L’attacco ai simboli del Natale e i passi indietro del vescovo

L’attacco ai simboli del Natale e i passi indietro del vescovo

Da alcuni anni a questa parte, in virtù del processo immigratorio che sta riempiendo l’Italia di stranieri, in buona parte di religione islamica, tra alcuni insegnanti e dirigenti scolastici si è imposta l’idea di cancellare i segni dell’identità religiosa italiana, non solo manifestando fastidio per la presenza del crocifisso nelle aule, ma anche abolendo, in occasione del Santo Natale, i canti religiosi in onore della nascita di Gesù Bambino ed il Presepe, ossia il simbolo che, specie qui in Italia, rappresenta il ricordo di quell’evento celebrato dalla pietà popolare.

Si colloca in questo contesto la decisione dell’ormai famoso preside della scuola elementare ICS di Rozzano (Mi), Marco Parma, il quale, per non urtare la sensibilità dei bambini non cristiani, ha pensato bene di bocciare l’iniziativa, proposta da due mamme, di insegnare i canti natalizi ai bambini cristiani della scuola, e di spostare a metà gennaio il consueto concerto di Natale trasformandolo di fatto in un altro evento. Credo sia un passo avanti verso l’integrazione e non indietro rispettare la sensibilità di chi la pensa diversamente, ha altre culture o religioni. Questa è una scuola multietnica, sarebbe stato giusto se nelle feste di classe una parte dei bambini avessero cantato della canzoni dalle quali erano esclusi altri? E poi dopo quello che è successo a Parigi qualcuno lo avrebbe considerato una provocazione”. Queste le parole con le quali il preside ha giustificato la sua decisione. Gioverà ricordare che Marco Parma, nel recente passato, si è candidato nelle liste del Movimento 5 Stelle, la variopinta e strampalata compagine guidata da Grillo e Casaleggio.

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L’osservazione di fatti come quello sopra ricordato, avvenuti nel corso degli ultimi anni un po’ in tutta Italia, induce a ritenere che la presenza degli islamici sia semplicemente la foglia di fico dietro la quale i laicisti nostrani credono di nascondere le loro “vergogne”. A muovere gli eredi del furore rivoluzionario giacobino, infatti, non è la sensibilità nei confronti di chi professa un’altra religione, bensì l’odio verso il cattolicesimo il quale deve essere ridotto ai minimi termini, almeno in fatto di presenza sociale. E, a tal fine, ben vengano musulmani e non cristiani vari, la cui presenza è occasione fin troppo ghiotta per giustificare – in nome del rispetto, della laicità e dell’integrazione (1) – la progressiva emarginazione dalla vita pubblica della fede cattolica, alla quale non deve essere concesso alcun privilegio.

A rendere ancor più difficile la situazione ci pensano poi gli interventi di esponenti del clero, smaniosi di mostrare tutta la loro disponibilità ad accondiscendere alle pretese laiciste. È il caso del vescovo di Padova, Mons. Claudio Cipolla, il quale, a ridosso delle polemiche suscitate dal caso della scuola di Rozzano, ha pensato bene di affermare pubblicamente che lui farebbe tanti passi indietro per mantenersi nella pace, nell’amicizia e nella fraternità. I passi indietro a cui Mons. Cipolla si riferiva nella sua dichiarazione, riguardano sostanzialmente certi aspetti dell’identità cattolica che, se manifestati pubblicamente, potrebbero offendere la sensibilità di chi cattolico non è ed ai quali si potrebbe rinunciare in nome del rispetto verso l’altro ed in vista di una pacifica convivenza.

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Dichiarazione che il monsignore ha poi in qualche modo precisato, affermando che non era sua intenzione invitare ad assecondare le intransigenze laiciste, bensì evidenziare la necessità di non usare la religione ed i suoi simboli per alimentare divisioni, conflitti e discordie.

Nulla di nuovo sotto il sole, purtroppo. Siamo ormai abituati a dichiarazioni e controdichiarazioni da parte di prelati che rivelano un’ambiguità sconcertante. Emblematiche, a tale riguardo, le arrampicate sullo specchio del portavoce della sala stampa vaticana, Padre Federico Lombardi.

Da anni assistiamo a prese di posizione di sacerdoti e vescovi proni al diktat laicista e fervidi sostenitori del dialogo (2) ad oltranza che, incuranti del principio di identità e di non contraddizione, affermano l’impossibile, godendo naturalmente del plauso che il sistema mediatico – essenzialmente anti-cattolico – tributa loro.

