Liturgia come poesia

Liturgia come poesia

“Liturgia come poesia- è splendore gratuito, spreco delicato, più necessario dell’utile. Essa è regolata da armoniose forme e ritmi che, ispirati alla creazione, la superano nell’estasi”.

Sono parole di Cristina Campo, che descrive, da par suo, il rito della santa Messa di sempre, lo splendore degli altari illuminati d’oro e lo spessore di una tradizione che, condannata a morte, non muore.

Eppure la Messa vetus ordo, nella sua lenta ed attenta eleganza, è tanto lontana dal tempo di oggi quanto una epistola in bella grafia o il baciamano ad una donna.

E il baciamano torna in voga tra coloro che frequentano il rito romano: la mano da riverire è quella, consacrata, del sacerdote sulla quale questi credenti extra ordinari abbassano il capo e posano le labbra in segno di ossequio per chi, tra le sue dita, ha il potere e la Grazia di trasformare un pezzo di pane nella carne di Cristo.

Mistero insondabile, da avvicinare con tremore, con tenace attenzione, con tranquilla compostezza.

Fuori dal tempo, in questo nostro tempo, che coniuga sfarzo con lusso e sobrietà con sciatteria, la sfarzosa sobrietà della Messa in latino è però indispensabile.

Nulla aggiunge nulla all’Eterno, nulla Lo arricchisce e nulla Lo migliora, ma avvicinarsi a Lui, con garbo riverente e con deferenza ordinata, innalza noi, esattamente come servi che, dovendosi presentare ad un signore, imparino, per avvicinarlo degnamente, a ben vestirsi e a profumarsi.

La lunga Messa vetus ordo è inflessibile palestra di pazienza in un mondo di frenesia; è esercizio di umiltà in una società di primedonne.

Durante il rito, il fedele si sottrae alla foga del quotidiano e a qualsiasi forma di protagonismo: lontano dall’altare, lo lascia a chi a Dio si è consacrato interamente; non si fa guardare, ma guarda, non dirige, ma si fa dirigere secondo una gerarchia di tempi e di ruoli ordinata dalla Chiesa, ma voluta dall’Altissimo.

E più facilmente avvicina all’Altissimo la strada, solo apparentemente difficile ed impervia, di una celebrazione che parla la lingua universale della bellezza e della Verità e che perciò, al contrario di quanto sostengono i superficiali, i “moderni”, i progressisti, si fa comprendere subito e senza fraintendimenti.