove cause per giudicare la nullità: entrambi i documenti si aprono con preamboli in cui si ribadisce il valore e l’appropriatezza dottrinale dell’indissolubilità. Le modifiche sono nello sviluppo “tecnico” del processo. Qualora infatti sussistono fatti gravi, adulteri, aborti, rotture precoci della vita coniugale, i coniugi, se entrambi consenzienti, possono chiedere che il proprio caso sia sottoposto al processo in forma “breve”, sotto cioè la responsabilità del vescovo locale. E’ specificato, poi, che il processo dovrà durare meno di un anno e non comportare gravi costi finanziari per i fedeli.
Questo fatto merita una considerazione. Bisogna dire che certamente nel mondo odierno, a causa anche di generale disattenzione dei pastori, molti si sposano senza la debita preparazione verso cosa sia il vincolo del matrimonio cattolico.
Facilitare perciò i processi di nullità sembra pienamente giustificato. D’altra parte, questo significa continuare a non affrontare il problema a monte, ossia non si indicano presidi o provvedimenti specifici per reintrodurre un sano catechismo circa la dottrina cattolica al riguardo. Inoltre, crea perplessità questo modus operandi poiché in ogni caso, la facilitazione dei processi di nullità, delegati ai vescovi locali, molti dei quali apertamente modernisti e apertamente increduli o disinteressati all’indissolubilità, esporrà molti matrimoni validi a essere considerati nulli.
Sebbene in tutti questi atti non vi sia perciò nulla di erroneo, dottrinalmente è chiaro che l’approccio pastorale sia più che dubbio.
Le ambiguità continuano poi fortemente al punto 84 e al punto 86, quello che ha fatto dire a molti giornalisti disattenti o in malafede, che la Chiesa “abbia cambiato idea”, invitando a giudicare “caso per caso”.
Il punto 84 recita: “ I battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo. La logica dell’integrazione è la chiave del loro accompagnamento pastorale, perché non soltanto sappiano che appartengono al Corpo di Cristo che è la Chiesa, ma ne possano avere una gioiosa e feconda esperienza. Sono battezzati, sono fratelli e sorelle, lo Spirito Santo riversa in loro doni e carismi per il bene di tutti. La loro partecipazione può esprimersi in diversi servizi ecclesiali: occorre perciò discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate. Essi non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre, si prende cura di loro con affetto e li incoraggia nel cammino della vita e del Vangelo. Quest’integrazione è necessaria pure per la cura e l’educazione cristiana dei loro figli, che debbono essere considerati i più importanti. Per la comunità cristiana, prendersi cura di queste persone non è un indebolimento della propria fede e della testimonianza circa l’indissolubilità matrimoniale: anzi, la Chiesa esprime proprio in questa cura la sua carità.”
E il punto 86 : “Il percorso di accompagnamento e discernimento orienta questi fedeli alla presa di coscienza della loro situazione davanti a Dio. Il colloquio col sacerdote, in foro interno, concorre alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere. Dato che nella stessa legge non c’è gradualità (cf. FC, 34), questo discernimento non potrà mai prescindere dalle esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla Chiesa. Perché questo avvenga, vanno garantite le necessarie condizioni di umiltà, riservatezza, amore alla Chiesa e al suo insegnamento, nella ricerca sincera della volontà di Dio e nel desiderio di giungere ad una risposta più perfetta ad essa.”
Come si può capire, le ambiguità sono numerose: in particolare il termine “integrazione” risulta non avere una funzione specificatamente e chiaramente identificata. Anche la citazione della FC (Familiaris Consortio di San Giovanni Paolo II) sembra potenzialmente fuorviante, poiché più avanti lo stesso documento ribadisce che un matrimonio validamente contratto non può mai essere rotto, né quindi è possibile accettare e riconoscere come valida una nuova unione.
La debolezza di queste proposizioni, seppur non si faccia mai riferimento all’accesso al sacramento dell’Eucarestia (che è ciò che conferma una partecipazione piena alla vita della Grazia), indurrà moltissimi vescovi a usare tali parole per giustificare atteggiamenti contrari alla morale cattolica sulla famiglia.
Per concludere: il Sinodo si colloca perciò sullo stesso percorso di ambiguità che la Chiesa vive dal Concilio Vaticano II. Una via che, forse, non propugna formalmente nessun errore in materia di fede, ma che continua a sottacere certe verità scomode per il mondo moderno, prediligendo, come auspicato da San Giovanni XXIII, di abbandonare, nella propria pastorale, le “armi del rigore”.
Tuttavia, un’altra personalità al di sopra di ogni sospetto, Paolo VI, il papa del Concilio e del post-Concilio, riconobbe che nonostante le aspettative di una nuova primavera per la Chiesa “attraverso qualche fessura è penetrato il fumo di Satana nel tempio di Dio”.
La strada del Sinodo sembra, francamente, essere la stessa del Concilio: sembra che le fessure, più che essere riparate, siano sempre più aperte.