Questi uomini di Chiesa, che, conformemente al dettato vaticanosecondista, cercano in ogni modo di non dispiacere al mondo e di rifuggire le occasioni di conflitto con esso, non solo assecondano, in maniera più o meno esplicita, le spinte anti-cattoliche, ma addirittura si mostrano infastiditi – quando non apertamente ostili – nei confronti di coloro che, a vario titolo ed in vario modo, reagiscono rivendicando il diritto degli italiani a non essere privati dei segni esteriori della loro identità religiosa.

Fastidio e ostilità che i “prelati illuminati” giustificano con l’accusa – rivolta ai “reazionari” che si ostinano a non adeguarsi al “nuovo” – di strumentalizzazione della fede col rischio di alimentare conflitti e fare della religione un motivo di divisione anziché di unione e concordia. Meglio, dunque, rinunciare e assumere un profilo basso … fino a scomparire.

Ci si domanda se un tale atteggiamento rinunciatario sia dettato dalla mera paura dello scontro col mondo islamico e con il potere laicista che domina le nazioni occidentali, oppure vi sia dell’altro.

È chiaro che, al di là della paura che sicuramente caratterizza l’atteggiamento di alcuni uomini di Chiesa, vi è una concezione deformata della Fede che porta diversi membri della gerarchia a vagheggiare una religione diversa da quella della Tradizione Apostolica e della dottrina cattolica. Una religione antropocentrica, che ha collocato l’uomo al posto di Dio, modellata dall’eresia neo-modernista che imperversa nella Chiesa e nel mondo cattolico dalla fine del Concilio Ecumenico Vaticano II (1963 – 1965).

Non c’è dubbio che l’immigrazione in atto costituisca un evento di portata tale da sconvolgere l’assetto sociale, culturale e religioso delle nazioni che lo subiscono. A fronte di ciò, è del tutto normale che tra il popolo vi sia un sussulto identitario, un risveglio istintivo, in molti casi disordinato, provocato dalla sensazione che qualcosa ne minacci la sopravvivenza.

È a questa reazione istintiva che si deve la difesa dei simboli esteriori della fede religiosa che da duemila anni caratterizza l’Italia, da parte di uomini e donne che magari con la pratica religiosa non hanno confidenza da tempo. E di fronte a ciò i “prelati illuminati” che fanno? Sdegnosamente rifiutano, infischiandosene della grande occasione che il Signore offre, a chi se ne era allontanato, di ritornare alla Fede attraverso una delle tante vie che Egli riserva agli uomini: la via del risveglio, provocato dalla paura di essere spazzati via dallo tsunami immigratorio e di perdersi nel vuoto morale laicista.

Timori che evidentemente non interessano i “prelati illuminati”, ai quali importa poco o nulla della sopravvivenza del popolo italiano e men che meno di mantenerlo nella vera Fede, essendo la loro preoccupazione quella di dialogare con tutti – ad eccezione s’intende dei refrattari e retrogradi cattolici – sia in ossequio al dogma neo-modernista, sia in vista della nuova società meticcia, alla costruzione della quale vorrebbero contribuire.

La reazione popolare che rivendica la conservazione delle tradizioni di manifestazione pubblica della devozione religiosa è un fatto sicuramente positivo. Una speranza per il futuro del nostro popolo e del suo radicamento nella Fede cattolica, che ha plasmato la nostra identità nazionale. Una reazione, occorre dirlo, da fondare innanzitutto sulla volontà di rimanere attaccati alla Verità, ossia a ciò che dà valore ai segni esteriori con i quali ricordiamo e onoriamo pubblicamente i momenti forti della nostra identità religiosa.

Note:

  1. Integrazione, nel vocabolario della propaganda immigrazionista, non significa (come pensano molti italiani) adeguamento degli immigrati all’identità della nazione che li accoglie e volontà da parte di questi di conformarvisi, bensì fusione delle varie identità finalizzata alla creazione di un nuovo tipo umano e di una nuova società caratterizzata dal meticciato religioso, culturale e razziale.
  2. Dialogo finalizzato non a trasmettere i contenuti della Fede – che la Chiesa deve custodire e trasmettere integralmente, ossia senza alterazione sostanziale alcuna – bensì volto a trovare sempre nuove sintesi a cui adeguare la Fede.