In difesa della prescrizione

In difesa della prescrizione

Nelle scorse settimane è passata nel complesso abbastanza sotto silenzio una bizzarra dichiarazione di Gianroberto Casaleggio, guru del Movimento 5 Stelle. Nel corso della kermesse “Imola a 5 Stelle”, il proprietario e socio-fondatore della Casaleggio Associati s.r.l. ha elencato i principali punti programmatici del futuro governo monocolore del Movimento, il cui avvento è presentato con una sicurezza e certezza “scientifica” tale da ricordare l’indubitabile avvento del comunismo in Marx. Tra gli altri temi trattati, spicca una presa di posizione perentoria e che non lascia spazio a dubbi: l’abolizione della prescrizione.

Si tratta dell’istituto giuridico che, in virtù del trascorrere del tempo, estingue il reato sospendendo il procedimento giudiziario in corso o bloccandone la partenza sul nascere. Essa basa la sua ragion d’essere sul fatto che, dopo un certo lasso di tempo, viene meno l’interesse dello Stato a perseguire il reato.

Sulla questione, però, il Movimento sembra avere una posizione ultra-giustizialista di stampo giacobino, che non ammette mezze misure. La prescrizione è presentata dal Movimento come un infame mezzo tramite il quale i peggiori corrotti, criminali e mafiosi che affollano la cosa pubblica italiana riescono a evitare la giusta punizione per i loro crimini. Va dunque abolita totalmente, secondo Casaleggio; più moderatamente, va fermata una volta che il processo ha avuto inizio, secondo la punta di diamante romana del Movimento, il deputato Alessandro Di Battista.

Tale posizione si concretizza come il caso particolare di una teoria generale che purtroppo ha molto successo oggigiorno nella società italiana. Questa teoria pone la corruzione e il malaffare al centro di tutti i problemi che affliggono il paese e alla radice della crisi economica, il che chiaramente giustifica l’adozione di provvedimenti draconiani in contrasto. Ciò che conta dunque è aumentare le pene, dare più strumenti alla magistratura per indagare, intercettare e colpire i criminali. In questo quadro, le differenze tra indagato, imputato, condannato, prosciolto, assolto in secondo o in terzo grado, prescritto, appaiono come futili dettagli. Essere indagati è già di per sé prova di assoluta colpevolezza, e fine della trasmissione. Se poi nell’ambito delle indagini si è fatti oggetto di provvedimenti di custodia cautelare, non ci sono proprio più dubbi, deve scattare la ghigliottina mediatica sulla persona, sul lavoro, sulle amicizie e sulla famiglia del malcapitato.

Questo atteggiamento è un grave segnale di deterioramento sociale, un disastroso miscuglio di analfabetismo giudiziario, qualunquismo becero e giustizialismo di matrice giacobina. Ogni giorno si susseguono condanne mediatiche assurde prima ancora che qualsiasi processo venga iniziato. A questo clima non è certamente estraneo il passato dello stesso partito che governa il paese: per anni il Partito Democratico e i suoi predecessori hanno basato buona parte della loro retorica elettorale e parlamentare sulla stigmatizzazione della corruzione imperante nel centro-destra. Nel loro periodo all’opposizione, si sono distinti essenzialmente per le quotidiane richieste di dimissioni di svariati ministri e sottosegretari, senza mai scordare ovviamente l’eterno nemico, il pluri-inquisito (e dunque acclarato pluri-criminale, anche se poi le condanne definitive dell’ex-Cavaliere sono abbastanza poche) Silvio Berlusconi. Ultimamente, il PD sembra però avere dimenticato questa stagione e le dimissioni in seguito ad avvisi di garanzia, reclamate a gran voce all’epoca, non aggradano più se si sta al governo.

