La scuola del sistema

La scuola del sistema

La “crisi”, individuata nei giudizi più comuni quale dimensione predominante e pervasiva della realtà contemporanea, tollera valutazioni divergenti che, nel proposito di identificarne le ragioni e i rimedi, si richiamano a due incompatibili criteri interpretativi: il primo imputa la condizione di incertezza che incombe sul nostro tempo ad un complesso di particolari disfunzioni tecniche, ritenute risolvibili nel quadro del sistema che le ha prodotte; il secondo, basato su una considerazione ben più realistica e persuasiva del presente, postula l’indispensabilità della riedificazione di una vita comunitaria immune dagli ideologismi che hanno funestato i tortuosi percorsi della modernità.

Riguardo alla predetta crisi, non di rado percepita al di fuori di una precisa consapevolezza razionale della sua gravità, giova rilevare come il tentativo di ridimensionarne la portata all’ambito economico, tradisca i pietosi espedienti auto-apologetici dei prezzolati propagandisti di un regime che, costituitosi sulla negazione di valide premesse spirituali ed etiche, ha programmaticamente abdicato al compito essenziale di tradurre nei suoi atti politici le basi di una seria e ponderata azione educativa; parimenti, la sua tendenza a radicarsi in una prospettiva intenzionalmente connotata da un senso di fatale irreversibilità, si rivela, per i fautori interessati di una società decadente, il motivo più idoneo a giustificare il diffondersi dei disvalori connessi alla corruzione democratica.

Se la visione dei problemi relativi all’istruzione compendia e incarna i tratti distintivi di una particolare configurazione politica e sociale, è intuibile come le direttive alle quali si sono interessatamente e implicitamente ispirati i velleitari piani riformistici che hanno intimamente corroso la struttura e le funzioni istituzionali della scuola italiana discendano dalla volontà di interpretarne le confuse e improvvisate istanze innovatrici in termini non dissimili da quelli propri di un sindacato o di un’impresa, conformemente alle inclinazioni ideologiche e agli spregiudicati tatticismi dei governi democratici di destra e di sinistra.

Le conseguenze più vistose del disagio che, innegabilmente, coinvolge la scuola derivano perciò dalle molteplici pressioni ideologiche, sindacali e finanziarie concretizzatesi nella forzata, innaturale istituzionalizzazione di una prassi “inclusiva” (si pensi allo scadimento qualitativo del profilo culturale dei licei classici) che, dissimulando i suoi intenti demolitori dietro la farraginosità di complicate programmazioni sature di implicazioni psicologistiche e pragmatistiche, censurano il carattere “discriminatorio” della selezione e relegano in una posizione strumentale o secondaria la valutazione delle diverse capacità dei discenti.

La demagogia collettivistica, che, in qualità di veicolo privilegiato della sovversione, rivendicava il livellamento dei meriti e il dominio spersonalizzante della “cultura di massa”, trova la sua coerente prosecuzione nella servile e a-critica condiscendenza della democrazia verso il dispotismo sopraffattorio del potere tecnocratico, che persegue il fine diabolico di stravolgere l’ordine del discorso e della realtà.

Tali osservazioni risultano ampiamente confermate dalla drammatica situazione di una scuola che presume vanamente di compensare la sua costitutiva carenza di valide finalità culturali e morali con un pletorico moltiplicarsi di “progetti” dispersivi, che ostacolano una sintetica comprensione della cultura, denotando, in casi frequenti, la sudditanza alle malsane opinioni propagandate da un potere anti-divino e anti-umano.

La drastica minimizzazione del prezioso valore formativo dello studio di discipline fondamentali per l’acquisizione di una sintetica e ordinata connessione concettuale delle conoscenze procede di pari passo con il favore sconsideratamente riservato alle dissennatezze di un minimalismo didattico per il quale, con il sempre più frequente ricorso ai “test” nelle valutazioni scolastiche, gli alunni, felicemente dispensati dall’onere di dar prova delle loro competenze logiche e argomentative, devono limitarsi alla lettura di risposte preventivamente formulate, prima di accingersi ad apporre la fatidica “crocetta” sulla risposta che riterranno giusta o, quanto meno, verosimile.

