Francesco, quo vadis?

Francesco, quo vadis?

Recentemente (1) la rivista inglese The Spectator ha pubblicato un articolo a firma di Damian Thompson, intitolato The pope vs. Church (Il papa contro la Chiesa), nel quale l’autore descrive la inquietante situazione che si sta delineando nella Chiesa dalla elezione al soglio pontificio di Jorge Mario Bergoglio, Papa Francesco I.

Per la verità Thompson non rivela nulla che gli osservatori della vita della Chiesa già non abbiano rilevato. Egli si sofferma a descrivere la confusione e l’ambiguità che hanno caratterizzato il sinodo sulla famiglia, da poco concluso, sottolineando, però, come si stia facendo strada tra i cattolici praticanti e non progressisti l’idea che qualcosa di molto grave stia accadendo nella Chiesa.

A tale riguardo il titolo dello SpectatorIl papa contro la Chiesa – è tanto eloquente quanto davvero inquietante, un titolo che manifesta il dubbio che pervade molti cattolici preoccupati da tutta una serie di atti e dichiarazioni di cui il regnante pontefice si è reso protagonista, praticamente sin dal giorno della sua elezione a successore di Pietro.

Un fatto è evidente: questo pontificato rappresenta una ripresa del progressismo cattolico, dopo il periodo dei due pontificati – quello di Giovanni Paolo II (1978 – 2005) e quello di Benedetto XVI (2005 – 2013) – caratterizzati da un conservatorismo volto a conciliare le novità del controverso Concilio Ecumenico Vaticano II con il magistero tradizionale della Chiesa, un’impostazione ben rappresentata dalla “ermeneutica della continuità”, formula resa celebre da Benedetto XVI (formula peraltro contestata dai cattolici più critici nei confronti del Vaticano II).

Con papa Bergoglio, i progressisti hanno rialzato la testa, convinti di riprendere in maniera decisa (impazienti di recuperare il tempo perduto…) la “lunga marcia” delle riforme vaticanosecondiste, per trentacinque anni rallentata – secondo alcuni addirittura bloccata – da papi ritenuti conservatori.  

E così, dal momento della elezione a papa dell’ex arcivescovo di Buenos Aires, la suddetta “lunga marcia” del progressismo cattolico è ripresa, col favore degli organi di informazione – in larghissima parte schierati su posizioni laiciste (2) – compito dei quali è quello di creare un clima di “consenso popolare” che accompagni il nuovo corso della Chiesa.

Non è intenzione di chi scrive soffermarsi sugli scandali che, soprattutto a partire dal pontificato di Joseph Ratzinger (Benedetto XVI), hanno investito mediaticamente la Chiesa, la quale si trova in pratica ogni giorno al centro di nuovi o vecchi scandali agitati dal mondo della cosiddetta informazione.

Quello che preme evidenziare è la pericolosissima situazione dinanzi alla quale si trovano oggi i cattolici, peraltro già provati da una crisi post-conciliare che ha contribuito fortemente a ledere l’immagine della Chiesa e la fede di molti.

Grazie alla ripresa del progressismo favorita dall’attuale pontificato, ed al martellamento mediatico che funge da efficace supporto, si sta facendo largo nella cosiddetta opinione pubblica questa malsana idea: Bergoglio sì, Chiesa no. Laddove per Chiesa si intende la struttura gerarchica – quella che i progressisti ed i modernisti chiamano sprezzantemente “costantiniana”, così identificandola col potere temporale (e la brama di questo), ereditato dall’imperatore romano (3) –, la Chiesa fondata sull’insegnamento impartito da Gesù Cristo ai suoi apostoli e da questi trasmesso ininterrottamente col sacerdozio ed il magistero; la Chiesa che amministra i sacramenti e custodisce il depositum fidei, che è chiamata appunto a custodire e a trasmettere integralmente; la Chiesa che afferma e insegna, con l’autorità conferitale dal suo divino fondatore, cosa è bene e cosa è male; la Chiesa formatasi nell’incontro della Rivelazione di Cristo con la filosofia greca (quella di Platone e di Aristotele, sublimata dal genio di San Tommaso d’Aquino) e con la romanità.

Una Chiesa vecchia e deformata da cambiare in toto, al fine di renderla conforme alle sue (presunte) autentiche origini. È questo l’obiettivo del progressismo cattolico, il quale vede nel Concilio Vaticano II l’inizio di una nuova era autenticamente cristiana. Come se, per quasi duemila anni, il Signore si fosse dimenticato della Sua Chiesa, abbandonandola nelle mani di una gerarchia autoreferenziale e infedele.

Proprio la concezione progressista, che vede nel Concilio Vaticano II l’inizio di una nuova Chiesa veramente cristiana – che persegue l’obiettivo di dar vita ad una “chiesa dei poveri” (4) e “democratica”, da contrapporre alla “chiesa gerarchica, autoritaria, dogmatica e dottrinale” – rivela la natura maligna del progressismo cattolico, il quale ha la sua radice nell’eresia modernista, che persegue l’impossibile conciliazione fra cristianesimo e modernità. Una posizione, quella progressista, contraria alla fede nella Chiesa, sposa e corpo mistico di Cristo, alla quale il Figlio di Dio ha promesso l’assistenza dalla sua fondazione sino alla fine dei tempi. Se i progressisti sedicenti cattolici avessero ragione, Dio avrebbe ingannato generazioni di cristiani lasciandoli in balia di una falsa Chiesa, cosa che ripugna al buon senso, prima ancora che alla fede.

