Euro, mercati, democrazia, 2015 – RIPENSARE L’UNIONE DELL’EUROPA

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Il finesettimana del 14-15 novembre 2015 si è svolta, al Centro Congressi dell’Hotel Serena Majestic di Montesilvano, la ormai tradizionale iniziativa annuale “Euro, mercati, democrazia”, promossa dall’associazione A/simmetrie, in collaborazione con il dipartimento di Economia dell’Università degli Studi di Chieti e Pescara “Gabriele D’Annunzio”. Si tratta di un convegno, giunto ormai alla sua 4^ edizione – quest’anno col sottotitolo: Ripensare l’Unione dell’Europa – , promosso dal professor Alberto Bagnai, docente di Politica economica presso la sopracitata Università di Chieti e Pescara. L’evento raduna intellettuali, economisti e politici – di destra e di sinistra -, accomunati sostanzialmente da un approccio molto critico verso il processo di integrazione europea, culminato, negli ultimi decenni, con la nascita dell’Unione Europea e della moneta unica di gran parte dei suoi paesi membri, l’Euro.

Dalla community del suo seguitissimo blog, Goofynomics, il professor Bagnai ha avviato, sin dai tempi del governo Monti del 2011, una lotta culturale e intellettuale senza quartiere contro le degenerazioni politiche ed economiche a cui ci stanno portando gli strenui difensori della moneta unica. Totalmente ciechi di fronte agli sconquassi causati alle economie dell’Europa del sud, i sostenitori dell’Euro continuano imperterriti a ritenere quella che è una semplice unione monetaria l’irreversibile e irrinunciabile realizzazione del sogno dell’integrazione europea (negli ultimi anni, a dire il vero, trasformatosi in un vero e proprio incubo). Pur di salvare l’Euro e, con esso, l’Unione Europea, si sono condotte nei cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna, i paesi ritenuti più “fragili” dell’Eurozona) delle politiche di distruzione della domanda interna e di de-industrializzazione che non si possono definire altrimenti se non come criminali.

Per questo motivo, Bagnai ritiene bisogni cercare di creare un fronte comune di politici, economisti,  giuristi e intellettuali, che sia il più ampio e trasversale possibile, in modo da creare le premesse ideologiche per far uscire l’Italia dall’incubo dell’Euro, vincendo il terrorismo mediatico che sembra avvolgere questo tema, in special modo in Italia.

Bagnai si autodefinisce “di sinistra”, ma ha mostrato in più di un’occasione, sul suo blog come in eventi dal vivo, di essere disponibile a dialogare con le forze politiche più disparate, con l’obiettivo di trovare una sintesi temporanea e contestualizzata che possa avviare la comune battaglia contro Euro e Unione Europea. Da qui il dialogo con il leader della Lega Nord Matteo Salvini (presente al convegno, dove è stato intervistato dal giornalista del Daily Telegraph Ambrose Evans-Pritchard), ma anche con vari esponenti del Movimento 5 Stelle (tra cui il deputato Alessandro Di Battista, che al convegno non ha potuto però presenziare a causa di alcune urgenze parlamentari, dovute agli strascichi dei fatti di Parigi del 13 novembre sulle missioni internazionali italiane).

A questa convinzione di unire forze provenienti da tutti gli schieramenti politici, si è sommata, nell’edizione di quest’anno, l’esigenza di internazionalizzare il tema, mostrando come anche all’estero, persino nella tanto decantata Germania, ci sono economisti come Heiner Flassbeck (economista keynesiano, membro della SPD e sottosegretario al Ministero delle Finanze tedesco negli anni 1998-1999), che condividono molte tematiche dell’impostazione di Bagnai e concordano con lui sulle responsabilità tedesche e del sistema Euro per una crisi iniziata nel 2008-09 e che, al di là delle mirabili sorti e progressive narrate dal discorso renziano, non sembra dare cenni di una vera e definitiva fine.

Il convegno di Montesilvano si è aperto con una prolusione del Prof. Luciano Canfora, famoso filologo classico, candidato nel 1999 coi Comunisti italiani, sul tema “Libertà e schiavitù”. Tale dicotomia sostanzia la realtà stessa del mondo greco e latino, incentrato sulla netta differenziazione tra liberi e schiavi.

