R.C. Kalergi e la tentazione anti-cattolica

R.C. Kalergi e la tentazione anti-cattolica

La mia relazione audio su Kalergi, diretta ad inaugurare la Giornata Radiospadista del 25 Aprile sull’Europa, non era affatto contraria al libro su R.C. Kalergi scritto da M. Simonetti (Ediz. Radio Spada), né voleva esserne una recensione, anche se gli ha fatto indirettamente pubblicità. Ecco perché, nella sua ‘risposta’ audio, risulta improprio parlare di qualche ‘excusatio non petita’ da parte mia, in quanto il ‘petitum’ non era il contenuto del libro. Le mie considerazioni specifiche sul libro sono altre. Il tema è interessante, ma di nicchia, chiaramente generato da uno studio monografico su Idealismo Pratico, attorno a cui è stato ‘montato’ un libro, a tratti senza capo né coda e confuso (M. Simonetti ha scritto cose molto migliori – come Hannah l’antisemita e Demonocrazia – quindi posso dirlo). L’autore utilizza in copertina la suggestiva immagine babelica, ossìa veterotestamentaria e giudaica, in chiara analogìa con l’Eurotower, implicitamente aderendo a quello che giudica però un “dogma monoteista” (come se, tra l’altro, tutti i pagani fossero stati politeisti), per cui i “cattivi” costruttori della Torre (condannati da Dio, a cui dice di non credere) sono gli antenati dell’Unione Europea. Esatto! Quindi? Quale sarebbe il piano Kalergi? E la ‘verità’ su di esso? Necessariamente un piano ostile al “dogma monoteista” (in realtà trinitario). Invece no, e non si capisce perché; o meglio, l’autore non lo spiega. Non ha voluto cogliere che lo stesso R. C. Kalergi è stato una pedina, seppur importantissima, di un percorso molto più ampio e iniziato in precedenza che ha cercato di coinvolgere praticamente chiunque. Anche il fascismo, come ricorda Gennaro Malgeri: “L’insistenza del conte austriaco sortì, infine, gli effetti sperati. Tramite Dino Grandi, ministro degli Esteri, riuscì nel 1933 finalmente ad incontrare Mussolini.” “Lo trovai molto cambiato – ricordò anni dopo – da quando lo vidi l’ultima volta al Senato”. L’incontro fu caratterizzato da due temi, solo in apparenza “impolitici”: l’europeismo di Nietzsche e la questione razziale che cominciava ad espandere le sue ombre minacciose in Europa. Mussolini definì assurdo il razzismo di Hitler, concordando con Coudenhove-Kalergi, che gli fece osservare come un nazista “non poteva mai ritenere suo eguale un italiano, dato che considerava i popoli mediterranei dai capelli neri come incroci tra ariani biondi e negri”. Mussolini consentì con il suo interlocutore: peccato che cinque anni dopo dimenticò quella conversazione e quell’articolo (da lui ricordato allo stesso Kalergi), scritto qualche anno prima, nel quale sosteneva come i popoli mediterranei avessero dato origine a tutte le grandi opere culturali e come “i barbari del Nord” avessero cercato sempre di distruggerle.

Parlarono anche di Nietzsche, che Coudenhove-Kalergi interpretava come un precursore del movimento paneuropeo, tanto che sulla sua rivista “Paneuropa” aveva pubblicato pagine di citazioni del filosofo tedesco. Anche su questo punto Mussolini fu d’accordo, ritenendo Nietzsche suo maestro.

Su temi più squisitamente politici, la consonanza tra lo statista italiano e l’aristocratico austriaco fu totale. Mussolini si mostrò favorevole all’idea di un’unione latina con la Francia quale baluardo contro le mire pericolose del terzo Reich; e si disse pure interessato alla complessiva idea paneuropea. Insomma, un’inversione di rotta totale, sintomo del mutato atteggiamento del regime verso il movimento di Coudenhove-Kalergi che colse accenti nuovi nella pubblicistica di politica internazionale fascista ed in particolare nell’ “Antieuropa “ di Gravelli. Scopo di questi, secondo il conte, “era di guadagnare l’opinione pubblica alle mie idee e di organizzare, con l’approvazione di Mussolini, la sezione italiana dell’Unione Paneuropea”.

Delegazioni italiane parteciparono, da quel momento, all’attività di “Paneuropa”. Mussolini stesso non nascose le proprie simpatie per il movimento. In un’intervista rilasciata nel 1934 al quotidiano “L’Intrasigeant” sembrò quasi voler prendere il posto del non amato Briand. Dichiarò in quell’occasione: “E’ logico che il destino dei grandi popoli europei dipenda dalle decisioni di piccoli e lontani popoli, che meritano senz’altro, a ogni riguardo, la nostra stima, ma di cui tre quarti degli europei ignorano perfino la posizione geografica? No. La Società delle Nazioni è stata una creazione ideologica delle democrazie, essa non ha mantenuto il contatto con la realtà, e la pace è divenuta pertanto un ideale vacillante, metafisico e instabile. L’Europa l’ha guidata e ne ha tratto profitti. Oggi l’Europa, presa tra l’America ed il Giappone, sta per mancare al suo compito. Se l’Europa vuole di nuovo prendere piede e salvarsi, deve trovare un minimo di unità. Quello che occorre ai grandi popoli europei, quello che deve unirli, è lo spirito europeo”.