A questa situazione si è dunque arrivati con la connivenza di una forte percentuale della stessa classe politica, ma anche con la collaborazione essenziale di magistrati e giornalisti, le cui colpe sono abbastanza equamente divise. Indro Montanelli, in una intervista concessa a Giovanni Minoli nel 1985, intuiva già le prime avvisaglie della giustizia spettacolarizzata dai media, che ha condotto alle stagioni di Tangentopoli prima e del Rubygate poi: «È un incontro fra due colpe, quella dei magistrati e quella dei giornalisti, ma è più grave la colpa dei magistrati, che avrebbero dovuto resistere.» Di entrambe le categorie è dunque la colpa di una giustizia che si è ridotta a cercare il consenso mediatico e il facile applauso della folla. In particolare, Montanelli ricordava la degradante pratica delle informazioni passate dai PM ai giornalisti, in modo tale da far uscire sui giornali articoli shock con titoli fuorvianti, per rovinare la vita personale e l’onorabilità di persone che si faceva fatica a condannare o anche solo a rinviare a giudizio.

L’abolizione della prescrizione, richiesta oggi a furor di popolo, nasce dallo stesso germe malato e livoroso di chi è abituato a far carriera mettendo la gente in croce prima del tempo e a tirar su inchieste ridicole e campate per aria, ma costose per i contribuenti (si ricordino, ad esempio, gli innumerevoli fallimenti del PM Henry John Woodcock, specializzato in maxi-inchieste terminate in bolle di sapone). Tutto ciò va solo incontro a chi cerca condanne e non colpevoli, fuori e dentro le aule giudiziarie. Al posto di proporre una radicale riforma della Giustizia che parta dalla separazione delle carriere e da una vera responsabilità civile dei magistrati – la riforma del governo Renzi ha introdotto una responsabilità civile indiretta che richiederà tempi biblici per ottenere risarcimenti – , si insiste sul colpire il mezzo e non l’agente, sulla demonizzazione di un istituto creato per evitare abusi, persecuzioni giudiziarie e lungaggini che, in caso di abolizione, fioccherebbero senza più alcun freno. Si deve ricordare, inoltre, che la prescrizione è comunque sempre proporzionale all’entità della pena prevista per il reato, e che, per i reati più gravi (come l’omicidio), non esiste neppure: in quel caso l’interesse dello Stato a perseguire il colpevole e a far valere la certezza del Diritto non viene mai meno, per ovvie ragioni.

Come ogni istituzione sociale, la prescrizione non è un totem perfetto e immodificabile. Si possono sicuramente fare aggiustamenti e miglioramenti, anche allungandone i tempi per alcuni reati particolarmente diffusi o sentiti socialmente in un determinato periodo. In certi casi, è necessario aggiornarla e tenerla al passo coi tempi, o si incorre in situazioni come il processo Eternit, in cui un vizio di forma relativo al momento di fine del compimento del reato ha negato a decine di famiglie di avere giustizia per i loro cari. Ma purtroppo è evidente che prendersela con la prescrizione in questo caso ha senso tanto quanto prendersela con una pistola perché ha sparato, o con un automobile perché è uscita di strada con al volante un drogato. E’ l’utilizzo che se ne fa, a fare la differenza.

Difendere la prescrizione non è, dunque, solo una presa di posizione riguardo a un istituto che, al di là dei possibili abusi, ha un ruolo molto positivo. Difendere la prescrizione è difendere un modello di giustizia e di civiltà che affonda le sue radici nell’antica Grecia e nella Roma repubblicana e imperiale, un modello per il quale l’amministrazione della giustizia deve andare nell’interesse reale e oggettivo della società e non soddisfare i più biechi desideri individuali, tra cui spicca quello di vendetta. Ancorché legittimo e compresibile in molti casi, lo Stato non tutela il desiderio di condanne (moderno e democratico successore del desiderio di sangue), non tutela la volontà di vendetta, ma il buon andamento e l’ordine della società, andando a punire il danno sociale e individuale prodotto da un reato. La vendetta ce la si può prendere da soli, nei modi che si ritiene più opportuni, assumendosene le responsabilità e senza chiedere allo Stato di farlo al posto nostro, svolgendo una funzione che non è sua.

La prescrizione, dunque, fa parte di una vera e “irrinunciabile linea del Piave”, per parafrasare e ribaltare le posizioni di Saverio Borrelli, quella linea fatta di Diritto e Civiltà oltre la quale i deliri di Leoluca Orlando, che avrebbe preferito cento innocenti in galera piuttosto che un solo mafioso in libertà, non possono passare.

Ermanno Durantini