Il tema ha, però, un’evidente possibile attualizzazione, tenuto conto dell’argomento del convegno. Pur trovandoci nella supposta era post-ideologica, della Democrazia realizzata e vittoriosa, che avrebbe posto la parola “fine” alla Storia stessa come processo (come teorizzato da Francis Fukuyama nel 1992, all’indomani della caduta del Muro di Berlino), la nostra libertà appare sempre più messa a rischio dai vincoli posti da istituzioni sovranazionali, i cui membri non sono eletti da nessuno e che, coi loro vincoli (ma potremmo chiamarli ricatti) economici e finanziari, impongono le loro volontà, anche se in contrasto con quelle della maggioranza del singolo paese sottomesso a tali istituzioni. Ciò è recentemente accaduto in Portogallo, all’indomani delle elezioni politiche che hanno assegnato una potenziale maggioranza a un’alleanza tra socialisti e Bloco do Esquerda, sostanzialmente contraria all’austerità. Il Presidente Anibal Cavaco Silva si è rifiutato di dare l’incarico di formazione del governo al leader della coalizione e ha invece dato incarico all’ex-premier uscente di centro-destra Pedro Passos Coelho di formare un esecutivo di minoranza, motivando la sua scelta in base al fatto che “i mercati” non avrebbero tollerato la scelta fatta dagli elettori e il paese ne avrebbe risentito enormemente sul piano finanziario. Tutto ciò stride ovviamente in maniera totale con le teorie di Fukuyama: la democrazia, lungi dal realizzarsi completamente come unico e ultimativo modello di organizzazione politica, sta cedendo il passo a un sistema di governo se possibile di gran lunga peggiore. Un governo di istituzioni sovranazionali rette da personaggi legati alle oligarchie finanziarie, all’interesse delle quali pressoché esclusivamente dedicati. Un chiaro esempio di ciò è l’Unione Europea, nata fin dalle origini come fase embrionale dei costituendi Stati Uniti d’Europa. Al momento restano in piedi molte divisioni nazionali e le spinte sovraniste dell’Europa dell’est, unite all’ingombrante ruolo della locomotiva tedesca, hanno finora frenato questo processo di integrazione e sovra-nazionalizzazione, di cui recentemente si è però tornato a parlare come di un destino ineluttabile, che porterà a un’Europa unita in un solo Stato con la sua moneta, l’Euro. Il filosofo marxiano Diego Fusaro, contestualmente alla presentazione del suo libro Il futuro è nostro (2014), ha però contestato questa idea di ineluttabilità e, da tempo teorizzatore di un largo fronte comune contro l’Euro e l’Unione Europea – che vede quali rappresentanti contemporanei del Grande Capitale -, ha invitato a far coesistere ottimismo della volontà e pessimismo della ragione, continuando a impegnarsi, ognuno nel proprio contesto politico, per una nuova idea di Europa e di società, diversa da quella neoliberista e preconfezionata.

I partecipanti al convegno si sono sostanzialmente trovati concordi nel delineare questo difficile quadro in cui si trova attualmente l’Europa politica, e nella volontà di opporsi a questo disegno, da destra come da sinistra. Il discorso cerca di tenere assieme lo smantellamento concordato dell’Eurozona, per fare ritorno alle singole valute nazionali e alla flessibilità dei cambi (la cui perdita è, secondo Bagnai, uno degli elementi-chiave della crisi che l’Italia e altri paesi del sud dell’Europa stanno soffrendo) e la ridisegnazione totale dell’Unione Europea per come è stata concepita sin dal Trattato di Maastricht – molte clausole del quale risultano incompatibili con la stessa Costituzione Italiana, come sostenuto da Vladimiro Giacchè nel suo saggio “Costituzione italiana contro Trattati Europei: il conflitto inevitabile” (2015), presentato nel corso dell’evento. Le sfumature sono state diverse nel corso del convegno a questo proposito – in special modo durante la Tavola rotonda “politica”, che ha visto partecipare Claudio Borghi Aquilini (Lega Nord), Guido Castelli (Forza Italia), Antonio Triolo (Fratelli d’Italia), Gianni Melilla (Sinistra italiana) e Ugo Boghetta (Partito della Rifondazione Comunista) – ma l’idea comune che ne è risultata è che il processo europeo, per come si è svolto, è da ritenersi fallimentare e va, come minimo, ricominciato da capo, ripartendo da liberi Stati nazionali che decidono di concertare politiche comuni su determinate questioni. Essere partiti dalla moneta unica per avviare il processo di integrazione europea è stata una scelta fallimentare e criminale, che ha assoggettato le economie mediterranee alla potenza tedesca e che, invece di allontanare i rischi di una nuova guerra europea, sta rinfocolando vecchie inimicizie novecentesche.