È davvero il caso di chiedersi in che cosa risieda la validità di prove consimili e quale immagine della cultura possano formarsi scolaresche ignare, inopinatamente e subdolamente indotte a intendere il sapere sulla falsariga di insulsi giochi televisivi!

La contraddizione irrisolta che da tempo insidia la scuola, protraendone indefinitamente la stanca e incerta identità, risiede nel tentativo incoerente di serbare le consuete forme didattiche per renderle funzionali ad un insano sperimentalismo, destinato a determinare il totale svuotamento.

Avvinta ad una logica assembleare che, in sede di valutazione conclusiva degli alunni, delega la responsabilità personale del docente ad un anonimo organo deliberativo, le cui decisioni, spesso prescindenti da serie motivazioni didattiche, sono tutelate dalla copertura legale del falso principio maggioritario; prostrata da un esiziale scetticismo, che sanziona la colpevole rinuncia al compimento di ogni alta missione pedagogica; gravata da una burocratizzazione elargitrice di normative tanto specifiche, quanto disattese, la scuola, al pari della società acefala, da essa perfettamente esemplificata, percorre rapidamente il processo di auto-consunzione della modernità razionalistica, approdando alle plaghe paludose del relativismo e del nichilismo.

Si pensi alla premeditata opera corruttrice ampiamente condotta a danno di bambini e adolescenti dagli astuti oligarchi della dissoluzione, che, in accordo con il truffaldino “pluralismo” democratico, propagano – attraverso la scuola vile e assertiva della contro-educazione – le sataniche mistificazioni della “teoria del gender”.

La perniciosa egemonia che il comunismo ha esercitato sulla scuola italiana, perviene ad esiti consequenziali nella sistematica azione pervertitrice svolta dagli agenti della sovversione ultima: essa, esercitandosi in un contesto segnato dal rapido usurarsi delle precedenti pseudo-certezze storicistiche, ne conserva il fondamentale spirito anticattolico, superbamente proteso a negare la positività ontologica dell’ordine naturale.

In tale situazione, aggravata dai paurosi cedimenti spirituali e teologici di una parte significativa della Gerarchia ecclesiastica – propensa ad accantonare le più autentiche esigenze evangelizzatrici, in ossequio ad una equivoca e ammiccante accondiscendenza con i sofismi di un mondo estraneo alla Verità -, la scuola, pretendendo di legittimarsi attraverso la sua conformistica adeguazione alle tendenze “evolutive” di una società sfaldata, si degrada a rappresentazione paradigmatica della desolante vacuità generata dal nichilismo post-ideologico.

Le proposte di risoluzioni settoriali, per definizione inadeguate a intaccare la fisionomia di un’istituzione che, fin dalla sua genesi, si è rivelata incapace di intendere la cultura al di fuori di banali schematizzazioni di tipo storicistico o sociologistico, denunciano il miope tatticismo di quanti, in nome di una inconcepibile feticizzazione dei pretesi “”valori” della scuola pubblica, tentano di screditare come prova di incultura la critica dei suoi fondamenti ideologici; la volontà di conservare le posizioni politicamente remunerative che discendono da una pregiudiziale difesa della scuola democratica è disposizione rappresentativa della presuntuosa mediocrità del suaccennato riformismo che, ponendosi come il coacervo di torbidi e inconfessati condizionamenti, conferma alla scuola la funzione di centrale intesa alla de-formazione di individui instabili, psichicamente influenzati dagli irragionevoli preconcetti neoilluministici.

A fronte delle falsificazioni perpetrate in ogni campo da una scuola succube del mondialismo massonico e delle sue derive postmoderne, si delinea il compito urgente di reimpostare il problema pedagogico alla luce di una sana antropologia, contemplante il primato della sintesi gerarchica tra la Rivelazione Divina e la recta ratio, quale premessa obbligata per il ristabilimento di una appropriata visione del sapere in rapporto alla vita dello spirito.