Lucio Bruto e la rivoluzione aristocratica romana

Su questo sangue purissimo, prima che Sesto Tarquinio lo violasse, io giuro e chiamo voi a testimoni, o dèi, che di qui in poi perseguiterò Tarquinio il Superbo e tutta la sua stirpe col ferro e col fuoco e con qualunque mezzo mi sarà possibile e non permetterò che né loro né nessun altro regni più a Roma”

E’ con queste parole che Lucio Giunio Bruto [1*], estraendo il pugnale dal petto della suicida Lucrezia, giurò di spodestare la tirannia del re Tarquinio. In poche altre circostanze della lunga storia della città dei Quiriti, lo spirito romano si palesò così chiaramente come nella violenta transizione fra la tirannia monarchica e la res publica. Perché si tratti di un episodio a dir poco emblematico è facile spiegarlo: da quel momento il popolo romano fu per sempre libero dal giogo straniero, da ogni tirannia, che per lungo tempo sembrò imbrigliare quella nuda forza dominatrice.

Nel VII e fino alla fine del VI secolo a. C, l’Urbe visse uno stadio di profondi cambiamenti sul piano istituzionale, economico e sociale. Con il successore di Anco Marzio, Tarquinio Prisco, la tradizione aprì a Roma il lungo dominio della monarchia etrusca, intervallato solo da un nome latino, Servio Tullio, poi succeduto dal famigerato Tarquinio il Superbo, il re tiranno. Ora, per una visione mirata del tema, è bene sapere che Tarquinio il Superbo portò la dissolutezza, che vigeva nel mondo etrusco in declino, ai Romani, e questi ultimi, possedendo in sé principi e morali ben differenti dall’impronta etrusca, entrarono presto in conflitto contro il re superbo, e quindi contro la dominazione etrusca. Dopo una violenta rivolta guidata dalla classe aristocratica, stanca dei soprusi, delle violenze e della dominazione, si aprirà da quel conflitto un periodo di grande innovazione ed espansioni per Roma, questa volta non sotto la dominazione di una civiltà decadente quale quella etrusca, ma sotto il simbolo e e la potenza dell’imperium.

Allo stesso modo, e qui si intende indirizzare il lettore, si potrebbe facilmente ritenere che, da questo episodio illustrato da noi oggi, potremmo ricavare una preziosa lezione in base alla quale sia possibile apprezzare le gesta dei protagonisti, i puri motivi che scatenarono quella rivoluzione, giacché qui si ritiene, e lo si analizzerà più avanti, che il mondo che oggi domina sia come la tirannia di Tarquinio il superbo, il quale intende soffocare tutto ciò che da parte nostra ha da sempre reso forma e sostanza al concetto di Civiltà.

Allora in questa sede, correndo fra storia e mito, si ha il fine di consegnare strumenti quali la visione d’insieme degli sviluppi che dalla tirannia portarono alla res publica, ma soprattutto si intende affidare, a chi saprà apprezzarli, quei parallelismi, quelle motivazioni profonde, quelle eterne idee di forza che i nostri lontani avi seppero concretizzare tramite le loro prodezze, e che oggi noi, consapevoli sia dell’immortalità dei principi sia del degrado del mondo contemporaneo, possiamo riacquistare.

 

GLI ANTEFATTI: TARQUINIO IL SUPERBO E LA TIRANNIA

Come scrive Livio, nella “Storia di Roma” [2*], appena preso il potere, Lucio Tarquinio fu immediatamente soprannominato da tutti il “superbo”. Sebbene apportò nell’Urbe nuove prosperità, nuove conquiste e l’incremento dei commerci, egli ebbe notevoli aspetti negativi: per primo mancò la sepoltura al suo predecessore, Servio Tullio, cosa che ebbe il conseguente sdegno popolare; assunse anche il potere con la forza, e quindi si privò del consenso del Senato e del popolo, come invece stabilivano le leggi. Consapevole di avere sulla coscienza l’essersi macchiato del sangue del suo illustre predecessore, ebbe la mente ottenebrata, come ricorda Cicerone, e, preoccupato per la punizione del suo delitto, volle essere temuto dai suoi sudditi, e quindi uccise molti dei suoi oppositori. Insuperbitosi per le sue vittorie (fu infatti un ottimo generale) e le sue ricchezze, ruppe ogni freno alla sua prepotenza e non conobbe più limiti alle sue passioni e dissolutezze. Non mancò neppure di abbattere le istituzioni della comunità romana che fino a quel momento avevano garantito libertà e dignità al popolo. Emblematicamente, per edificare le sue opere trasformò i romani, da guerrieri capaci di sottomettere ogni altro popolo, in semplici manovali e tagliapietre.

