Perché Marine

Perché Marine

Si è già detto tanto sulla vittoria alle ultime elezioni del Front National di Marine Le Pen, perché aggiungere altro? Eppure una cosa bisognerebbe aggiungerla, uno spunto di riflessione di cui, spero, potranno beneficiare molti che si sono sentiti, in questi ultimi giorni, di dire la propria su questo partito.

Sono stati tanti quelli che hanno detto che in fondo la vittoria del Front National è stata dettata dalla paura, che si è trattato del terrore che ha manipolato il voto, o ancora che le urne hanno ceduto al populismo fascista”, e così via. Si è anche avvertito, di nuovo, il ronzare della consueta litania secondo la quale lislamismo fascista ha portato al potere altri fascisti, o il più classico a rispondere con la forza facciamo il loro gioco.

Sarebbe quindi opportuno condurre una riflessione seria su un punto che ritengo essere di massima importanza. Queste reazioni, sebbene in apparenza risibili nella loro ingenuità, sono sintomatiche di un profondo disagio, prima che sociale, culturale e intellettuale. Ci si può chiedere, a tal proposito, come sia possibile che alcuni analisti, intellettuali, pensatori o presunti tali, che hanno fatto della democrazia e della partecipazione popolare la bandiera del proprio pensiero e della propria attività politica stiano apertamente contestando il risultato delle elezioni democratiche in un democratico paese, la Francia. Ci si potrebbe chiedere, ancora, come sia possibile che coloro i quali si sono eretti a scudo contro la tirannide, e che hanno raccolto con una certa superbia leredità di un pensiero politico popolare e di massa ora stiano apparentemente calpestando le fondamenta del loro pensiero.

Si badi bene, non si sta parlando di contestare il programma elettorale di una forza politica avversa, o scontrarsi in punto di idee e di principi con i propri avversari politici. Questo, oltre ad essere normale, sarebbe anche auspicabile in una società viva: in una società viva, infatti, non solo lincontro, ma anche lo scontro è fonte di vitalistica crescita, perché, in una società viva, solo nella dimensione della lotta è possibile trovare lo slancio verso non solo la conservazione, ma anche la costruzione di una visione.

Qui, al contrario, si sta parlando di contestare lo stesso risultato delle urne. D’altronde, battersi a viso aperto sugli ideali è piuttosto impegnativo, così come darsi alla dialettica politica per tendere verso un fine pubblico e sociale: attaccare il risultato, invece, è voler negare la realtà, non accettare la concretezza dei fatti per nascondersi in un mondo ideale ma non reale, ed è, in ultima analisi, una forma di disagio psicologico. E la pazzia dilagante, si sa, è sintomo di una società morente.

Così, vari intellettuali anche di un certo rilievo sulla scena politica nazionale, semplicemente negano a se stessi che un partito che abbia proposto risposte diametralmente opposte alle proprie possa aver conquistato il favore della popolazione, e che il popolo sovrano, su cui hanno costruito pagine e pagine di legittimazione del potere, abbia preferito altri. La negazione, come è noto, è la prima risposta al trauma che non si può né si vuole affrontare, e unanima fragile, negando la realtà dei fatti, si rifugia nella propria immaginazione attraverso meccanismi di rimozione e riscrittura. Sarebbe anche ora di uscire dalladolescenza, quando si ha la responsabilità di guidare la classe politica di una nazione.

Ritenere che la democrazia, tanto esaltata, sia auspicabile solo quando a vincere siano gli amici degli amici è illogico oltre che infantile. Se qualcuno, dichiarandosi non democratico, avesse affermato semplicemente che il Front National non dovrebbe governare la Francia in nome di ragioni concrete e non legate alla legittimazione del potere, allora sarebbe stato coerente: si potrebbe condividere o meno il suo pensiero, e forse si giungerebbe ad un puro scontro o incontro di idee, ma meriterebbe almeno il rispetto della coerenza di pensiero e dellonestà intellettuale, oggi tanto rara. Affermare, al contrario, che, in nome della democrazia e della sovranità popolare, il popolo non possa scegliere nel Front National la soluzione ai problemi della Francia, è sintomatico di un netto distacco dalla realtà e di un uso improprio della logica. Chi sostiene la democrazia dovrebbe avere la forza e lonestà di sostenerla sempre e comunque, anche contro se stesso, o non potrà che esporre il proprio pensiero nella migliore delle ipotesi al disprezzo, e nella peggiore alla commiserazione. O viceversa, a seconda dei temperamenti.

Affermare, ancora, che la vittoria in libere elezioni di un partito che, a seconda delle convenienze, viene definito omofobo, razzista, islamofobo, xenofobo, nazionalista(come se fosse un insulto, del resto), e con lonnipresente aggettivo fascistarappresenti un sintomo di paura sociale, equivale ad affermare che la democrazia ha fallito. Per cui, se vogliono, lo facciano gli autoritari, lo facciano i totalitari, lo facciano i paternalisti, o i fautori del despota illuminatodi Platone, ma per favore non lo facciano i democratici. Asor Rosa, una volta, proponeva di sciogliere le Camere quando al Governo sedeva un esponente di una forza politica che non gli era gradito, ma rigorosamente in nome della democrazia. Certamente, perché il popolo, secondo alcuni, deve essere libero di esprimere le proprie preferenze fino a quando esse concordino con una certa intellighenzia, ma quando il popolo stesso si muove contro di essa, allora tornano in gioco gli elitari, i piccoli salotti, gli intellettuali borghesi e onniscienti che pretendono di avere la verità in mano. Questi sfoggi di superbia intellettuale gradiremmo risparmiarceli, per il futuro.

Per costoro, forse, la vittoria di Marine Le Pen e del suo partito poteva essere loccasione per sviluppare una seria autocritica, partendo innanzitutto dal chiedersi dove si è sbagliato. Poteva essere loccasione per comprendere che, forse, si è commesso qualche profondo errore politico, sociale, culturale, nel ritenere che unEuropa decadente e senza storia, liberale a tal punto da odiare se stessa, laica tanto da essere anticristiana, potesse resistere allurto di una Storia impietosa. Poteva essere loccasione per rimettere in discussione i sacri dogmi del politicamente corretto e del multiculturalismo, dellannullamento della propria identità per far posto a quella altrui, della rinuncia allo Stato sociale per compiacere il capitale, e della cronica incapacità di rapportarsi al nostro presente piuttosto che a sorpassati stilemi di ieri. La vittoria di Marine Le Pen poteva essere loccasione, per costoro, per fare un bagno di umiltà e, forse, per riprendere contatto con una realtà che hanno rinnegato da tempo in favore di dorate utopie inesistenti. Ma per imparare dalle sconfitte bisogna, come minimo, essere disposti a riconoscerle.