4 novembre, memoria d’Italia

4 novembre, memoria d’Italia

Il 4 novembre, giorno della Vittoria, non è più, da ormai molto tempo (precisamente dal lontano 1977), festa nazionale; ricorrono solo omaggi per le Forze Armate. Lo è invece il 25 aprile, giorno della sconfitta, al di là delle posizioni ideologiche in merito.

Come sappiamo bene, la Prima Guerra Mondiale fu, innanzitutto, un evento tragico, in cui è possibile riconoscere, grazie al tempo trascorso, che sopisce le passioni, e a un animo storico imparziale, che l’Italia non giocò, come spesso è accaduto nella recente storia, un ruolo positivo; in primo luogo, a causa della sua dirigenza liberal-massonica e di una monarchia, quella sabauda, che anziché essere presidio di quei valori e principi che generalmente si possono dire tradizionali, dalla metà dell’Ottocento è invece stata fedele alleata del mondo per l’appunto liberal-massonico anti-tradizionale.

Dal tradimento, prassi a cui casa Savoia sembrò sempre adattarsi bene, della Triplice Alleanza con Germania e Austria-Ungheria, all’Intesa con le democratiche Francia, Inghilterra e USA, l’Italia giocò un ruolo più che criticabile. La Grande Guerra portò alla scomparsa dei quattro grandi imperi tradizionali, in primis quello degli Asburgo, primo erede diretto della tradizione imperiale di Roma e Carlo Magno in Europa.

Eppure non le manovre di palazzo o le malizie di una classe dirigente o, ancor peggio, i lavori di loggia si vuol certo ricordare con la festa del 4 novembre.

Nelle trincee di quell’immane strage non si andò infatti in guanti bianchi o col grembiulino del Grand’Oriente. Andarono invece i figli del popolo italiano, volenterosi e pieni di coraggio e spirito di sacrificio. Il 4 novembre si ricordano i tanti giovani volontari che quella guerra attrasse dalla migliore gioventù della nazione; si ricorda il giovane Mussolini, che, convertitosi con la guerra alla causa della Nazione, diceva morto il socialismo; si ricordano i giovani ispirati dalla poetica di D’Annunzio, fino ad esserne richiamati a Fiume a guerra finita, per non cessare la lotta in nome dell’Italia; si ricordano i giovani eroi degli Arditi d’Italia, che col proprio sprezzo della morte ripulirono il nome italiano dall’onta del tradimento e di ogni disonore.

Assieme a loro, andarono anche tanti giovani di umili origini, che poco o nulla sapevano dei motivi di quella guerra, che sentivano scarsa appartenenza al tricolore e al Re di quel tricolore. Molti di loro vedevano ancora nello stato sabaudo solo lo stato piemontese, uno stato invasore. Eppure andarono, obbedienti al duro dovere del soldato.

Tutti costoro, divennero fratelli nelle trincee, temprati ad una sola appartenenza dal sangue versato in comune, gli italiani divennero Nazione non per il suono delle fanfare di Porta Pia, ma per il sacrificio comune, la lotta comune, il lutto comune.

E’ allora certo il perché del declassamento, avvenuto negli anni Settanta, di questa festa del 4 novembre. Un declassamento preparato lungamente negli anni Sessanta dalla sedizione degli elementi dell’antinazione: comunisti, radicali, cattolici del “dissenso”, pacifismi di ogni segno e colore, vollero cancellare il momento in cui, più di ogni altro, il popolo italiano divenne tale, orgoglioso, al di là e al di fuori delle logiche della piccola politica borghese, fiero di se stesso, capace di essere vittorioso, voglioso di appropriarsi del proprio destino, costi quel che costi.

Questo spirito, evidentemente, non poteva essere tollerato da uomini troppo piccoli per una Nazione come quella italiana. Meglio festeggiare il 25 Aprile, il giorno di una sconfitta subita in una guerra degenerata in guerra civile e accompagnata dallo scandalo di un re in fuga in macchina nella notte verso le linee nemiche.

Le due feste rappresentano due diverse Italie, e la scelta migliore non può che essere chiara e inevitabile.

Filippo Deidda