 

LUCIO BRUTO E IL SUICIDIO DI LUCREZIA

La tradizione mitica di Livio vuole che la rivolta contro la monarchia inizi con un prodigio tremendo: da una colonna di legno sbucò fuori un serpente che gettò nel panico il palazzo reale. Preso dall’angoscia, Tarquinio stabilì che a riguardo fosse interrogato l’oracolo di Delfi. Così il tiranno mandò i suoi due figli in Grecia, e a loro seguito si imbarcò anche Bruto, nipote del re. Tarquinio, anni prima, aveva massacrato la potente famiglia senatoriale di Bruto, poiché si oppose alla tirannia. Il giovane Bruto, per salvarsi, diede a vedere un carattere completamente diverso da quello che effettivamente aveva, per rimanere nelle “grazie” di Tarquinio, dato che insorgere sarebbe stato troppo pericoloso. Così, lasciando che il re disponesse della sua persona, non rifiutò nemmeno il soprannome di “Brutus” (“imbecille”), per riuscire mascherare il suo grande coraggio che, una volta giunta l’ora fatale, lo avrebbe spinto a liberare il popolo romano.

Una volta arrivati in Grecia per interrogare l’oracolo di Delfi, i giovani principi furono presi dal desiderio insopprimibile di sapere a chi di loro sarebbe toccato il regno di Roma; dal profondo antro si sentì una voce pronunciare le seguenti parole: “A Roma regnerà, o giovani, il primo di voi che darà un bacio a sua madre”. Bruto pensò che il responso della Pizia avesse un significato diverso da quello palese: per questo, una volta rientrati a Roma, facendo finta di scivolare, cadde a terra e vi appoggiò le labbra, considerando la terra madre comune di tutti i mortali.

Pochi giorni dopo, i figli del re banchettarono a casa di un tale Collatino, e il discorso piombò per caso sulle loro rispettive mogli, ognuno vantandosi della propria. La discussione si infiammò e Collatino affermò che nessuna avrebbe potuto tenere testa alla sua Lucrezia. Non credendo a Collatino, i figli del re decisero di andare a verificare di notte la fedeltà di Lucrezia. Arrivati nella casa di Collatino, nonostante fosse notte fonda, Lucrezia era seduta nel centro dell’atrio e stava trafficando intorno alle sue lane, indaffarata. Indubitabilmente Collatino aveva ragione. Fu allora che Sesto Tarquinio, provocato non solo dalla bellezza ma dalla provata castità di Lucrezia, fu preso dalla insana smania di averla a tutti i costi. Giorni dopo, il principe Sesto Tarquinio si fece ospitare da Collatino e, terminata la cena, mentre tutti dormivano, si introdusse nella camera di Lucrezia e prese a minacciarla con un pugnale. Una vera donna romana avrebbe dovuto uccidersi piuttosto che cedere, ma Sesto Tarquinio minacciò di ucciderla e di metterle accanto il corpo sgozzato di uno schiavo, cosicché egli potesse sostenere di averla uccisa perché adultera. Così Lucrezia, seppur ostinata nella castità, cedette alle voglie del figlio del tiranno; quest’ultimo, fiero di aver violato l’onore della donna, ripartì. Dopo lo scellerato atto, Lucrezia, disperata, convocò il padre e il marito. Arrivarono così Spurio Lucrezio con Publio Valerio e Collatino con Lucio Giunio Bruto (questi ultimi stavano per caso rientrando a Roma quando si imbatterono nel messaggero inviato da Lucrezia). La trovarono seduta nella sua stanza e immersa in una profonda tristezza. Alla vista dei congiunti, scoppiò a piangere. Il marito allora le chiese: “Tutto bene?” Lei gli rispose: “Come fa ad andare tutto bene a una donna che ha perduto l’onore? Nel tuo letto, Collatino, ci son le tracce di un altro uomo: solo il mio corpo è stato violato, il mio cuore è puro e te lo proverò con la mia morte. Ma giuratemi che l’adultero non rimarrà impunito. Si tratta di Sesto Tarquinio.” Lucrezia proseguì nel pianto “Se siete uomini veri, fate sì che quel rapporto non sia fatale solo a me ma anche a lui”. Così prese un pugnale e si uccise, conficcandoselo in petto.

