La Nippon-Kaigi e la politica giapponese

La Nippon-Kaigi e la politica giapponese

Quando si parla di politica giapponese, spesso l’osservatore occidentale si sente piuttosto spaesato, perché ancora non si conoscono appieno quali siano le dinamiche e gli attori su questo palcoscenico che non può che apparire, a noi così lontani, piuttosto riservato per occhi indiscreti. Eppure, dalla politica giapponese ci sarebbe anche molto da imparare, specialmente dalla politica giapponese di oggi.

In Giappone, la scena politica è sempre stata dominata da una certa continuità, e nemmeno due guerre mondiali – una vinta e una persa – e due bombe atomiche sono riuscite a spezzare questa continuità, se non solo esteriormente. Una dinastia imperiale ininterrotta nella Storia e un radicato senso di Tradizione e appartenenza nazionale hanno sempre contraddistinto il popolo del Sol Levante, permeando così anche la sua scena politica. In genere, si ammira del Giappone un certo rigore intransigente e una certa meritocrazia nella selezione della classe dirigente, ma ancora pochi conoscono, in Occidente, i protagonisti che, oggi, calcano la scena di un palcoscenico mondiale in perenne evoluzione.

Il Giappone ha avuto da sempre la felice intuizione di cogliere per tempo i mutamenti a livello internazionale, a volte con esiti positivi, a volte negativi. Per esempio, la rapida industrializzazione della seconda metà dell’Ottocento rispose alla precisa esigenza di inserirsi nel numero delle Potenze mondiali di allora, e così, allo stesso modo, le innovazioni apportate dal Primo Ministro Yoshida nel Dopoguerra furono necessarie alla ripresa economica del Giappone sconfitto in guerra.

Oggi, in egual misura, il Giappone sta rispondendo alle poderose scosse che stanno attraversando il mondo, da Oriente ad Occidente. E se il Sol Levante, pur essendo una grande Potenza asiatica, si è sempre trovato compagno fra i grandi dell’Occidente, fin dalla Conferenza di Versailles, non ha mancato di cogliere la profonda crisi esistenziale che sta attraversando l’anima di questo stesso Occidente. Se l’Ovest è ormai corrotto nel suo rifiuto della sua identità cristiana ed europea, se è ormai decadente nella sua servile prostrazione ad un pensiero unico dominante che non ammette repliche, il Governo di Tokyo propone un diverso modello.

La scean politica giapponese è, dal 1945 dominata dai conservatori nazionalisti, che hanno sempre governato salvo brevissime parentesi progressiste. Si può sostanzialmente affermare che il partito attualmente al governo, il Partito Liberal Democratico, sia l’erede dei partiti delle storiche destre del dopoguerra, come il Partito Liberale di Yoshida Shigeru e di Hatoyama Ichiro, e il Partito Democratico di Ashida Hitoshi (che, a dispetto del nome, era al tempo una forza conservatrice). Ma nonostante la frammentazione storica della scena politica nipponica in vari partiti e varie correnti di partito, e nonostante la storica assenza di guide carismatiche, si può sostanzialmente ritenere che l’unità della linea politica sia data dal radicato senso di appartenenza nazionale. La Tradizione è uno degli elementi che hanno assicurato, sino ad oggi e pur nel rispetto delle diverse posizioni politiche, il mantenimento di obiettivi politici costanti. Un altro elemento è il senso di appartenenza assicurato mediante la discendenza imperiale, come elemento non politico e unificante della popolazione. Ancora, la continuità viene garantita da quella “scuola Yoshida” che aveva informato i ranghi della politica fin dagli anni Quaranta.

Quindi, è la cultura nazionale e l’appartenenza ad essa, e non le sigle di partito, che provvedono alla continuità tra i brevissimi governi del Giappone. La frammentazione partitica si è da sempre avuta in questo contesto, anche tra forze politiche con vedute relativamente assimilabili, ed anche in periodi come gli anni Trenta e Quaranta, chiamati da alcuni Giapponesi come gli anni del “fashizumu” (Fascismo). Non deve stupire, quindi, che l’elemento unificante della politica conservatrice sia la cultura nazionale. E non deve stupire, ancora, se un ruolo sempre più incisivo sia stato assunto dalla Nippon Kaigi, o Conferenza per il Giappone.

