La marcia di Varsavia e il futuro della Polonia

La marcia di Varsavia e il futuro della Polonia

Numeri da capogiro ed estrema soddisfazione per la totale assenza di incidenti, a smentire le previsioni e le accuse mediatiche della vigilia. Questo, in estrema sintesi, la valutazione della manifestazione di mercoledì 11 novembre a Varsavia da parte dell’unanimità dei suoi organizzatori, tra cui spicca la destra identitaria e nazionalista del Ruch Narodowy, “Movimento nazionale”, che comprende a sua volta al suo interno diverse sigle – tra cui Mlodziez Wzsechpolska (MW), la “Gioventù Pan-polacca” – e il forte gruppo militante Obóz Narodowo-Radykalny Falanga (ONR), la “Falange Nazional-radicale”.

La marcia nazionalista denominata Marsz Niepodległości si svolge ormai da diversi anni per celebrare l’indipendenza della Polonia, riottenuta nel 1918 con la fine della Prima Guerra Mondiale dopo le tre spartizioni (1776, 1793 e 1795), che ne avevano sancito la cancellazione alla fine del Settecento, smembrandola tra la Russia zarista, l’Impero asburgico e la Prussia.

La marcia non ha soltanto finalità commemorative, ma ha uno sguardo rivolto al presente e al futuro, anche grazie alla massiccia presenza giovanile frammista a quella di persone anziane, famiglie, e gente di tutte le età.

Il significato della marcia è anche prettamente politico e rivendicativo di un’identità polacca sopravvissuta a più di 40 anni di dominazione sovietica e che oggi si sente minacciata dall’enorme flusso migratorio degli ultimi mesi, che da Africa e Medio Oriente si è riversato in Europa occidentale. Anche se la Polonia è stata toccata, per ora, solo marginalmente dal fenomeno, il timore è quello che la permanenza all’interno dell’UE obblighi la Polonia ad accettare una ripartizione in quote delle enormi masse di profughi e pseudo-tali arrivati in Europa dal Mediterraneo o lungo la rotta dei Balcani. Questo ha rafforzato la ricerca di un’intesa con gli altri paesi dell’Est Europa contrari alla ripartizione, in particolare nel Gruppo di Visegrad (nato nel 1991 sulle ceneri dell’URSS) con l’Ungheria di Orban, la Repubblica Ceca e la Slovacchia.

L’immigrazione ha giocato un ruolo di primo piano nelle elezioni presidenziali e politiche, entrambe svoltesi nel 2015 a distanza di pochi mesi, e ha avuto un enorme peso nel determinare la disastrosa sconfitta dei liberali del PO e delle forze di sinistra e la vittoria dei conservatori del PiS e l’ottimo risultato (quasi il 9% alle politiche) del raggruppamento di nazionalisti e liberali euroscettici al seguito del cantante rock Kukiz (terzo alle presidenziali).

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Le foto, rendono l’idea dell’enorme mole di persone che ha preso parte all’evento (100mila, secondo gli organizzatori), che ha avuto per la prima volta la benedizione del Presidente in carica, Andrzej Duda, che ha invitato la polizia ad assumere un atteggiamento moderato e ha annunciato che avrebbe lui stesso presenziato alla marcia (partecipazione che, però, al momento, non pare avere conferme). Diversamente dagli scorsi anni, la marcia si è, perciò, svolta senza gli incidenti, caratteristici degli anni precedenti, con gli estremisti di sinistra (ridotti a forza residuale nel paese ed estromessi dal Parlamento) e nei pressi dell’ambasciata russa.

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La marea nazionalista di Varsavia chiede, allora, una Polonia libera, sovrana e indipendente da qualsiasi ingerenza di grandi potenze straniere, siano esse di Washington, di Mosca o della stessa Bruxelles, sede dell’Unione Europea. Una particolarità del nazionalismo polacco è infatti quella di fare fatica a guardare a Putin e al nuovo corso della Russia post-sovietica come il nuovo polo identitario e tradizionale attorno a cui raggruppare i vessilli dei nazionalismi europei, che è un po’ una cifra onnipresente nella destra radicale europea. Il mito di Putin come baluardo di un’Europa da Lisbona a Vladivostok fa infatti fatica ad attecchire tra chi fino a poco più di 25 anni fa viveva in uno Stato fantoccio governato da un’oligarchia filo-sovietica, etero-diretta nelle brutali repressioni del 1968 e 1981. Lo sguardo dei nazionalisti polacchi è, dunque, rivolto principalmente verso l’Europa, di cui però non riconoscono tanto le mal tollerate istituzioni ufficiali quanto la comune identità, in special modo cristiana. Questo spiega la presenza di numerose delegazioni internazionali di veri partiti identitari e nazionalisti europei, come l’italiana Forza Nuova, l’ungherese Jobbik e gli svedesi di Nordisk Ungdom. Chissà che la frequentazione assidua di partiti decisamente più favorevoli alla linea del “nuovo zar” non possa progressivamente mutare persino un orientamento così radicato nella storia polacca come la diffidenza verso la Russia.

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Ermanno Durantini