La libertà di espressione, valore assoluto o subordinato?

Brevi note per un inquadramento dottrinale della questione

bocca dela verità

Conoscerete la Verità e la Verità vi farà liberi (Vangelo di S. Giovanni 8, 32)

La promulgazione di leggi repressive come la cosiddetta “Legge Mancino” (1), pone, ad un movimento politico di natura radicalmente contraria alla modernità, dei problemi non solo dal punto di vista pratico ma, in certi casi, anche dottrinale.

Alcuni, infatti, chiamano “liberticide” tali leggi, in quanto esse conculcherebbero il principio della libertà di espressione, uno dei capisaldi della moderna democrazia e del pensiero liberale in tutte le sue declinazioni.

Ora, bisogna porre molta attenzione a non scivolare nell’equivoco, rivendicando il diritto all’agibilità politica e culturale in nome di un estraneo e falso principio.

La libertà di opinione – intesa come la possibilità, garantita dalle leggi dello Stato, di manifestare pubblicamente idee di qualsiasi tipo – è un valore della modernità, fondato sul rifiuto della Verità oggettiva, in virtù del quale, per esempio, anche i pedofili potrebbero pubblicamente fare l’apologia della propria perversione (in una coerente democrazia moderna e liberale, ne avrebbero tutto il diritto).

La libertà, a differenza di quanto pensano i liberali, non è un valore assoluto, ossia senza limiti, bensì una possibilità – tipica della natura umana – che pone l’uomo nella condizione di scegliere i mezzi migliori per conseguire il proprio fine. Il vincolo o limite, dunque, è costituito dal fine: scegliere i mezzi ritenuti migliori per conseguire il fine, ossia realizzare se stessi conformemente alle inclinazioni della natura umana (2).

È evidente che l’esercizio della libertà presuppone una capacità di discernimento, che deve essere coltivata attraverso l’educazione e la disciplina.  Al di fuori di ciò, la libertà è una fandonia, in nome della quale gli uomini divengono capaci di compiere ogni tipo di nefandezza.

Lo Stato – quale organizzazione politica della società, avente la funzione di perseguire, in via diretta sul piano naturale, la realizzazione del bene comune dei governati – ha il dovere di vigilare ed esercitare la censura, ossia impedire che determinate attività possano minare l’integrità morale e fisica del popolo.

Dunque, la censura è cosa buona e giusta. Essa è del tutto doverosa e legittima, quando viene applicata al fine di proteggere i costumi conformi all’ordine naturale.

È, invece, necessario e doveroso contestare le leggi repressive, promulgate dal sistema liberal-democratico al fine di garantire la propria esistenza fondata sul rifiuto e la negazione dell’ordine naturale; un sistema che, per difendersi, arriva anche a contraddire palesemente se stesso, negando quello che considera e proclama essere un valore assoluto: la libertà di pensiero in foro esterno (3).

Contraddizione che svela una realtà difficilmente contestabile: la falsità su cui si basa l’esistenza del sistema stesso. In ciò che è contraddittorio, infatti, vi è del falso.

Il diritto all’agibilità religiosa, culturale e politica non deve essere rivendicato in nome di una presunta assoluta libertà di espressione del pensiero. Quello che, legittimamente e doverosamente, occorre rivendicare è, in primo luogo, il diritto di conoscere la Verità e di conformarvisi – dovere precipuo di ogni uomo che voglia onorare la dignità della propria natura e conseguire il proprio fine – ed in secondo luogo la possibilità di vivere conformemente ad essa anche sul piano delle relazioni sociali, quando questo non contrasti con l’ordine naturale e la legge morale oggettiva che ne deriva (4).

Il diritto alla Verità, dunque, è fondato sul dovere morale che ogni uomo ha di cercarla e di adeguarvisi, ed ogni impedimento affinché ciò si adempia deve essere rimosso.

Note:

1. LEGGE 205/1993 del 25 giugno 1993, n. 205 – Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, recante misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa.

2. L’inclinazione naturale è il rapporto di congruenza tra una certa azione e la natura di chi la compie. Le principali inclinazioni naturali che caratterizzano l’uomo sono:

  • la conservazione della vita (prima di ogni cosa, occorre vivere);
  • l’unione dei sessi, l’allevamento e l’educazione dei figli;
  • la vita in società e la conoscenza della verità intorno a Dio, ossia intorno alla causa dell’esistenza delle cose.

3. Nel linguaggio del diritto canonico, il foro esterno indica ciò che riguarda l’aspetto pubblico e sociale, mentre il foro interno è relativo alla sfera intima della persona: ciò che riguarda la singola persona e la sua coscienza sul mero piano individuale.

4. Del resto un modo di vivere in società che contrasti con la legge o il diritto naturale, non sarebbe fondato sulla Verità.