E’ stata messa in risalto a più riprese l’enorme responsabilità della sinistra – da cui il processo di integrazione europea ha avuto inequivocabilmente origine (con Altiero Spinelli e i Ventotene Boys) – per l’esito disastroso che ha avuto il sogno dell’Europa unita, realizzatosi in una pseudo-Unione monetaria e di bilancio, dotata di vincoli strettissimi (basati su neoliberismo e politiche economiche procicliche), ma inesistente a livello di politica estera, coi singoli Stati che continuano ad andare ognuno per conto suo. La sinistra ha perseguito in questo modo nefasto il processo di integrazione europea semplicemente perché alla sua base ideologica stanno odio e pregiudizio contro gli Stati nazionali, visti come istituzione retrograda e reazionaria da superare in vista del socialismo universale realizzato. Facendo questo, la sinistra ha frattanto completamente smarrito le lotte per i diritti sociali e, al contrario, si è ritrovata a sostenere e a difendere dopo decenni un processo di integrazione avviato da lei, ma che si è concretizzato nella progressiva eliminazione e cancellazione di diritti sociali a cui stiamo assistendo grazie ai miracoli del mercato unico europeo, fatti di alta disoccupazione, crollo dei salari, tagli al bilancio statale, politiche di contrazione della domanda. Tale responsabilità è stata riconosciuta anche da esponenti della stessa sinistra, come Alfredo D’Attorre e Mimmo Porcaro.

In questo contesto, è infine d’obbligo citare per sommi capi quello che sostiene Bagnai riguardo all’Euro e alla crisi che stiamo vivendo, rimandando a un futuro articolo per una teorizzazione più completa. Presentata dai media e dalle élite politiche europee come una crisi di debito pubblico da risolvere tramite politiche di austerità basate su assunti neoliberisti, la crisi del 2008-09 è, secondo Bagnai, una crisi di debito privato estero dei cittadini dei paesi del Sud Europa con quelli del Nord Europa. La crisi è dovuta in primo luogo a uno squilibrio nella bilancia dei pagamenti, non rimediabile in altro modo che con la distruzione della domanda interna dei paesi dell’Europa del Sud, non essendo più possibile utilizzare, come in precedenza, la leva del cambio, a causa della moneta unica (ma i problemi iniziano già nel 1997, col sistema dei cambi fissi che precede l’ingresso dell’Italia nell’Euro). Per Bagnai uscire dall’Euro non è sicuramente la condizione sufficiente, ma è una condizione necessaria perché l’Italia possa farcela. Il suo intervento nel corso del convegno ha ricalcato la sua teorizzazione sull’Euro, andando a toccare alcuni punti specifici, rispondendo alla “critiche” (se così si possono chiamare delle teorizzazioni posticce e improvvisate) di Lucrezia Reichlin dalle colonne di Repubblica, e concludendo con alcune previsioni riguardo all’inevitabile esito nella stagnazione della flebile mini-ripresa che stiamo vivendo ora. Essa è dovuta essenzialmente a tre fattori internazionali (il quantitative easing avviato dalla BCE; i tassi di interesse sui titoli di Stato molto bassi; il prezzo del petrolio, e quindi dell’energia, molto basso), destinati a venire a mancare tra qualche tempo.

Le teorizzazioni di Bagnai hanno dalla loro la forza della assoluta differenza rispetto alle fallimentari politiche europee adottate finora e della grande abilità nello scrivere e nel parlare del professore, in grado di spiegare con chiarezza e linearità una materia complessa come l’economia, e nel contempo di dialogare con forze provenienti da aree ideologiche molto differenti. A questo tentativo si è prestato nei suoi due libri di divulgazione economica, Il tramonto dell’Euro (2012) e L’Italia può farcela (2014), due libri consigliati a chi vuole approfondire una lettura eterodossa della crisi economica che circonda le nostre vite e le possibili (radicali) soluzioni da adottare contro di essa.

Ermanno Durantini