Puzzle di guerra

Puzzle di guerra

Gli attentati di Parigi del 13 novembre, come era chiaro fin da subito, non sono rimasti senza conseguenze di larga portata.

Il violento shock sembra aver, almeno parzialmente, risvegliato dal loro torpore le cancellerie europee, quanto meno quella francese.

Il cambio di rotta in politica estera di Parigi sembra infatti netto. La posizione di Hollande è passata da una intransigente ostilità verso Assad, contro il quale la Francia, fino al più recente passato, ha più volte e fortemente caldeggiato l’intervento militare, ad una ben più accomodante posizione, per cui è lo Stato Islamico, e solo lo Stato Islamico, la priorità da affrontare attualmente.

Il cambio di atteggiamento, probabilmente consigliato al presidente dagli ambienti militari – che paiono, secondo le indiscrezioni, decisamente insofferenti verso la gestione politica di questi accadimenti – si è manifestato anche nei confronti dei due più grandi attori mondiali coinvolti: Russia e Stati Uniti.

Hollande ha infatti dato segnali di disgelo verso la Russia, prospettando un coordinamento tra le forze militari russe e quelle francesi presenti sul teatro siriano e coinvolte contro l’Isis.

Sulla stessa linea di condotta, ha domandato a Obama, nel loro ultimo incontro a Washington, di mutare atteggiamento nei confronti della Russia, cercando di costituire una grande coalizione che, messi da parte tutti i punti di divergenza, si focalizzi solo sul problema dell’eliminazione dell’Isis.

La risposta americana è però stata, come prevedibile, fredda. Obama ha ricordato che una coalizione anti-Isis esiste già, composta da 65 nazioni e che conduce (o, viene da dire condurrebbe, vista la loro totale inefficacia) da due anni raid contro lo Stato Islamico. La Russia non fa parte di questa coalizione e Obama ha ribadito che non potrà farne parte finché non cesserà di sostenere Assad. Per concludere, il presidente americano ha ricordato – un mantra per i media occidentali – che i russi concentrano sullo Stato Islamico non più del 20% delle proprie forze dispiegate in Siria e dei propri raid, e che, perciò, essendo i restanti 80% rivolti contro i cosiddetti “ribelli moderati”, una cooperazione sarebbe impossibile.

Evidentemente, alla Casa Bianca si pretende, ancora, di poter vendere la favola dei “ribelli moderati”. Al Cremlino, con ben più pragmatismo, invece, sin dall’avvio dell’impegno russo, si è sempre precisato che l’offensiva sarebbe stata volta contro “l’Isis e gli altri gruppi di terroristi”.

Doveroso perciò ricordare che, nel variopinto e variegato campo dei ribelli non-Isis, la formazione principale sia Jabhat al-Nusra, ossia una formazione nata come emanazione di al-Qaeda in Siria, e che la seconda sia invece Ahrar al-Sham, un’altra formazione salafita, con membri stimati tra i dieci e i ventimila, facente parte del Fronte Islamico, una sigla raggruppante un’altra decina di gruppi ispirati dal fondamentalismo islamico di entità minore, che, pur non riconoscendosi nel Califfato, non sono certamente meno pericolosi.

L’attenzione dell’Occidente, infatti, si è ora focalizzata solo sull’Isis, per la novità del suo progetto, la statualizzazione del fondamentalismo. Questo, però, non può giustificare l’oblio verso il resto della galassia salafita; basti ricordare, a titolo di esempio, che gli attentati del 7 gennaio di Parigi non erano certamente a firma Isis, quanto a firma di Ansar al-Sharia, altro gruppo, questo principalmente basato in Yemen, legato alla galassia di al-Qaeda.

Per rendersi d’altra parte conto di quanto siano “moderati” questi ribelli, è sufficiente vedere le immagini ripugnanti che li vedono mitragliare, in spregio di qualunque convenzione internazionale, oltre che di qualunque buonsenso, i due piloti russi paracadutatisi dopo l’abbattimento del loro velivolo, il tutto al grido di Allah u’Akbar.

