Svalutazione NON è sinonimo di inflazione

Svalutazione NON è sinonimo di inflazione

Molto spesso sentiamo dire dai sostenitori della moneta unica che uscire dall’Euro equivarrebbe a schiantarsi di muso contro un muro di malvagia svalutazione, e quindi di cattivissima inflazione. FALSO. E a dirlo non è il solo buon senso economico, ma anche (e sopratutto) la storia.
Prima di proseguire con la spiegazione, mi permetto di fare una brevissima digressione sui due termini sopracitati: svalutazione e inflazione; svalutare la propria moneta significa, in maniera molto semplicistica, abbassare il valore di essa, alterandone il cambio (cosa impossibile con l’euro, dato il sistema a cambi fissi). Questo può essere fatto per vari motivi, in primo luogo la difesa da un evento sistemico negativo ed il recupero di competitività del proprio stato rispetto ad altri, abbassando i prezzi dei propri beni da esportare e attirando quindi capitali esteri. L’inflazione è invece il fenomeno di aumento generale del livello dei prezzi di beni, servizi, fattori produttivi e altro.

Tornando a noi: la tesi principale degli euro-sostenitori è che, abbandonando l’Euro (di conseguenza il cambio fisso), si andrebbe incontro a una fortissima svalutazione e, in diretta proporzionalità con essa, ad altissima inflazione. Questo perchè, loro dicono, chi svaluta (cosa che, con l’abbandono del cambio fisso, è inevitabile) finisce per pagare di più i beni importati, i quali sono spesso materie prime fondamentali (petrolio), portando i prezzi dei beni interni ad aumentare drasticamente (inflazione), creando una sorta di circolo vizioso. La teoria sembra avere senso, ma l’empirismo economico e la storia ci dicono il contrario. Partiamo dalla storia: negli ultimi 50 anni l’Italia ha avuto forti picchi di svalutazione, tutti atti a difendere l’economia da un qualcosa di nocivo. Ad esempio, nel 1976, dopo lo shock petrolifero derivante dal fatto che i paesi arabi ridussero brutalmente l’emissione di greggio, il quale aumentò di prezzo quasi del 300% nel giro di un mese. In quell’occasione, l’Italia fu costretta a svalutare per recuperare competitività, visto l’enorme aumento dei prezzi dell’energia. Similmente, nel 1981, dopo un altro shock petrolifero e la separazione del Ministero del Tesoro dalla Banca d’Italia. Ultimo, ma non meno importante, nel 1993, dopo la crisi dello SME (Sistema Monetario Europeo). In tutte e tre le date, l’inflazione ha PRECEDUTO la svalutazione e non viceversa, come vogliono farci credere che accadrà. Inoltre, queste due variabili non si sono mosse in perfetta correlazione l’una con l’altra, anzi! Nel 1976, dopo il picco inflazionistico causato dall’oil shock, si ebbe addirittura un calo di circa 4 punti percentuali dell’inflazione; e nel 1993, dopo una svalutazione di oltre il 20% l’indice d’inflazione si attestava attorno al 5%, circa un quarto di quello che doveva essere secondo gli euro-amanti, cioè pari alla percentuale di svalutazione. Quindi la storia parla chiaro, svalutazione NON significa inflazione.

Il rapporto svalutazione:inflazione non è 1:1, e i motivi sono facilmente intuibili: non tutti i beni devono per forza essere prodotti con materiali acquistati ad un prezzo maggiorato in regime di importazione. Di conseguenza, si andrà a preferire l’acquisto di prodotti fabbricati all’interno del paese; studi più approfonditi dimostrano che un terzo della svalutazione si riflette sui prodotti interni e i movimenti del cambio influiscono sulla scelta se acquistare su territorio nazionale oppure all’estero. Inoltre, ci vuole circa un anno prima che questo evento si riveli del tutto, eliminando qualsiasi possibilità che la cattiva inflazione distrugga la competitività guadagnata con la svalutazione.  

Tutti i dati vanno quindi a sostenere il fatto che:
svalutazione≠inflazione