Macri vince, ma non troppo

Macri vince, ma non troppo

Mauricio Macri è il nuovo presidente argentino. Con lui vince la volontà di chiudere il ciclo kirchnerista, iniziato nel 2003 con Nestor Kirchner e proseguito con due mandati successivi

della moglie Cristina Fernandez. Daniel Scioli, candidato dell’ “oficialismo” – e nelle simpatie di Bergoglio – paga la sua mediocrità, la scelta del suo vice (l’ex maoista Zanini, attuale consigliere politico della presidente e da lei imposto) e la forte avversione che, anche all’interno del variegato mondo peronista, ha suscitato l’attuale inquilina della Casa Rosada.

I dati sono lì a dimostrarlo. La maggioranza dei voti raccolti al primo turno da Sergio Massa – proveniente dal kirchnerismo e peronista dissidente – pari a oltre il 21 per cento, è andato all’ex presidente del Boca Juniors, Macri.

L’eredità lasciata dal kirchnerismo è pesante. Dopo alcuni anni di altissima crescita, dovuta in particolare al boom de la soja che ha trainato l’economia del Paese fuori dalle secche della crisi del 2001/2002, l’Argentina ha iniziato un generale rallentamento che l’ha portata, oggi, al triste primato di diventare da alcuni anni la nazione con minor crescita nella regione (a parte il Venezuela), superata dalla Colombia come seconda economia dopo il Brasile.

L’inflazione, che sfiora il trenta per cento, la corruzione – che ha coinvolto lo staff presidenziale ed infetta tutti i livelli della vita politica -, il flagello della droga – l’Argentina è divenuta insieme col Brasile il corridoio per il passaggio della cocaina dai paesi produttori (Perù, Colomba e Bolivia) all’Europa – sono problemi provocati od aggravati dal kirchnerismo.

I facili entusiasmi peronisti devono fare i conti colla dura realtà: la politica protezionistica (volta soprattutto a evitare che le importazioni privassero il banco centrale della riserva in dollari, garanzia della debole moneta nazionale) ha allontanato gli investitori dal Paese, impedendo l’arrivo di nuove risorse, la creazione di nuovi posti di lavoro, la realizzazione di nuove infrastrutture in un Paese ancora fermo, sotto questo aspetto, a cento anni fa.

Altrettanto ha provocato la politica valutaria: lo stato rastrella tutti i dollari e gli euro in circolazione convertendoli in pesos ed offrendoli a tassi più alti, togliendo agli Argentini l’unico strumento di risparmio, una moneta forte che, a differenza del peso, non si deprezza.

La politica interventistica dello Stato ha aumentato i debiti e mantenuto vecchie sacche clientelari (la compagnia aerea di bandiera, Aerolineas Argentinas perde più di un milione di dollari al giorno). La politica sociale, fatta di sussidi generalizzati, si è trasformata in un meccanismo assistenzialistico politico-elettorale che ha costretto il banco centrale a stampare moneta creando inflazione pura, senza alcun ritorno in termini d’investimento e di impiego.

Ciò nonostante, la pancia del Paese resta peronista; alla Camera e al Senato Macri non possiede la maggioranza dei seggi, la sua coalizione è largamente minoritaria, strasuperata dai rappresentanti del complesso mondo “justicialista“. Questo dato, oltre a confermare come il voto di ieri sia stato sostanzialmente un referendum anti-kirchnerista, può in qualche misura compensare le pesanti e motivate perplessità che il neo presidente, liberale in politica ed in economia, legittimamente suscita.

Mauricio Macri inoltre è sicuramente uomo ben visto, oltre che da ambienti imprenditoriali, da Stati Uniti e da ambienti atlantisti. Le sue prospettive geopolitiche non sono chiare, laddove anche il più sbalestrato dei peronisti possiede una visione geostrategica per il suo Paese, ereditata dal General ed infatti, a dispetto del resto, la Kirchner l’aveva in parte dimostrato. Questo è il vero dilemma per un Paese che ha un’importanza capitale dal punto di vista geopolitico.

Ma il neo presidente ha le mani legate da una maggioranza parlamentare non a lui allineata, fatta magari d’un peronismo turbolento, demagogico e confusionario, ma che è quello che offre oggi l’Argentina. Questa, dopo la sconfitta del kirchnerismo, è la seconda buona notizia.

Gianni Correggiari