 

LA RIVOLTA E LA REPUBBLICA

Il suicidio di Lucrezia segnò profondamente Bruto, mentre gli altri furono in preda allo sconforto, egli estrasse il coltello dalla ferita e, brandendolo ancora sporco di sangue, giurò di vendicare il terribile sopruso avvenuto quella notte. Quindi passò il coltello a Collatino e poi a Lucrezio e a Valerio. Tutti furono sbalorditi dall’incredibile evento, incapaci di stabilire da dove Bruto prendesse tutta quella veemenza. Giurarono, come fu loro ordinato, e, passati dal dolore alla rabbia, Bruto li aizzò a scagliarsi contro il potere tirannico, ed essi non esitarono a seguirlo come loro capo.

Quindi trascinarono fuori di casa il cadavere di Lucrezia e lo adagiarono nel foro, dove piano piano si accalcò la gente, attratta dalla stranezza della cosa. Tutti si scagliarono indignati contro la violenza criminale del principe. La loro commozione nacque dalla tristezza del padre, ma anche da Bruto, che li incitò a smetterla con tutti quei pianti e li esortò a esser degni del proprio nome di uomini e di Romani e a prendere le armi contro chi aveva osato trattarli come nemici. I giovani più coraggiosi si armarono e si offrirono volontari, seguiti subito da tutto il resto della gioventù. Allora Bruto pronunciò un discorso assolutamente non in sintonia con il carattere e gli atteggiamenti che fino a quel giorno aveva simulato di avere. Parlò della brutale lussuria di Sesto Tarquinio, dello stupro infamante subito da Lucrezia, del suo commovente suicidio. Ricordò loro anche l’arroganza tirannica del re e lo stato miserando della plebe, costretta a schiantare di fatica a forza di scavi e di fogne da ripulire. Dopo aver citato l’indegna fine di Servio Tullio, invocò gli déi vendicatori dei crimini contro la propria famiglia. Con questi argomenti infiammò il popolo e lo trascinò ad abbattere l’autorità del re e a esiliare Lucio Tarquinio, con tanto di moglie e figli. Poi, Bruto in persona arruolò i giovani che si offrirono volontari e, dopo averli dotati di armi, partì alla volta di Ardea per sollevare contro il re l’esercito (là accampato, per assediare quella città).

Quando la notizia di questi avvenimenti arrivò all’accampamento, il re, allarmato dal pericolo inatteso, partì alla volta di Roma per reprimere l’insurrezione. Bruto, informato che il re si stava avvicinando, per evitare l’incontro fece una manovra di diversione. Anche se per strade diverse, Bruto e Tarquinio arrivarono quasi nello stesso momento ad Ardea e a Roma. A Tarquinio vennero chiuse in faccia le porte e comunicata la notizia dell’esilio. Il liberatore di Roma fu invece accolto con entusiasmo dagli uomini nell’accampamento di Ardea, i quali poi ne espulsero i figli del re. Lucio Tarquinio il Superbo regnò venticinque anni. In seguito, furono convocati i comizi centuriati, ed elessero i primi due consoli: Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino.

Successivamente, dopo essere stati esiliati, la famiglia dei Tarquinii tentò di marciare su Roma, alleandosi con altre città Etrusche (verso le quali reclamarono la parentela di sangue), per provare a restaurare la loro egemonia sull’Urbe. Nella battaglia della Selva Arsia, i due eserciti, quello romano e quello etrusco, si trovarono schierati ed avanzarono verso lo scontro. Arrunte Tarquinio, avvicinandosi, riconobbe i lineamenti di Bruto e, infiammato dalla rabbia, spronò il cavallo e si buttò a testa bassa dritto contro il console. Dato che in quel tempo era motivo d’orgoglio per i comandanti buttarsi nella mischia in prima persona, Bruto accettò la sfida senza esitare. I due si scontrarono e si trafissero vicendevolmente con le loro lance, perdendo la vita nello scontro. La battaglia continuò furiosa e gli etruschi, presi dal panico, abbandonarono il campo. La vittoria per i romani fu grande, ma fu grande anche il dolore per la morte di Brut,o il quale Livio scrive che fu pianto dalle donne per oltre un anno.