La Nippon Kaigi è una sorta di associazione culturale, non partitica, di carattere tradizionalista, conservatrice e nazionalista, creata nel 1997. Oggi, la Conferenza conta circa trentottomila iscritti, diffusi ampiamente nella Dieta, nel mondo dei partiti, e al Governo. Essa conta, tra i suoi membri più influenti, lo stesso Primo Ministro Abe Shinzo, l’ex premier Koizumi Junichiro, e l’attuale vice premier e Ministro delle Finanze Aso Taro, nipote del celebre Yoshida. Ancora, la maggioranza assoluta dei membri della Dieta e del Governo appartengono alla Conferenza. Ma che cos’è, in ultima analisi, la Nippon Kaigi?

Oltre ad avere carattere nazionalista e ad essere il punto di riferimento culturale della destra conservatrice, la Conferenza si propone di adottare un approccio critico sull’ordine instaurato nel Dopoguerra. Le riforme degli anni dell’occupazione statunitense, anche grazie alla sapiente politica di Yoshida, non causarono fratture nell’ordine politico e sociale nipponico. Tuttavia, ciò che la Nippon Kaigi si propone di riformare è in primo luogo l’immagine che il mondo fu portato a considerare relativa al Dai Nippon Teikoku, ossia al periodo del Grande Giappone Imperiale.

Il Processo di Tokyo, esempio della giustizia dei vincitori, aveva portato al carcere, all’impiccagione o al suicidio numerosi esponenti politici del Governo e dell’Esercito Imperiale, a prescindere da una disamina giuridica delle responsabilità individuali degli stessi. Molti statisti, come Hirota Koki e Konoe Fumimaro, vennero accusati di essere criminali di guerra, mostrando l’Impero del Giappone come uno Stato aggressivo e che, per ragioni ignote all’Occidente, si era lanciato alla conquista del mondo. Ancora, le voci del massacro avvenuto a Nanchino nel dicembre del 1937 si erano trasformate in una accusa infamante che, in un modo o nell’altro, aveva colpito un intero popolo, a prescindere dalla verità storica della vicenda, oggi ancora oggetto di dibattito tra gli storici.

La Nippon Kaigi, da questo punto di vista, si propone di mostrare al mondo una diversa versione dei fatti, rispetto a quella redatta dai vincitori. Il Giappone, che è e che vuole restare Impero, la cui idea di una nuova, grande Asia libera e nazionalista non è mai venuta davvero meno, è stanco di chiedere scusa. Essendo passato attraverso la sconfitta e la resa, si ritiene che Tokyo si sia scusata abbastanza per gli errori passati, veri o presunti che essi siano. Così, il Ministero dell’Istruzione del Governo Abe ha provveduto ad eliminare dai libri di testo scolastici, per esempio, i riferimenti ritenuti eccessivamente punitivi per il popolo giapponese.

La Conferenza e i suoi membri di governo sembrano aver compreso che un popolo affonda sempre le proprie radici in una identità nazionale e culturale, in una Tradizione anche spiritruale, che non può essere svilita per ragioni di opportunità politica o economica. La Conferenza, ancora, ha compreso perfettamente come, in un periodo di generalizzata crisi esistenziale dell’Occidente, l’Asia non possa permettersi di perdere uno dei suoi punti di riferimento, come il Giappone. In particolar modo ora che il gigante cinese minaccia i confini del Sol Levante, per le ben note dispute insulari, e la sua economia. Secondo la Conferenza, Tokyo ha chiesto scusa abbastanza, forse anche per errori mai commessi, ed è questo il momento per recuperare l’idea imperiale mai veramente abbandonata.

Nel contesto del mondo bipolare, l’ombrello atomico americano era una garanzia difensiva a cui non era possibile rinunciare e il pericolo rosso era sempre pressante. Ora, con l’emergere di un mondo multipolare, Tokyo cerca di ritagliarsi un proprio spazio geopolitico, anche attraverso un riavvicinamento alla Russia di Putin, mediante un grande accordo di cooperazione difensiva. Il governo Abe, espressione quasi esclusiva dalla Nippon Kaigi, ha colto l’essenza della crisi che attanaglia il mondo contemporaneo, che non è solo una crisi economica, ma una crisi identitaria. E il Giappone, come fu pronto all’alba del regno dell’Imperatore Meiji, vuole risultare pronto anche all’alba di una nuova era, quale che essa sia.

Federico Clavesana