Trent’anni in prima linea: intervista a Fausto Biloslavo

54 anni, triestino, da giovane militante del Fronte della Gioventù di Trieste, in seguito reporter di guerra nelle zone più disparate del globo, in prima linea per raccontare, analizzare, testimoniare momenti ed eventi tra i più delicati e terribili della storia internazionale recente.

Fausto Biloslavo, in poco più di trent’anni, ha accumulato un’esperienza non raccontabile in un’intervista di pochi minuti, quelli che ci ha potuto concedere a margine della conferenza “Immigrazione e terrorismo”, tenutasi mercoledì 9 dicembre a Milano. Oggi, Fausto collabora con IlGiornale.it e fa parte del progetto Gli occhi della guerra, iniziativa lanciata dal Giornale di Sallusti nel 2013, per permettere ai lettori di finanziare i reportage suoi, di Gian Micalessin e di altri giornalisti accomunati dalla passione per il giornalismo da prima linea. La sua attività gli ha procurato non pochi rischi nel corso degli anni e, recentemente, anche delle velate minacce da parte di alcune pagine Facebook islamiche, infuriate per l’arresto di Luca Aleotti, ex-pizzaiolo convertito all’Islam, balzato agli onori delle cronache per alcuni messaggi sulla sua pagina Facebook, inneggianti alla Sharia e alla guerra santa (riportati dallo stesso Biloslavo), e ora indagato per terrorismo internazionale dalla Procura di Bologna, per presunte collaborazioni con Jabhat al-Nusra, la cellula siriana di al-Qaeda.

D: Fausto, iniziamo da queste recenti minacce. Sei preoccupato, o le ritieni poco credibili?

R: (Ride) Finché non mi sparano non è un problema. Negli anni mi sono abituato a zone e situazioni di guerra vera, qua si tratta solamente di minacce velate, da parte di personaggi poco credibili. Quello che è certo, però, è che esistono siti di islamici italiani che mi vedono come un “nemico dell’Islam”. Questo non è assolutamente vero, io ho conosciuto e vissuto in prima persona tutte le fazioni e situazioni possibili dell’Islam, dai palestinesi di Arafat, ai libanesi di Hezbollah, passando per i talebani afghani. Penso solo sia giunto il tempo di parlare chiaro. Senza generalizzazioni, ma di parlare chiaramente della situazione.

D: Pensi che lo Stato italiano stia sottovalutando la minaccia jihadista sul proprio territorio?

R: No, non la sta sottovalutando, però non ne ha il controllo che vorrebbe far credere e non si è ancora fatto abbastanza. Un PM di Bologna, proprio oggi (mercoledì 9 dicembre, ndr) lamenta di non avere gli strumenti giuridici per arrestare e mettere in galera chi sproloquia come Luca Aleotti. L’arresto è effettivamente possibile solamente in presenza di minaccia di attentati, ma c’è ovviamente tutta una fase precedente che non si riesce a stroncare sul nascere. Il problema si aggrava con gli italiani convertiti al radicalismo islamico, contro cui ovviamente non si può agire con lo strumento dell’espulsione.

D: Esiste un collegamento tra terrorismo e immigrazione?

R: Esiste un’infiltrazione minoritaria di terroristi tra i migranti, anche tra quelli che arrivano sui barconi. E’ una goccia nel mare dell’immigrazione, ma è un problema che esiste a livello europeo e che è aggravato dal fatto che molti migranti forniscono false generalità al loro arrivo. Ribadisco, l’infiltrazione è ovviamente minoritaria in proporzione, ma il dato sicuro è che dall’Europa sono partiti circa 5000 foreign fighters diretti in Siria, e che circa 1000 sono tornati. Da qualche parte dovranno pure essere passati.

D: Qual è il ruolo attuale dell’Italia in Medio Oriente? Se non sei d’accordo col suo ruolo attuale, che cosa dovrebbe invece fare il Governo, a tuo parere?

R: L’Italia è impegnata in Iraq, dove comanda la missione europea con 200 paracadutisti, col compito di addestrare i peshmerga curdi. Nel ruolo italiano vedo però una notevole ipocrisia, esemplificata dall’impiego di 4 caccia tornado con base in Kuwait, utilizzati per fare foto, da girare poi agli alleati che procedono coi bombardamenti. Probabilmente, si coltiva l’assurda illusione che, se non attacchiamo direttamente, non saremo colpiti. All’ISIS non interessa nulla se addestri o spari, a loro non fa differenza: sei un infedele, sei un nemico. Stiamo parlando del solito pseudo-pacifismo italiota. L’Italia, comunque, dovrebbe occuparsi maggiormente della questione libica, dove abbiamo milizie jihadiste a 3-400 km dalle nostre coste.

D: Dei teatri di guerra in cui ti sei recato, quale ritieni sia il più ignorato dai mass media italiani ed europei?

R: Ricordo sempre due eventi accaduti lo stesso giorno negli anni Novanta, in due teatri totalmente diversi, che vennero trattati con importanza diametralmente opposta dai media italiani. Ci furono due morti in Israele a causa di un kamikaze, e i giornali fecero molti titoli in merito. Lo stesso giorno, a Mogadiscio ci furono 100 morti, e trovai a stento un trafiletto che ne parlava. Andando più indietro ricordo la totale indifferenza, fino a sfiorare l’oblio mediatico, con cui venne trattata l’invasione sovietica dell’Afghanistan, iniziata nel 1979. Anche la guerra civile tra musulmani e cristiani, che adombra però una lotta per il potere, nella Repubblica Centrafricana, è un conflitto che dura tuttora e che i media non hanno mai affrontato, prima della visita di Papa Francesco nel paese.

D: In Afghanistan ormai sono 14 anni di guerra ininterrotta, cominciata alla fine del 2001 dopo l’attentato alle Twin Towers. Finirà mai?

R: In Afghanistan è in atto il disimpegno e il progressivo ritiro delle truppe occidentali, senza avere vinto. Le cose fatte a metà sono per forza di cose fatte male. Senza le forze occidentali l’attuale governo afghano non ha alcuna speranza di rimanere in piedi, ora che in territorio afghano è comparso anche l’ISIS con le sue bandiere nere, che si sono sommate al già complesso conflitto coi talebani, orfani del Mullah Omar. Questo potrebbe anche essere un fattore divisivo nel fronte fondamentalista, e gli scontri tra ISIS e talebani sono già cominciati, ma in generale, ovviamente, non è una bella notizia e il futuro per l’Afghanistan mi sembra molto fosco.

D: Dove hai in mente di andare prossimamente?

R: In Siria, al seguito dell’esercito russo. Ma è molto difficile, i russi non sono molto disponibili coi giornalisti occidentali. Ritengono distorcano la realtà, e sempre a loro danno.