Detto ciò, Bergoglio dove va? Che il papa si ponga contro la Chiesa – come ha titolato lo Spectator – è una cosa ripugnante in quanto contraddice la natura dei due soggetti. Non si può concepire, infatti, la Chiesa senza il papa, così come non si può concepire la figura del papa schierata contro la Chiesa, a lui affidata in quanto vicario di Cristo.

Il regnante pontefice ha manifestato in più occasioni la volontà di riprendere con vigore le novità introdotte dal pastorale e non dogmatico Concilio Vaticano II, in questo modo divenendo, di fatto, paladino del progressismo e delle sue istanze. Il sinodo sulla famiglia, del resto, ha palesato posizioni all’interno della Chiesa in aperto contrasto con la dottrina cattolica, nei confronti delle quali non si è percepita con chiarezza la contrarietà del papa.

Alcuni, osservando certi comportamenti del sommo pontefice, sono giunti addirittura ad ipotizzare che egli stia usando la sua autorità per demolire il papato, cosa sconcertante e del tutto in linea con il proposito da sempre manifestato dai nemici della Chiesa.

Così come qualsiasi uomo può – in virtù del libero arbitrio – tradire la dignità della natura umana in cui è radicato, compiendo atti ad essa contrari, anche colui che è insignito dell’altissima dignità di vicario di Cristo può tradire il suo grave compito. E’ una possibilità di cui occorre tener conto in quanto l’assistenza dello Spirito Santo non annulla la volontà dell’uomo che è papa, la sostiene se ben disposta, ma non la annulla. Dunque, che fare? Pregare per le inscindibili figure del papa e della Chiesa e restare fedeli al magistero di sempre, fiduciosi che la promessa di Cristo, non praevalebunt (5), mai verrà meno.

Note:

  1. The Spectator del 7 novembre 2015
  2.  Il laicismo è una posizione culturale e politica – tipica del liberalismo e del progressismo – che rivendica la separazione netta tra la sfera religiosa e quella civile, pretendendo di ridurre al minimo la presenza della Chiesa nella società e l’incidenza della fede nella vita sociale, dunque relegando la religione al solo piano privato ed individuale. In sostanza il laicismo, nella sua forma integrale, pretende l’espulsione della Chiesa dalla vita della nazione. Si badi bene, il rifiuto del ruolo sociale della Chiesa non è da intendere come il rigetto dell’imposizione dei dogmi della fede, bensì come la volontà di impedire l’azione sociale della Chiesa in tema di morale. Il laicismo appartiene alla natura di quella modernità filosofica e culturale, alla quale il progressismo cattolico vuole adeguare il cristianesimo.
  3. Questo indipendentemente dalla inautenticità della “Donazione di Costantino”, il documento su cui la Chiesa avrebbe fondato il suo potere temporale.  
  4. La “chiesa povera” o “dei poveri” e spogliata di ogni segno esteriore che ne rappresenti la dignità di sposa e corpo mistico di Cristo, votata a quel pauperismo che sembra voler fare della povertà – intesa come privazione di beni materiali – un valore da promuovere socialmente, evidentemente vedendo nell’indigenza diffusa il bene della società. Un pauperismo che, in alcuni casi, pare addirittura crogiolarsi nell’indigenza non solo materiale, ma anche morale degli uomini, come se questa fosse una condizione necessaria a vivere un’autentica vita cristiana (quasi la necessità di non rifuggire il peccato per sperimentare la misericordia di Dio). Siamo di fronte ad una evidente stortura del concetto evangelico di povertà, il quale non è l’esaltazione della miseria materiale, quasi fosse un bene in sé, ma il richiamo al distacco nei confronti dei beni materiali ed a riconoscersi, soprattutto spiritualmente, non autosufficienti e bisognosi dell’aiuto di Dio. Soprattutto in un momento storico come quello presente, in cui domina una concezione edonistica e materialistica della vita, va ricordato che il possesso e lo sfruttamento dei beni materiali non è lo scopo della vita degli uomini. I beni materiali, infatti, sono mezzi da utilizzare tanto quanto risultano essere necessari al raggiungimento del fine prossimo – il quale consiste nel bene delle persone, da perseguire nell’ambito della vita terrena (la soddisfazione delle necessità materiali e spirituali tipiche della natura umana) – e del fine remoto, ossia il ritorno alla Casa del Padre dove godere della visione beatifica di Dio. L’idea che la piena realizzazione della persona umana consista nel possesso dei beni materiali e nella soddisfazione che ne può derivare è fondata su un’errata conoscenza della natura umana, la quale è un composto di anima e di corpo (di spirito e di materia), in cui l’elemento più nobile – ossia l’anima di natura spirituale e, dunque, incorruttibile – non può trovare la sua piena soddisfazione in ciò che è di natura prettamente materiale e corruttibile. Questo non significa negare l’importanza delle necessità materiali e dei beni atti a soddisfarle, vuol dire semplicemente riconoscere l’ordine che caratterizza la natura umana. Sempre in tema di pauperismo, poi, vi è un brano del Vangelo di Giovanni (12,1-11) in cui la parte del pauperista tocca a Giuda, il più grande traditore della storia.
  5. “Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam, et portae inferi non praevalebunt adversus eam” (Tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa). (Vangelo di Matteo 16, 18)