Contro il terrore, la religione come fatto sociale

Contro il terrore, la religione come fatto sociale

“La religione è un fatto privato, qualcosa da conservarsi scrupolosamente all’interno della propria coscienza.” Questa affermazione è inequivocabilmente falsa.

La religione è un fatto sociale, eminentemente sociale, la cui dimensione comunitaria non può e non deve essere dimenticata. E forse noi Europei lo abbiamo dimenticato, ma possiamo stare tranquilli (si fa per dire) che altri non lo faranno.

Noi Europei, e noi Cristiani, abbiamo da tempo dimenticato che il compito di una società cristiana è quello di costruire la regalità sociale di Cristo anche in questo mondo, considerando e valorizzando la dimensione appunto sociale del fenomeno religioso. Non una religione come instrumentum regni né, tanto meno, come dato meramente etico e moralistico, ma piuttosto una religione vissuta in questo mondo e tra questa nostra gente – insieme –, e come qualcosa che sia visibile. La religione acquista così una dimensione comunitaria, capace non solo di ispirare, ma anche di definire l’assetto identitario di un popolo, anche al di là delle divisioni particolaristiche: di fondare, per esempio, l’Europa.

I crocifissi nelle aule, le festività religiose riconosciute anche come festività nazionali, il computo degli anni dalla nascita di Cristo, la partecipazione del clero diocesano agli eventi della città e la presenza delle grandi cattedrali nelle nostre piazze acquistano, sotto questa luce, tutta una nuova prospettiva. Se così non fosse, del resto, sarebbero delle mere suppellettili di un retaggio storico non più attuale. Ma così non è, o almeno non dovrebbe essere.

L’Occidente, secolarizzato prima e scristianizzato poi, ha provveduto, al contrario, a passare dalla laicità al laicismo e a relegare la religione ad un mero ruolo di voce della coscienza. Ogni aspetto genuinamente religioso viene confinato nell’ambito dell’incomunicabile, negli anfratti più profondi della soggettività, destinato a non trovare più alcuna via di comunicazione sociale, se non le mere riunioni private di fedeli – le catacombe. D’altra parte, ogni residuo ruolo sociale della religione è stato trasformato in dato etico, con l’intento mai veramente sopito di trasformare la missione della Chiesa, da Istituzione che rende visibile Cristo nella società a ONG equo – solidale.

Ma se noi abbiamo progressivamente perso il senso sociale della religione, c’è chi non lo ha fatto. Dopo i tragici fatti di Parigi urge una riflessione, che si impone in tutta la sua virulenza alla nostra attenzione, e che anche i più o meno competenti schermidori di idee usualmente banali hanno, infine, toccato. Il mondo islamico – ad eccezione di quella parte che lo è solo di nome – non ha mai scordato il ruolo sociale della propria fede. Ad eccezione, ancora, dei regimi laici sovente retti da governanti baathisti, o in cui comunque la laicizzazione è stata imposta forzatamente, come nel caso della Turchia di Kemal Ataturk, il mondo islamico è un mondo profondamente resistente ad ogni secolarizzazione.

Questo, tuttavia, non è solamente un fatto casuale – non siamo così ingenui –, né tanto meno dovuto al mero fatto che l’Islam, che nasce dall’Egira, è più giovane di 622 anni rispetto al nostro mondo. Per analizzare il fenomeno è innanzitutto opportuno conoscere la complessa antropologia che si cela dietro il pensiero islamico, in cui a differire rispetto al Cristianesimo non sono semplicemente i contenuti, ma l’intero rapporto, concettuale e devozionale, tra l’uomo e Dio, e tra l’uomo e la Scrittura. Senza addentrarci in discorsi troppo complessi, basti pensare che la Rivelazione coranica investe tutti gli aspetti della vita del fedele, nel senso di non prevedere alcuna distinzione tra peccato e reato, tra foro esterno e foro interno. Chiunque abbia dimestichezza con la Storia vedrà che il mondo cristiano, per la stessa natura della sua Rivelazione, ha sempre avuto tale distinzione, che si rifletteva innanzitutto – e si riflette tuttora – in una partizione giuridica ed istituzionale. E’ sufficiente citare l’Inquisizione, tribunale ecclesiastico che, tuttavia, nulla poteva riguardo all’esecuzione delle sentenze senza il suo braccio secolare, facente capo ad altre istituzioni temporali e non ecclesiastiche.

Il mondo islamico, quindi, non solo non ha ancora attraversato una fase di secolarizzazione, ma non potrà nemmeno farlo, almeno senza snaturarsi, proprio perché sono i presupposti di base ad impedirlo, nonché la stessa struttura di pensiero – almeno nelle principali confessioni, eccettuando le componenti più gnostiche, come per esempio l’Alawismo.

A fronte di un mondo siffatto, in cui la religione conserva ancora il suo ruolo potentemente sociale e permea ogni aspetto della vita dei fedeli, ci si potrebbe chiedere quale debba essere la risposta dell’Europa. Tralasciando gli aspetti meramente militari e strategici e venendo ad un discorso meramente sociale, risulta chiaro ed evidente – almeno a chi voglia condurre una lucida analisi senza svendersi al soldo del farisaico buonismo – come l’Europa non possa inquadrare con categorie proprie un fenomeno che proprio non è. Non può ignorare il fondamento religioso di questo tipo di fondamentalismo (affermando semplicemente che “non è Islam”), perché essa stessa ha perso ogni fondamento religioso già posto a base della sua costituzione identitaria e culturale. Non può, ancora, replicare a questo tipo di concezione con la propria esasperata laicità, con i propri esasperati principi di indifferenza verso i fenomeni religiosi, in nome di un’uguaglianza meramente formale. Eppure, le reazioni ai vari attentati sono state le più assurde: da Imagine di John Lennon, alle iniziative di sciacallaggio commerciale con loghi e mostrine, alla proposta di combattere il terrore a colpi di tolleranza e diritti gay (e non è una provocazione, è una proposta realmente avanzata in seguito agli attacchi di Charlie). Non può, infine, continuare a destrutturare la propria identità alimentando quel vuoto culturale, spirituale, e identitario che offre spazi vitali al terrorismo e al dilagare del fondamentalismo.

I valori che l’Europa dovrebbe opporre ai nostri nemici – perché tali sono – non sono quelli del proprio nulla identitario, ingenuamente propagandato come una conquista storica, quanto piuttosto quelli della propria identità finora tanto odiata e ripudiata. L’Europa, in altre parole, deve riscoprire la funzione sociale della religione – della religione cristiana chiaramente – e solo in questo modo potrà ritrovare quell’identità unitaria e forte, anche culturale, in grado di opporsi ad una civiltà ben precisa e dai caratteri ben definiti, risvegliatasi ora che la sistematica e volontaria distruzione di ogni resistenza le offrono facile terreno.

La religione non è un fatto privato. Lo possono essere tante cose, ma non la religione.