Il Pasticciaccio Caorsino di PD e Banca di Italia

Il Pasticciaccio Caorsino di PD e Banca di Italia

Più di 130mila risparmiatori coinvolti, per perdite di circa 800 milioni. Questo il bilancio del decreto “Salva-Banche”, appena varato dal governo Renzi per rispondere al crack di quattro piccole banche, Banca Etruria (con al vertice il padre della ministra Boschi), Banca Marche, CariChieti e Cassa di Risparmio di Ferrara.

Diverse le dichiarazioni delle personalità coinvolte, dal ministro dell’economia Padoan, che alla Leopolda ha ribadito che il sistema bancario italiano è solido e che l’intervento del governo è di natura “umanitaria”, a Renzi che dice “mi fa schifo chi specula sulle vittime”, fino al direttore generale della Banca d’Italia, secondo il quale  “la vigilanza è stata timida”.

Proviamo, allora, a fare chiarezza su questa questione, così delicata per le famiglie coinvolte, e così poco, e male, approfondita a livello mass mediatico.

Le quattro banche dissestate subiscono gli effetti del sopracitato decreto, che null’altro è che un decreto attuativo sulle nuove norme in materia di regolamentazione bancaria, approvate circa due anni fa dall’Unione Europea nel quadro del progetto di unione bancaria.

La nuova normativa prevede che, a dispetto di quanto accaduto in larghissima misura in Europa dall’avvio della crisi finanziaria del 2007-2008, sia interdetto agli Stati sovrani di intervenire nel salvataggio dei propri istituiti di credito dissestati. Allo stesso modo, sono fissati parametri rigidi per la risoluzione di queste crisi, che si risolvono, come visto in casa nostra, prima con l’esproprio delle risorse del patrimonio netto (che equivale all’annullamento del valore azionario), poi di quello obbligazionario subordinato (grado a cui si è, per ora, arrestato il caso in questione). Si potrebbe poi passare alle obbligazioni ordinarie e infine ai depositi e ai conti correnti, per la parte eccedente i 100mila euro; il tutto, come detto, senza la possibilità dello Stato di intervenire a favore dei risparmiatori coinvolti.

Così, poco importa se la Germania nel 2008 abbia sostenuto le sue banche per 300 miliardi, se la Spagna abbia attinto per 50 miliardi al fondo intereuropeo ( versato, in base a quote, anche dai contribuenti italiani), se il Regno Unito, per evitare un collasso tipo Lehman Brothers, abbia de facto nazionalizzato la Royal Bank of Scotland, entrando nel suo capitale e prendendone il controllo.

Poco importa di tutto questo, l’Italia è arrivata tardi, e perciò se la virtuosissima Germania della Merkel è intervenuta per 300 miliardi, mentre per i nostri risparmiatori l’entità del danno è di 800 milioni, questo non ha più alcuna rilevanza.

Si potrebbe comunque ritenere, come si è già sentito, che la perdita del risparmio toccata agli azionisti e agli obbligazionisti di queste quattro banche in fondo, per quanto possa essere un fatto doloroso, sia un evento comunque non tutelabile dalla funzione pubblica. Azioni e obbligazioni subordinate, si dice, sono per natura i tipi di investimenti più rischiosi e perciò spetta all’investitore-risparmiatore premunirsi al riguardo.

Stanno veramente così le cose, possiamo semplificare a questo grado e abbandonare i risparmiatori invocando il semplice concetto di rischiosità, connaturato a qualunque investimento, che, in quanto tale, avrebbero dovuto considerare ?

Secondo le stesse norme europee, la MIFID, ossia la direttiva UE in materia di investimenti finanziari, e secondo lo stesso Regolamento Intermediari, approvato, in recepimento delle norme europee, dalle autorità di sorveglianza italiane, la risposta è chiaramente no.

Si invocano al riguardo due principi, quello di adeguatezza, da esercitare nel caso siano prestati i servizi di consulenza finanziaria e di gestione di portafoglio, e quello di appropriatezza, nel caso siano svolti altri servizi finanziari.

Secondo il principio di adeguatezza, l’intermediario finanziario deve accertarsi non solo che le conoscenze personali del cliente gli permettano di comprendere gli strumenti finanziari che impegneranno il suo risparmio, cosa prevista comunque anche dal criterio dell’appropriatezza, ma anche che le eventuali perdite derivanti dai rischi correlati agli investimenti siano, ad esempio, adeguate, sopportabili dal cliente, secondo le proprie disponibilità patrimoniali.

Invece, non solo è evidente che molti investitori avevano sottoscritto obbligazioni subordinate e capitale azionario senza comprenderne i rischi, senza comprendere la situazione di dissesto delle banche stesse – i cassieri avranno informato  i clienti che le nuove emissioni erano fatte per raccogliere risorse per coprire il dissesto degli istituiti? Probabilmente no, ovviamente -, ma è anche evidente che molte famiglie hanno ricevuto gravi danni e dissesti da queste perdite. Sembra, perciò, chiaro che questi principi non siano stati rispettati.

Chi doveva vigliare ? Banca d’Italia e Consob. Cosa si sente da costoro in questi giorni? Da Consob assolutamente nulla, da Banca d’Italia che le verifiche sono state “timide”.

Che dire, poi, del provvedimento del governo, retroattivo, poiché varato in questi giorni, ma capace di colpire chi aveva acquistato azioni e obbligazioni emesse con la precedente disciplina. Perciò, anche ammesso che un azionista o obbligazionista avesse investito nelle quattro banche con piena cognizione dei rischi connessi, si dovrebbe comunque riconoscere che l’investimento subisce oggi gli effetti di una normativa a suo tempo non ancora esistente.

Ancora: parte delle azioni espropriate sono state emesse dalle banche su ordine della Banca d’Italia, negli aumenti di capitale chiesti ai quattro istituti per rafforzare i propri patrimoni in dissesto. Non ha immaginato Banca d’Italia che le banche si rivolgessero ai propri clienti per svolgere l’aumento di capitale? Non ha immaginato che avrebbero esse sottaciuto che le nuove emissioni erano comandate dalla Banca d’Italia, proprio per rispondere ad un dissesto ?

Che dire poi delle possibilità di disinvestimento lasciate ai risparmiatori? Le quotazioni erano sospese da febbraio, perciò il governo ha, di fatto, col suo decreto azzerato il valore di titoli da diverso tempo congelati. Ai detentori è così stata tolta la possibilità di disinvestire sul mercato, subendo magari una perdita parziale, ma non totale.

Da tacere poi, per pietà, il rimpallo di responsabilità tra Italia e Unione Europea sul mancato intervento del relativo fondo di stabilità europeo, che avrebbe potuto coprire le perdite dei risparmiatori. Da parte italiana si dice che non è stato attivato per la mancanza di cooperazione da parte delle autorità europee, da parte europea che non sono stati fatti passi avanti dall’Italia e che comunque sarebbe solo responsabilità italiana gestire tali situazioni di crisi.

Insomma, un pasticcio grave, che ovviamente non vedrà prese di responsabilità da parte di governo, autorità di vigilanza, management delle banche.

Per ora il dissesto è comunque limitato per entità, ma dovessero riaprirsi nuove e più grandi crepe sarà ancora più necessario ripensare il sistema bancario in generale; dal ruolo della Banca Centrale come ente di garanzia (ruolo che, dalle norme europee, come visto ultimamente,  scompare totalmente con relativo danno per i risparmiatori), al ruolo del governo e dello stato nel gestire le situazioni di crisi e la stessa attività bancaria, per sua propria natura distinta dalla normale attività di impresa.