 

METASTORIA DI UNA RIVOLUZIONE: UN’ANALISI “INTEGRALE” DEGLI EVENTI

Per un’analisi della vicenda, si ritiene opportuno indagare nel profondo del mito e in quelle forze intime che determinano gli eventi, sia dei fatti storici sia delle considerazioni economico-sociali, per giungere alla fine ad una sintesi, avente lo scopo prefissato di osservare le vicende descritte da Livio con un occhio “attualizzante”.

Ora, nello spodestare la tirannia etrusca è possibile intravedere, in un solo limpido atto, la totalità della missione romana. Come si è scritto nel VI secolo a. C, Roma, sotto la monarchia etrusca, ebbe un grande sviluppo: la posizione geografica della città favorì l’espansione dei commerci, con il conseguente incremento demografico e l’ingrandimento dell’Urbe. Tuttavia, c’è da aggiungere che la monarchia etrusca fu un tentativo di fondare una dinastia tirannica, in pratica estranea alla monarchia originaria latino-sabina. Le famiglie etrusche presero il potere contro le vecchie aristocrazie patriarcali e lo esercitarono appoggiandosi alla parte più ricca della plebe, appunto la classe dei commercianti e i bottegai, che in quel periodo ebbero floride attività.

Il tipo di civiltà che si andò formando a Roma sembrò eclissare l’originario spirito aristocratico-guerriero, romuleo, radicato alla terra, per favorire una civiltà “ginecocratica”[3*], come quella etrusca. Tuttavia, per l’etrusco del VI secolo a.C., il commercio e il godere furono espedienti per tentare di nascondere la decomposizione con il lusso dell’esistenza esteriore. La civiltà dell’Etruria sembrò aver esaurite le sue possibilità vitali, consapevole di ritrovarsi alla fine del suo ciclo. L’etrusco fu infatti caratterizzato da un materialismo incontrastato, da una moralità decadente in una religiosità “tellurica”, con una sensualità forte e diffusa; tutto ciò unito a una privazione di ogni ottimismo per il futuro. Non a caso, Bachofen suggerisce che in nessun altro caso come in Etruria, si andò talmente incontro ad ogni aspetto dei desideri più bassi. Dunque si osserva un popolo ormai in decomposizione, che quale affermò nel dominio sui romani le sue ultime pericolanti volontà. Il problema sorse quando gli etruschi, sull’orlo del pieno collasso, tentarono, attraverso decenni di dominazion,e di influenzare, di “contaminare”, se si vuole, – ora nella prosperità dei commerci, ora nella decadenza morale – lo spirito della Romanitas. Il potere etrusco ebbe perciò il fine di ridurre Roma ad un semplice e pacifico centro commerciale e artigianale. Ma, di anno in anno, la razza romana si temprò, rendendosi sempre più consapevole del suo contrasto con la civiltà straniera che voleva tenerla sotto il proprio giogo. Si ha da pensare che, ad un certo punto, la sopportazione della migliore parte della popolazione dei Quiriti giunse al limite, sicché da li vi fu una rottura netta e fulminea con il mondo etrusco: d’un tratto, da una lunga latenza riemerse una fierezza guerriera ed un’etica spartana, finemente aristocratica, capace di scatenare una violenza volta a spazzare via tutto quello che non si lasciò ricondurre all’idea romana originaria [4*]. A nulla valsero i tentativi di riconquista dei Tarquinii, che furono sconfitti; di lì caddè Vejo, come Albalonga e Lucumonia, e con un raggio sempre più vasto furono annientati tutti i popoli e le loro decadenti civiltà, corrotte nei caratteri.

Andando poi ad analizzare nello specifico il mito descritto da Livio, Tarquinio il Superbo, salito al potere in maniera illegittima, tiranneggia su popolo macchiandosi di delitti efferati, al fine di conservare il proprio potere sui romani, mentre favorisce le famiglie etrusche stabilitesi nell’Urbe. La furia contro i Tarquinii scoppiò, secondo il mito, contro la violenza recata a Lucrezia per via del figlio maggiore del re. Ora, per i romani la donna, la moglie, ebbe il ruolo di incarnare la dignitas dell’uomo (inteso come vir) che la deteneva in sposa. Pertanto, si prenda Lucrezia come il simbolo di un’innocenza, di purezza dell’ideale romano, oltraggiato dalla tirannia e dalla prepotenza cieca e sensualistica della dominazione etrusca.