Simonetti ha scritto che Kalergi è ignorante su Nietzsche (e su Mazzini invece?), ma non sul cristianesimo (solo perché gli fa comodo); che Kalergi (ammette lui stesso) aveva però un pensiero contorto e contraddittorio, non si capisce se però dovuto a sua schizofrenìa o a sua tattica precisa. Quindi la conclusione? Non c’è, perché anche qui non spiega e non sceglie tra le alternative. Su Mons. Seipel confonde le congetture e le illazioni con le prove provate della volontà papale di appoggiare, tramite lui, il Piano Kalergi (segno di allucinazioni), cosa che si potrebbe dire con meno fallacia riguardo al fascismo ma che sarebbe comunque una forzatura. Confondere i “Gesuiti” con qualche loro tardiva degenerazione, ignorando l’opera santa, meritoria e di altissimo profilo intellettuale di Sant’Ignazio, l’impegno antimassonico di Barruel e Delassus e l’involuzione de La Civiltà Cattolica degli ultimi decenni (basta leggere i numeri della rivista), senza attribuire al nominalismo la loro stravaganza, non è molto corretto. Piuttosto l’autore dovrebbe trovare il coraggio di scrivere chiaramente e di manifestare le sue vere idee: Bilderberg, Unione Europea, Piano Kalergi come fasi della strategìa cattolica per distruggere l’Europa ‘legata alla terra’ (ma non si era evoliani uranici e virili?) e il mondo! L’immigrazionismo terzomondista altro non sarebbe dunque che l’inveramento del cattolicesimo? Basti approfondire la vera dottrina cattolica sul tema per chiarirsi le idee: http://www.traditio.it/PRINCIPE/2009/19/DOTTRINA%20CATTOLICA%20SULL’IMMIGRAZIONE%20-%20PDF.pdf

A questo punto, dato che la stragrande maggioranza degli ideologi occidentali erano (e sono) battezzati, potremmo anche sostenere (usando le illazioni simonettiane) che qualsiasi pensiero politico-filosofico occidentale è frutto del cristianesimo. Il sillogismo del menga. In pratica sia il mondialismo massonico che il cosmopolitismo umanitario e laicista diventano per l’autore sinonimi del cattolicesimo, in quanto uniti dalla vocazione universalistica, proprio come nella migliore speranza del giudaismo che tracciò per i goym il destino noachita, proprio per distruggere la vera Christianitas e renderla un sottoprodotto innocuo. Questa congettura si smonta da sé (qui per esteso: http://www.radiospada.org/2015/06/audio-11-6-15-ferrari-ci-parla-dei-pregiudizi-nicciani-e-pagani/), nel considerare come liberalcapitalismo, socialcomunismo, nazionalismo, umanitarismo, relativismo morale, etc. siano tutte ‘idee’ votate – in quanto tali – all’universo mondo perché non è una ‘tara’ giudaica la vocazione universale, né l’imperialismo. Gli stessi Vichinghi tentarono di piegare con la forza il nascente cristianesimo celtico in Irlanda. I Romani diedero forma all’Europa antica grazie al Diritto mentre i Greci insegnarono la Filosofìa e gli Arabi i numeri. I Turchi dall’Asia vennero a colonizzare l’anatolia, gli Aztechi e i Maya soggiogarono e schiavizzarono gli altri popoli precolombiani imponendo le loro divinità, Alessandro Magno ellenizzò l’Asia fino a Buchara in India, i Bantù mutarono le tradizioni africane locali, etc. Gli indiani hanno ‘esportato’ l’induismo in tutta il subcontinente asiatico, le divinità greche mutarono tra la fase pelasgica e quella acheo-dorica, che a sua volta venne ‘importata’ dai Romani, come del resto le divinità celtiche vennero a sostituire quelle autoctone etrusche. Roma accoglieva nel pantheon, un po’ per tattica e un po’ per scaramanzìa, ogni culto locale senza farsi troppi problemi di commistioni culturali o contaminazioni spurie. Solo i cristiani capirono che la vera divinità romana era l’imperatore, che tutti dovevano idolatrare con l’incenso – quando tale onore si deve a Dio solo – e andarono al martirio eroicamente, pur nella fedeltà sostanziale a Roma come dimostrò la meravigliosa vicenda della Legione Tebana. Infatti, quando anche il legittimo monarca impone ordini sbagliati che vanno contro la Legge Superiore, “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini” (At 5, 29).”

Pietro Ferrari