Le frontiere, la Apple e la commutatio loci

Le frontiere, la Apple e la commutatio loci

Vasto fragore ha destato l’epifania, in quel della Bocconi, dell’adulato Tim Cook, amministratore delegato, o, per dirla alla maniera d’Albione, chairman di Apple, società paradigmaticamente vessillifera di un certo modo d’intendere presente e futuro, il cui nome e simbolo, peraltro, riporta alla mente quel frutto che Dio comandò all’uomo di non mangiare per non perder il giardino dell’Eden.

Il Cook ha proferito dinanzi all’adulante platea dell’Ateneo che si gloria, inter alia, d’esser stato retto da Mario Monti, nonché delle serrate relazioni cogli attori principali del mondo finanziario anglo-sassone, un assai sentito discorso, ove esponeva la vision del mondo sua e della società da egli stesso rappresentata così come delle istituzioni occidentali in genere.

Una visione che non contempla l’esistenza di frontiere; una visione che guarda il mondo come un tutt’uno; una visione che, ahinoi, non è quella dell’Alighieri, ma che brilla in molti cuori, specie della giovinezza odierna.

Una visione che, in parole povere, loda il dinamismo in se ipsum, la ricerca del novus e il disprezzo per il vetus, preferisce la mobilità alla fermezza, la mutevolezza alla stabilità, il generale a scapito del particolare.

In buona sostanza, una visione che aspira ad assistere ad un’asfissiante entropia. Una fuga perpetua da sé stessi verso l’ignoto.

Se Parmenide considerava l’immutabilità come requisito per antonomasia dell’Ente; e se l’Iperuranio a detta del discepolo di Socrate, ed il Motore Immobile a detta dello Stagirita, erano caratterizzati dalla perfezione che comportava una perentoria e perpetua fissità, ciò che oggi si loda è il movimento, specie se fine a sé stesso.

Il “muoversi”, l’”agire”, il “viaggiare” sono ritenuti imprescindibili caratteristiche del moderno homo oeconomicvs, mobile, intercambiabile, utile ma non indispensabile.

Viaggiate, muovetevi, conoscete cose nuove, abbandonate la meditazione e la riflessione per disperdervi nel labirinto delle sensazioni, degli attimi, dei momenti.

Riempite il vostro tempo col lavoro, in un’ergofilia d’accatto, e nel tempo libero il vostro ozio non sia il nobile otium dei latini, ma sia un tempo riempito dal viaggio e dal consumo più sfrenato.

Ma, come diceva il saggio Re Qohelet, “nihil sub sole novi”. Già Seneca conobbe un’epoca nella quale s’era dissolto il mos maiorum, in ragione della levitas levantina che aveva avvelenato il fiero animo di Roma.

Il filosofo stoico nell’Epistola all’amico Lucilio, a quanti vanamente s’affannavano nei viaggi, rivolgeva questi valenti verbi:

Perciò si intraprendono errabonde peregrinazioni e si corrono senza meta lidi remoti, ed ora per mare, ora per terra fa sue prove l’incostanza, ostile sempre al presente. “Ora andiamo in Campania” Ed ecco che annoiano le dolci mollezze: “Andiamo a visitare terre desolate: andiamo alle balza di Calabria e di Lucania!” Ma in mezzo ai luoghi deserti si cerca qualcosa di piacevole, nei quali poter confortare dal lungo squallore di orridi paesi gli occhi avidi di lusso: “andiamo al famoso porto di Taranto, al soggiorno invernale di più mite clima e alla terra ricca abbastanza anche per contenere l’antica folla”. “E’ tempo ora di volgere il cammino a Roma: da troppo tempo le orecchie non odono il fragore di plauso, giova ormai godere anche del sangue umano.” Dopo un viaggio se ne intraprende un altro e si muta spettacolo con spettacolo. Come dice Lucrezio “così ciascuno sempre fugge se stesso.” Ma che giova, se non sfugge? Segue se stesso e sta alle proprie calcagna, compagno insopportabile”.

Non stupisca questo approccio di Seneca: egli fu maestro dello Stoicismo, la dottrina filosofica nella quale si rifugiarono gli ultimi patrizi romani per fuggire alla miseria dei tempi loro, e ricercare quella stabilità aria, uranica, e solare dinanzi all’instabilità gilanica, ctonia, e lunare che guadagnava terreno nell’epoca loro, nefasta ma comunque più florida della presente. E così, nella propria stabilità e fortitudine, somigliarono ad uomini sulla terraferma che osservarono il naufragio di chi troppo frettolosamente s’imbarcò sulle feluche levantine, per essere poi repentinamente travolto dai flutti del mare.

Allo stesso modo, chi oggi, figlio di Roma e della Tradizione, osservi dalla terraferma il naufragio della modernità atea, cangiante e multiforme, figlia dell’Isola che divenne Pesce e dell’Eterno Errante, potrà, nella tranquillità propria, sorridere beato, nell’attesa che i tempi si compiano e le iniquità scompaiano.

Sino ad allora, non potremo che assistere a questo moto perpetuo ed ossessivo di uomini, popoli, e capitali, senza un senso e senza un obiettivo. Se con la Torre di Babele si cercò quantomeno di raggiungere Iddio, ora si costruisce per raggiungere il Nulla, il Nihil, vero demone guida di quest’Occidente che ha perso la Trebisonda, e che s’affretta verso il precipizio del vuoto in cui cadde il suo padrone cogli angeli ribelli.

Giuseppe Anania