Passando alla figura del protagonista, Bruto, si vede un uomo solo, che dopo essersi fatto trattare da “idiota”, colpito dall’oltraggio recato a Lucrezia, seppe scatenare tutto il suo coraggio, in un periodo in cui nessuno osava parlare. Con la morte di Lucrezia e il giuramento di Bruto iniziò tutto: questi, tramite la lotta contro il potere tirannico costituito, inaugurò una nuova era per Roma, un’epoca dalla quale l’Urbe uscì riscoperta nel suo carattere ed evoluta nelle sue istituzioni e nella sua potenza. Dunque, Bruto simboleggia prima il silenzio di una classe aristocratica sottomessa al potere, umiliata e derisa, ma che, dopo aver raggiunto il punto critico, fece uscire  il valore romano in tutto il suo furor, vendicando l’oltraggio subito e restaurando l’ordine tradizionale.

Il mito di Roma appare tutto semplicemente in questa vicenda. Roma (se si vuole in questo caso incarnata nella persona di Bruto) è l’immagine della rivolta contro l’orgiastico, il potere sovversivo, l’asiatico, simboleggiato dall’etrusco. Una rivolta, una lotta virile, condotta con disciplina, causata da una presa di coscienza devoluta a ristabilire qualcosa di giusto, di puro, di limpido, libero da ogni materialità. Ed è con questa lotta eroica che si confluirà infine – storicamente e metastoricamente – nel Cristianesimo.

 

CONCLUSIONI: DECADENZA DEL POTERE ETRUSCO COME DECADENZA DEL MONDO ATTUALE. LA RESTAURAZIONE COME FINE.

Riprendendo la questione centrale, verrebbe da chiedersi chi oggi rappresenta Tarquinio, chi rappresenta il despota, chi tiranneggia. Abbiamo modo di rispondere che il tiranno oggi è l’intero sistema, l’intero mondo moderno con le sue seduzioni e corruzioni, con le sue sovversioni d’ogni natura. Seduzioni radicate dal piano religioso alle istituzioni, dal pensiero deviato al piano individuale. La civiltà occidentale contemporanea, come quella dell’Etruria del IV secolo a. C., possiede gli stessi caratteri afroditici, collettivistici, pure tellurici, non soltanto considerando l’importanza della materialità e della meccanica, ma anche in molteplici aspetti attivistici che confluiscono in costanti moti di sovversione morale. Si vive, dunque, in una decadenza nella quale la sola grandezza si ritrova nella forma dal vuoto contenuto. Analogo fu il regno di Tarquinio il Superbo dove, secondo quanto precede, la tirannia e la corruzione dei costumi furono sovrani.

In conclusione, è scrutando la statua di “Bruto capitolino” [5*], con il suo sguardo severo e spirante di gravitas, che occorre prendere insegnamento. In lui solo, con tutto il popolo impaurito e confuso, si accese per primo il coraggio. Partendo da sole altre tre persone, non temendo il numero esiguo,da li iniziò la sua missione con autorità e veemenza, per realizzare la sua idea; reclutò giovani volenterosi di abbattere il potere costituito; quindi cacciò il re e il popolo, riconosciutagli autorità, lo nominò primo console; continuò a combattere, finché non giunse allo scontro fatale in battaglia.

 

NOTE

[1*] Lucio Giunio Bruto (545 a.C.circa 509 a.C.), primo console romano, da non confondersi con Marco Giunio Bruto (80 a.C. circa – 42 a.C), il cesaricida, il quale per mantenere fede al giuramento antimonarchico del suo avo Lucio, decise di assassinare Cesare, quest’ultimo sospetto di voler distruggere le istituzioni repubblicane e ambire al trono.

[2*] Le parole che seguono sono prese per la maggior parte dalla presente versione http://www.deltacomweb.it/storiaromana/titolivio_storia_di_roma.pdf

[3*] Ciò è testimoniato dalla saga di Tanaquilla, ovvero della donna regale asiatica che elegge il re, come vuole il costume orientale. Anche nel caso di Tarquinio il superbo è Tullia (la quale riflette nei tratti Tanaquilla) che elegge al potere il re etrusco. Nessuno oserà affermare che l’origine femminile del potere politico è tipico della romanità.

[4*] Dopo la violenta distruzione romana, degli etruschi oggi poco rimane. La distruzione fu tale che già gli storici antichi faticarono per decifrare i caratteri della loro civiltà, che nei nostri giorni rimane oscura sotto numerosi aspetti.

[5*] Statua risalente al III secolo a.C.