Inoltre, anche al netto di tutte queste considerazioni, quel 20% dei raid russi, ammesso e non concesso che le stime Usa siano attendibili, ha comunque palesemente sortito più effetti e arrecato più danni del 100% dei raid della coalizione a guida americana, la quale, è da ribadire, in due anni non ha minimamente ostacolato l’avanzata dello Stato Islamico.

A far sospettare su quale sia in verità il reale schema delle alleanze è, ancor di più, la vicenda dell’abbattimento turco del jet russo.

Indipendentemente dalla questione di merito, se l’aereo abbia veramente sconfinato in Turchia – per 17 secondi secondo la versione turca, ossia comunque estremamente poco per giustificare una tale aggressione – , la Turchia ha mostrato ormai senza ritegno chi veramente sostenga nel conflitto in Siria.

Il gesto è stata una chiara provocazione rivolta a Mosca, che Ankara pensa di potersi permettere grazie allo scudo Nato di cui facilmente si può avvalere.

Allo stesso tempo, però, Erdogan si espone a “tirare la corda” veramente troppo; fino a quando, infatti, l’Europa potrà fingere di non vedere che l’Isis vende il proprio petrolio tramite il confine turco? Fino a quando si potrà fingere di non sapere che tutti gli islamici europei che si recano in Siria, presso l’Isis o presso altri gruppi, per combattere e ricevere addestramento, per poi tornare in Europa a portare la Jihad – come sanno adesso i cittadini di Parigi e Bruxelles -, passano tutti dalla Turchia ? Fino a quando si potrà fingere di non sapere che la Turchia si sta avvalendo dell’Isis per fare una guerra per procura contro i curdi, suoi storici avversari?

Probabilmente Erdogan ha pensato che ciò sia possibile ancora per molto, dato che è recente la notizia che l’UE abbia staccato un assegno di tre miliardi di euro in favore della Turchia come rimborso per la “gestione della crisi dei migranti”.

E’ singolare che tali fondi non si assegnino alle nazioni di confine dell’Unione Europea, Italia o Ungheria ad esempio, ma alla Turchia, che a sostenere la crisi dei migranti ci pensa attivamente, sostenendo e fomentando palesemente la guerra nella regione.

Considerazioni simili a quelle su fatte su questo membro della Nato si possono fare sugli altri “partner” dell’Occidente nella regione. Chi sarebbero infatti gli alleati dell’Occidente a guida americana?

La risposta è facile : Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi, ossia tutte le monarchie petrolifere del Golfo, tutte nazioni rette secondo i dettami del sunnismo wahhabita – ossia la forma più radicale dell’Islam (quella dalla quale, per gemmazione, sono nate al-Qaeda e lo Stato Islamico) -, tutte nazioni in cui vigono sanzioni penali simili a quelle esercitate nello Stato Islamico (ad esempio, in Arabia Saudita la polizia religiosa, la Muttawwi’a, sanziona con la morte la predicazione del cristianesimo o il possesso illecito di una  Bibbia), tutti paesi da cui partono fiumi di denaro, e di armi made in Usa, verso le formazioni salafite in Siria, in Iraq, in Europa e nel resto del mondo. Tutti paesi, inoltre, alleati degli Usa.

A controprova di questa macroscopica discrasia e ipocrisia dilagante, ci sono le parole che il principe saudita Saud Faysal non ebbe il pudore di trattenere in un incontro ufficiale col segretario di stato americano John Kerry: “l’Isis è la nostra risposta sunnita all’avvento di un governo sciita a Baghdad”.

In questo scenario sembra, perciò, sempre più necessario e doveroso che l’Europa si sfili da questi alleati o presunti tali, Turchia, Arabia Saudita, Qatar e Stati Uniti.

Probabilmente, però, il torpore europeo continuerà e lo shock di Parigi, e l’approccio più collaborativo che la Francia ha ricevuto da Gran Bretagna e Germania, non basterà certamente a separare l’Europa dall’opprimente tutela americana e a riavvicinarla alla Russia.

Non basterà certo a eliminare il problema che la classe politica europea ha lasciato crescere a dismisura per decenni, ossia l’installazione in Europa di enormi comunità islamiche, né quello dell’abiura totale della propria stessa anima e identità.

Al di là della politica e delle strategie, senza un’anima saremo sempre e comunque terra di conquista, carne da macello.