Il ritorno degli imperi

Il ritorno degli imperi

La guerra che si combatte in Medio Oriente sembra assumere sempre di più i caratteri di un conflitto globale, dove si scontrano nuovi imperi guidati da idee-forza ben delineate. In un quadro del genere, quale ruolo per l’Italia e l’Europa?

 

La guerra che sta devastando il Medio Oriente, il Nordafrica e la zona sub-sahariana non ha una radice locale, né segue logiche solamente economiche. I recenti stravolgimenti degli assetti geopolitici, la rinnovata autorità che potenze quali la Russia e l’Iran stanno acquisendo nei consessi internazionali, la posizione di attuale debolezza degli Usa, che soffrono le carenze caratteriali del presidente Obama (ormai a fine mandato), l’inserimento della Cina nel novero delle potenze monetarie del Fmi sono tutti pezzi di un puzzle multipolare, che vanno esaminati con uno sguardo di insieme. Quella cui stiamo assistendo in questo momento, infatti, attingendo agli insegnamenti di due grandi studiosi come Ernst Nolte e Karl Haushofer, potrebbe essere definita una guerra civile mondiale tra pan-idee.

Andando ad analizzare gli attori in gioco sullo scacchiere, non molte parole devono essere spese sul blocco occidentale formato da Usa, Regno Unito e Ue. Sappiamo, infatti, quale sia l’ideologia dominante di questa pan-regione, ossia la costruzione di un nuovo ordine mondiale, fondato su una democrazia imposta a livello planetario, dove liberal-capitalismo e mercato favoriscono le grandi multinazionali e la finanza. Un sistema dominato da banche e lobbisti, in grado di assoggettare le masse attraverso un collaudato soft-power, dove l’individuo massificato viene lentamente spogliato di ogni identità, fino a renderlo innocuo e perfettamente domato.

Diversamente, meno nota invece è l’idea-forza che anima la Russia, guidata dal Presidente Putin. Qui, influssi neo-bizantini e imperiali, in nome di un rinnovato eurasiatismo, formano l’ideologia di fondo della politica interna ed estera di Mosca. La forma e la sostanza del potere russo, risollevatosi dalla “Katastrojka” di Gorbaciov e dal fallimento dell’Urss, va individuata nella “volontà di potenza” neo-zarista, in grado di realizzare il sogno di far rivivere la “Velikaja Derzhava” (“grande potenza”, in russo). Come evidenziato in un’ottima analisi da una studiosa sensibile del pensiero eurasiatico ruteno, Annarita Mavelli (articolo pubblicato da Barbadillo il 19 settembre scorso, ndr), nel suo Programma 2012/2018 il presidente Putin pone al centro della strategia per lo sviluppo della civiltà russa “la preservazione e l’innalzamento dei valori spirituali e culturali” patrii. In ambito geopolitico, abbiamo, da parte russa, una strategia che vede da un lato il contrasto frontale agli interessi americani, appoggiando i nemici degli Usa nei contesti regionali, dall’altro un contrasto di tipo indiretto e a carattere economico, volto a creare mercati alternativi a quelli in quota Washington. Interessante, in questa prospettiva, lo sviluppo delle relazioni bilaterali fra Mosca e Israele.

Abbiamo poi altri due imperi che si stanno affermando, in modo diverso ma non meno efficace. Il primo riguarda il mondo arabo-sunnita. I sauditi e i Turchi sono ormai usciti allo scoperto, quali fiancheggiatori dell’Isis e nemici della Russia. In particolare, l’Arabia Saudita ha una strategia molto complessa per espandere il potere del suo Califfato (quello reale della monarchia Saud, non quello fantoccio del Daesh/Isis). Il primo obiettivo è quello di ridisegnare la geografia del Medio Oriente e del Nordafrica, attraverso il genocidio programmato di sciiti e cristiani, la distruzione dell’Iran e la costituzione di stati sunniti in Egitto, Sudan e Mali, attraverso le forze qaediste e Isis, ben armate e finanziate anche con i soldi e l’intelligence dei governi occidentali. Il secondo è quello di destabilizzare il mercato del petrolio, attraverso un abbassamento programmato del prezzo del greggio che renda infruttifero per gli Usa lo sfruttamento del cosiddetto Shale Oil (o olio di scisto) e danneggi gli scambi in UE e Federazione Russa.

L’altro impero è quello della Cina. Il “neocapitalcomunismo” del governo di Pechino mira essenzialmente a fronteggiare lo strapotere Usa attraverso lo Yuan e l’acquisto dei debiti sovrani. L’inserimento della moneta cinese nel paniere del Fmi scalza il ruolo di antidollaro all’Euro, creando mutamenti di assetti consolidati e sancendo il fallimento totale del progetto UE-BCE della valuta europea.

Molti altri sarebbero gli scenari da analizzare per completare il quadro, ma ai fini della presente riflessione è sufficiente ciò che abbiamo visto. Nell’età del ritorno degli imperi, quale ruolo per l’Italia e l’Europa? Se da un punto di vista strategico attualmente ci conviene stringere alleanze con la Russia, non conviene in termini assoluti lasciare che i cavalli cosacchi si abbeverino alle fontane di Roma. Innanzitutto, Putin ed il pensiero eurasiatico possono essere interessanti, soprattutto in un periodo storico in cui si registra un vuoto di Idee-forza in Europa. Ma passare dall’influenza di Washington a quella di Mosca sul lungo periodo non è una mossa vincente. Quello che sarebbe auspicabile, piuttosto, è risvegliare in Europa una “volontà di potenza”, in grado di ricostruire, sulle orme ma non nella tana dell’Orso russo, quella fortezza romana e cristiana in grado di custodire la nostra libertà e la nostra civiltà millenaria.