French police patrol near the Eiffel Tower in Paris as part of the highest level of "Vigipirate" security plan after a shooting at the Paris offices of Charlie Hebdo January 7, 2015. Gunmen stormed the Paris offices of the weekly satirical magazine Charlie Hebdo, renowned for lampooning radical Islam, killing at least 12 people, including two police officers in the worst militant attack on French soil in recent decades. The French President  headed to the scene of the attack and the government said it was raising France's security level to the highest notch. REUTERS/Gonzalo Fuentes  (FRANCE - Tags: CRIME LAW MILITARY)

Sindrome “007”: un Grande Fratello europeo per fronteggiare il terrorismo

Un’agenzia di intelligence europea, sul modello del CASA italiano. A questo pensano i governi europei continentali dopo gli attentati di Parigi. Ma siamo sicuri che sia una scelta felice?

Immaginiamo per un momento che l’UE non sia una nomenclatura di camerieri al servizio di banche e multinazionali, ma un organo di natura politica nel senso eminente del termine, rappresentativo dei popoli e delle nazioni europee, posto a tutela dei valori, delle tradizioni, della sicurezza e del benessere dei cittadini. In un organismo di tal fatta, non desterebbe alcun sospetto il recente coro di commenti, istituzionali o provenienti dagli analisti dei media mainstream, diretto a prospettare la necessità dell’istituzione di una agenzia di intelligence coordinata e centralizzata, al fine di creare sinergie e cooperazione fra i servizi informativi dei paesi membri. Infatti, un sistema coordinato di polizia ed un esercito comune sono le cifre caratteristiche, sul piano della effettività, del potere sovrano. Ma, come anticipato, l’Europa “una, sovrana e armata” resta, purtroppo, poco più che uno slogan utopistico, caro a quei movimenti nazionalisti ed identitari che da decenni provano, nei rispettivi Paesi, a denunciare la deriva economicista e oligarchica dell’istituzione comunitaria.

Quindi, sentire il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, e il presidente della Repubblica Italiana (ma lo è realmente?), Sergio Mattarella, proclamare davanti alla riunione plenaria del Parlamento Europeo, lo scorso 25 novembre, che, contro il terrore, “occorre maggiore collaborazione tra i servizi di intelligence della Ue” deve già far porre delle domande su cosa in realtà si stia muovendo “dietro le quinte”. Ma, se sentiamo ripetere il messaggio, più o meno negli stessi termini, sia dal premier Matteo Renzi nel suo discorso alla Sorbona, sia da parte di alcuni opinionisti, a partire dalle pagine del Sole 24 ore, allora tutto lascia pensare ad una precisa volontà, che si sta facendo lentamente assorbire agli acritici e totalmente passivi cittadini Ue, attraverso quelle strategie tipiche del soft power, da anni collaudato in occidente.

Come fu per l’introduzione di Eurojust e del mandato di arresto europeo, con i quali venne introdotto il cosiddetto spazio giudiziario europeo, con la possibilità di aggirare letteralmente le tradizionali tutele di estradizione, oggi si vuole mettere a disposizione del Leviatano tutta la mole di dati riservati in possesso delle agenzie di intellegence nazionali. In Italia, abbiamo avuto l’esempio del CASA, Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo, voluto nel 2002 dall’allora ministro dell’interno Beppe Pisanu, che consta di un centro strategico con funzione di “situation room” e raggruppa esponenti di tutte le forze di polizia e di intelligence italiana. Dunque, è sempre la leva della minaccia del terrorismo di matrice islamica che viene usata per aumentare il controllo sulle masse e spogliare di sovranità ed indipendenza i popoli europei.

In realtà, l’idea di una simile struttura circola già da qualche anno negli ambienti governativi europei e degli addetti ai lavori (entità mitica, propria del burocratese). Già nell’aprile 2015, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Marco Minniti, in una lunga intervista rilasciata al mensile on-line Specchio Economico, già prospettava la costituzione di un CASA europeo, rilevando, si badi bene, come la cooperazione tra agenzie europee fosse ottima. Ma il problema, sottolineato da analisti ed esperti, rimane quello della gelosia esistente tra le varie agenzie, il quale rimarrebbe un ostacolo ad una reale condivisione dei dati. Basti pensare che i servizi francesi hanno messo a disposizione degli investigatori italiani i primi dati sugli attentati di Parigi solo una settimana dopo dagli stessi. Inoltre, rimarrebbe insormontabile la barriera inglese, che giammai metterebbe la sua struttura, formata da oltre 6000 agenti, alle dipendenze di una struttura europea.

Fattibilità o meno del progetto, resta un dato politico. Gli alleati (padroni?) di oltreoceano, in quel di Washington, cominciano a mal tollerare la frammentarietà nazionale che caratterizza l’Unione Europea. In un momento storico, come quello attuale, caratterizzato da una divisione multipolare in blocchi economici, gli Usa non possono permettersi un alleato debole e incapace di prendere decisioni unitarie. Come sulla questione Ucraina, il permanere di residui di interessi nazionali pone un freno alle azioni statunitensi in chiave anti-russa. Oggi più che mai, quindi, è compito dei movimenti nazionalisti ed identitari cercare di difendere il baluardo della sovranità e cercare di orientare verso la Russia le scelte strategiche geo-politiche dei propri Governi.